Sensualità

Quello che mi piace lo scopro via via.

Passeggiando con lo sguardo curioso mi accorgo di ciò che è sensuale.

Il colore inaspettato sulla facciata di una casa, che bello.

Il giardino ben curato della villa anni settanta alla fine della strada.

Quella lampada di Kartell nella vetrina del mobiliere.

Il cielo invernale che fa una luce di ghiaccio.

L’Alfa Giulia rossa parcheggiata qui vicino.

Gli addobbi di Natale posati con gusto ed eleganza, ma solo su pochi terrazzi.

Gli scorci dei campi e dei campanili che riportano a come doveva essere tutto ai tempi dei bisnonni.

Il mosaico di foglie secche sul sentiero che accompagna il canale.

Il ragazzo che fa jogging con  quelle belle chiappette sode.

La coppia di anziani che si tiene per mano come gesto di tenero aiuto. Siamo qui, siamo noi, siamo vivi, mi sussurrano mentre li sorpasso.

Quello che mi piace è immaginare le storie dei volti che incrocio.

Immaginare cosa c’è oltre una finestra illuminata, chi ha lasciato il pallone dietro quella siepe, chi si siede ancora su quel dondolo arrugginito in veranda, quanta dedizione ci vuole a far crescere un orto.

La realtà, a ben vedere, è commovente.

Non è banale, né scontato, accorgersi veramente di ciò che esiste.

Anche se dura un solo istante, con quella cosa hai stabilito un contatto per sempre.

L’esistenza talvolta mette i brividi.

Ed è così sensuale lo sguardo guidato dal piacere.

O forse è la vita stessa che si rivela sensuale quando a guidarci nella sua esperienza è il principio del piacere.

Così, nel soddisfare i nostri sensi, l’anima sorride.

Quello che ci vuole

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“La nostra vita non è determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla.” (James Hillman)

Guardo i miei figli e mi ritrovo ad avere pensieri da signora di mezza età. Curiosa di vedere che sembianze prenderemo tutti noi nei tempi a venire, mi sento allo stesso tempo preda della nostalgia del tempo magico dell’infanzia, quando le risate erano a crepapelle, i pianti tragici e definitivi e le paure passavano con una notte nel lettone.

E il ricordo di loro bambini mi sembra tutto ciò che ho di loro, tutto ciò che ha valore e spessore, adesso che sono così sfuggenti, prepotenti, altezzosi, maschi ventenni. E il ricordo di me bambina e di tutte le me passate mi fa vivere stati d’animo diversi: meraviglia, incredulità, indulgenza, distacco, compassione, ammirazione. Dovrebbero condannare la funzionalità “riscopri questo giorno” di Google Foto per procurata malinconia colposa. Ma in fondo, che male c’è ogni tanto a crogiolarsi nello story telling del tempo beato che fu?

Resteranno allora le immagini fantasmatiche dei Natali passati a ricordarci chi eravamo e quanto amore c’era, a mostrarci quanto siamo cresciuti e quanto siamo invecchiati. E con loro emergeranno i rimpianti per cui ci perdoneremo, perché è l’unica cosa che possiamo fare. Le frasi non dette, i baci schivati, gli abbracci mendicati saranno il nostro tesoro perduto, gesti incompiuti in attesa di una resa.

Eccomi qui con il bicchiere di vino in mano a contemplare l’enormità di questa nostra avventura, di questo legame per la vita, a brindare per il coraggio che ci vuole per uscire dal porto, ma anche per restare a guardare e a salutare senza fare drammi. Forse però non sono così pronta a disfare il nido ed è tempo che io lo diventi, è tempo che io prepari il sentiero interiore per questo passaggio. Ora ci sono quasi solo io e la più bella versione di me ancora da scrivere. Ma tutti abbiamo il nostro gran bel da fare, mes amis, finché ci incontreremo di nuovo e nuovi sull’altra riva. E una dose extra di fiducia è quello che ci vuole, se proprio devo chiedere qualcosa. E che lo sguardo sia indulgente e che l’infanzia sia con noi, sempre.

Compleanni

Una passa gran parte dell’esistenza a sentirsi in credito con la vita e a vantare pretese,

poi passa un’altra buona parte della vita a chiudere le sue ferite e a trovare il modo di riscrivere la sua storia,

poi una mattina di fine agosto, all’avvicinarsi del suo nuovo anno, si accorge che non potrà mai ringraziare abbastanza la vita per tutti i doni che ha ricevuto.

E le viene da ridere per tutte le volte che ha avuto paura e per tutte le volte che non si è fidata e sa che domani cadrà ancora in qualche baratro, ma sempre di meno.

E si accorge che il tempo è la misura delle trasformazioni e che può giocare con se stessa bambina,  ragazza, e anziana , coi vivi e con i morti, in un tempo senza tempo.

E i vivi e i morti che l’accompagnano sono parte di questi doni,  e si sente infinitamente grata per tutto il bene che c’è, anche per quello che ancora è incapace di vedere.

E sente l’impellente bisogno di ringraziare  tutti coloro che illuminano i suoi giorni, nonostante sia spesso cieca e incapace di ricompensare adeguatamente tutti quanti:

la madre e il padre,

il fratello e la sorella,

i figli e i nipoti ,

e tutti i famigliari presenti e non più presenti,

le amiche e gli amici tutti,

ogni maestro, ogni mentore, ogni sostenitore,

gli amori mai iniziati, mai finiti e quelli ancora da venire.

Grazie

Corredo per l’avvenire.

Scatole vuote da riempire di bei ricordi.

Sorrisi da mostrare a chicchessia.

Persone da ammirare.

Amici con cui posso stare in silenzio.

Una mano che mi accarezza la testa, di tanto in tanto.

Qualche canzone da cantare più di tutte.

Molta nuova musica da ballare anche da sola.

Scarpe buone per camminare nei boschi.

Una finestra da cui guardare il mare.

Un corpo da annusare e stropicciare.

Un abito da sera per una grande occasione.

Qualche bella sorpresa dietro l’angolo, ogni tanto.

Un cospicuo numero di viaggi dove ancora non sono stata.

Tanti “wow, questo l’ho fatto io”.

Strade impensate da percorrere con fiducia.

Risate a profusione.

Una colonna sonora quotidiana fatta di buone parole.

Qualche parola semplicemente bella o buffa o inusuale da scoprire al bisogno.

Qualche tesoro impaziente di venire scoperto.

Qualcuno che mi dica che va tutto bene.

Qualche amore inopportuno e qualche altro che opportunamente si realizza.

La fortuna al mio fianco.

La vitalità, fino alla fine.

Sogni che escono dai cassetti e si mettono in fila indiana ad aspettare il proprio turno, ma poi non resistono e fanno la fila all’italiana.

Sono solo calzini

Ho appaiato già tutti i calzini.

Ma quanti ne cambiano al giorno?

Ce ne saranno stati più di dieci paia in una sola lavatrice.

Oramai li divido a caso nei loro cassetti.

Ultimamente glieli compero tutti uguali,

così per me è più facile.

I calzini sono una rottura di scatole,

ce n’è sempre qualcuno che rimane da solo,

fino al prossimo lavaggio,

fino a che non ne trovi uno sotto le lenzuola,

o sul fondo della borsa della palestra,

o in certi posti impensabili.

E’ bello quando ne ritrovi uno che era scomparso.

Perché puoi ricomporre qualcosa che si era spezzato,

perché ritorna un certo ordine che si era perso.

Ci sono anche quelli che si perdono per sempre,

sparizioni misteriose senza soluzione.

Io penso che dopo un po’ si decompongano sotto i letti

e diventino polvere, indignati da tanto oblio.

Venti anni di calzini passando per tutti i numeri fino al 46,

moltiplicati per due,

fanno migliaia di volte di un gesto ripetuto distrattamente,

a volte con fastidio, di fretta o con la stanchezza di altro addosso.

Oggi un’amica ha perso un figlio.

Non pensavo di riuscire a scriverlo.

Oggi, fiaccata dal dolore,

la nuova fila di calzini appena stesi

mi sembra avere tutta un’altra luce.

Ritrovamenti

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A casa sola,

mattino presto.

Temporale insistente,

cane agitato.

Mi godo il fresco in sottoveste.

In questo strano luglio,

di lavoro e di mare,

di assenze e presenze,

di nuovi entusiasmanti desideri,

di chiare visioni

su ciò che voglio,

mi sento circondata d’amore.

Ben ritrovata,

la coppia che mi ha generata

mi regge e mi guida,

fianco sinistro e fianco destro sorretti,

cammino a testa alta nel mondo.

Sono una donna fortunata.

Se Questa è Vita

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E sì che ero partita molto bene: poesia, meditazione, ginnastica, lettura, scrittura, pulizie, riordini, smartworking, telefonate agli amici che non sentivo da tanto, bei film, pochi tg, ero riuscita persino a mettermi a dieta.

Poi sono cominciati dei giorni di morale a terra e di apatia. E allora vai di Rodiola che è tonica e antidepressiva. E quindi sì, mi sono detta, ce la posso fare.

Ma adesso?

Adesso che è iniziata la fase due mi ritrovo ad avere meno voglia di uscire in un mondo che stento a riconoscere e che non mi emoziona.  Spazi, oggetti, superfici, vestiti e corpi da sanificare in continuazione, corpi che non possono vibrare della vicinanza, ma solo inaridirsi nel distanziamento. Respiri affannati dietro mascherine appiccicose.

Da due settimane non mi alleno e la dieta l’ho abbandonata ancor prima. Medito a giorni alterni e a fatica. La passeggiata col cane sta diventando sempre più corta e anche la meraviglia della primavera e dei suoi profumi è diventata una magra consolazione. Certo, la Natura è sempre un rifugio e una medicina, ma vorrei una civiltà da cui scappare. Lavoro con la frustrazione di dover rimandare ad un futuro non ben precisato la raccolta dei primi frutti, ma almeno qui c’è un po’ di presenza ancora. E con presenza scrivo, per non lasciare ai pensieri involuti l’ultima parola.  Garantisco spesa,  cucina, pulizie, lavatrici e tutti gli annessi e connessi in una routine nauseante e solitaria. Tutto procede…senza godimento.

Che mi succede? E’ forse un malessere sottile e strisciante che si sta facendo sentire? E quanto fastidio mi dà con tutti gli strumenti che possiedo per gestire la situazione?

E’ che il malessere se c’è ha un suo senso e occorre tenerselo finché non ha esaurito la sua funzione. Accoglierlo, non combatterlo. Darsi il tempo per conoscerlo e farlo diventare amico, dialogare con lui, interrogarlo.

Allora gli ho dato un nome e l’ho chiamato “se questa è vita”, il primo nome che mi è venuto in mente. E ho cominciato a chiamarlo e lui piano piano sì è aperto e si è rivelato per quello che è. C’è voluto qualche giorno e adesso che lo conosco un po’ meglio non sono sollevata, anzi. Perché lo stronzetto comincia a rispondermi in modo arrogante con sempre nuove e insinuanti domande e adesso vuol saper lui da me che vita voglio.  Oh, ma sarai mica venuto qui per mettere in  discussione le mie poche e preziose certezze? Che di questi tempi occorre stare aggrappati al salvagente pur se un po’ sgonfio. Ma lui sembra indifferente alle mie preoccupazioni e con lo spuntone sferra il colpo decisivo alla tenuta della ciambella. Ecco: che fare? Dimenarsi per stare a galla e tentare di raggiungere una riva qualsiasi o rilassarsi e farsi trasportare dalla corrente? Per una volta provo la seconda che ho detto.

E in questo galleggiare ho cominciato a comprendere un po’ dove si annida questo malessere. Sta nello spazio inaridito di ciò che mi manca.

Mi manca la pelle di un altro, l’abbraccio sudato alla fine di un ballo, l’essere abbastanza vicini da sentirsi il respiro, ascoltare musica dal vivo in locali affollati, sperare di trovare un posto a sedere sul treno dopo un giorno di lavoro, il rito del farsi bella per un’uscita serale, la possibilità di flirtare, progettare una vacanza, la folla di variegata umanità nelle vie dello shopping,non sapere cosa ordinare al ristorante perché vorrei provare tutto,  l’opulenza dei bar di Milano all’ora del pranzo o dell’aperitivo,  le strette di mano, il toccare eroticamente nei negozi tutti i libri e i vestiti che poi non comprerò e qualcos’altro che  tengo per me.

Ritrovo allora un fondo di gioia perché nello sconforto delle piccole cose rimaste “se questa è vita” è arrivato a ricordarmi che la Vita è tale se ci sono anche le bollicine, che la Vita non può essere piccola e mi mette in guardia dall’accontentarmi. E come in un processo alchemico, tutto ciò che in questo momento ha colore di piombo si illumina della polvere dorata del desiderio. Evviva allora l’abbondanza dei desideri che muovono la storia, costruttori di ponti dal presente al futuro. 

Così alla fine, per placare “se questa è vita”, costruisco un altare a Eros e prego che il serpente assopito nei luoghi indicibili del mio corpo si risvegli. Amen.