Anniversario su tela.

Il 25 aprile del 2018 inauguravo questo blog con il mio personale omaggio alla libertà, nel giorno solenne della Festa Nazionale della Liberazione. Oggi, quindi, tecnicamente, il blog compie quattro anni. Non so dire se la creatura è cresciuta, ci sono cose che mi piacciono molto ancora, altre un po’ meno. In alcuni scritti continuo a riconoscermi, in altri faccio più fatica. Però certo esprimono tutti un mia verità, un tentativo di raccontare la Vita attraverso il mio personale sguardo del momento in cui scrivo.

Scrivo per il piacere di farlo, e anche perché non posso farne a meno. Se poi qualcuno come davanti ad uno specchio ritrova qualcosa di sé in ciò che legge, beh, ne sono felice, anzi doppiamente felice perché oltre all’ego esulta anche il cuore che ha bisogno di un tu a cui aprirsi.

Perciò oggi, nell’augurare buon compleanno a questa avventura letteraria, ringrazio anche tutte le donne e tutti gli uomini che lungo la via hanno speso qualche minuto della loro preziosa attenzione a leggermi e talvolta anche a darmi un riscontro.

Non è scontato avere dei lettori. La cosa più preziosa è sapere che ad un livello sottile c’è uno scambio e che si creano delle connessioni fra pensieri, emozioni, sensazioni e vissuti diversi. Quindi grazie veramente, grazie di cuore ad ognuno. Grazie a WordPress e a Instagram e a Facebook che diffondono il verbo, grazie a questa tastiera che sto pigiando con le dita e che per magia compone parole su questo schermo bianco.

Bianco come il colore della tela della vita sulla quale ogni giorno lasciamo per lo più inconsapevolmente un segno, un colore, una forma, un’impronta o uno sfregio.

Le parole sono la mia impronta. Ogni tanto faccio un passo indietro e provo a guardare la tela tutta intera e so che è solo mia, che non ce n’è un’altra uguale e che così vale per tutti. Ed è anche per questo che ogni vita vale un racconto.

Quindi buon compleanno blog e in alto i calici per brindare a tutte le tele che vanno colorandosi, a chi rimane umano, ai cuori senza scudo, all’aria buona da respirare, ai sorrisi intimi fra sé e sé e a tutti noi che siamo liberi, a tutti noi che siamo belli.

Anzi, belli ciao.

D’un tratto, a Milano.

Dieci chilometri , quindicimila passi, oggi Milano è stata mia ed io sono stata sua. Ci siamo specchiate, annusate, corteggiate. Ognuna ha recitato la sua parte.

Il respiro dei palazzi, il dico e non dico dei portinai, la borghesa altezzosa al guinzaglio del cane. I cortili che non ti aspetti, gli angoli fioriti, i dettagli di lusso di un androne, la visione periferica delle cose che puoi permetterti mentre cammini. A volte guardi all’insù, persino.

E poi le vie del centro centro, quelle strette, eleganti, con le botteghe vere al posto delle catene e dei grandi marchi dei non luoghi tutti uguali. Persone laboriose, in movimento, in ritardo. Qualcuna visibilmente impegnata ad apparire, mentre quelle che contano davvero non appaiono mai.

Ed io mettevo un piede avanti all’altro con andatura da guerriera, a caccia di opportunità, decidendo di sorridere tra me e me. Finché, d’un tratto, sotto un sole di quasi primavera, ho sentito cos’è in pratica la resa attiva e perché lo yoga serve alla vita e perché serve l’arte e un tango e anche pregare. E mi sembrava di essere molto più ricca e di sapere solo io il segreto della vita e di trasmettere una luce, come fossi una regina.

L’eternità si vive nel presente, non è di là del tempo. La perfezione di un attimo esiste, è cosa esperienziale, è  gioia esistenziale. Ed è bello che accada così, che arrivi da altri mondi all’improvviso, a darti l’entusiasmo, magari proprio come oggi, nel cuore di Milano, in mezzo a tanti indaffarati e ombrosi sconosciuti.

E non so se qualcuno si è accorto, d’un tratto, di un’aliena per la via, in giro a lavorare, che camminava col sorriso.

Due giorni

Alla fine, sono partita, due giorni anziché tre, solo sabato e domenica. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, dicono dalle mie parti.

Stamattina pioggia e nebbia sulla strada, anche se sono andate diminuendo dalla curva oltre la quale improvvisamente il mare.

Il maltempo non mi ha fermata, sentivo che era necessario per me farlo. Avevo bisogno che i miei occhi guardassero un paesaggio diverso, che guardassero il mare, orizzontale, verticale, mai fermo. Avevo bisogno di respiro, di tregua, di stare senza qualcuno a cui dover rispondere e corrispondere.

Ora sono nella stanza del B&B, ho trovato un posto veramente figo, nel budello di Varazze, il paesaggio fuori è desolante quanto basta, ligure quanto basta. Il mare, che sento dalla finestra, ha le sue cose da dire e lo fa vigorosamente. Sono qui a spezzare una routine e a sostare senza aspettative in me. Il mio corpo vuole distendersi, che anche solo camminare oggi è troppo, forse due passi sulla spiaggia ma più tardi, solo perché non posso non portare un saluto e un ringraziamento al mare.

Sono qui a fare i conti con una perdita e con una mancanza. Per metterci un primo sigillo.

Per ora è una mancanza che si sente nelle piccole cose: chissà se la mamma ha saputo di tizio e di caio, dopo chiamo la mamma per chiederle questo, ma i ragazzi venerdì sono a pranzo dalla nonna?

È la mancanza di consigli possibilmente da non ascoltare, delle storie che sapeva raccontare. L’ho avversata per quasi tutta la mia vita, ma era una donna divertente, con lei succedeva sempre qualcosa fuori dall’ordinario.

D’ora in avanti mancherà anche la causa di tutte o quasi le mie difficoltà. Cosa farò senza il capro espiatorio perfetto? Mi toccherà diventare adulta, suppongo. E magari trovare dentro di me cosa c’è di lei che può essermi utile, ora che c’è più spazio per l’emersione.

La Ros, il suo bello, il suo brutto, così fragile e precaria, così seduttiva e luminosa. Luci e ombre, la sua eredità da scegliere con cura.

Guardo le persone sedute ai tavoli del ristorante dove adesso sto cenando. Uomini e donne vibranti della mia stessa vibrazione, scintille di vita, esseri fugaci di cui non resterà nulla del loro passaggio sulla terra, eppure eterni. E mi verrebbe da urlare: ma la sentite la vostra pelle vibrare? Le sentite le vostre cellule respirare? Lo sentite di essere vivi? Ma ci provate almeno per un attimo a stare zitti e ad ascoltarvi, a percepire l’energia che scorre dentro e fuori di voi e che ci unisce tutti in un unico respiro?

Si Ros, in fondo rimane il mistero di essere qui e poi di non esserci più, il mistero di essere questa goccia preziosa di acqua che entra in questo mare e diventa mare in questo universo senza fine. Come si fa a non tremare pensandoci? A non esserne un po’ impauriti? A non essere colmi di gratitudine per questo privilegio di “esserci”? Come si fa a non sentire che il nostro battito è il battito della terra e tutti ci unisce? Come si fa a calpestare un fiore, a colpire un uomo? E questo mare poi, cos’è? Forse un dio al quale donare questa tristezza che sa di lacrime non piante e chiedergli di trasformarmi in una gigantesca onda che distrugge e sgombera e fa posto e segna un a capo e un dopo e un domani… O forse, più semplicemente, una forza alla quale arrendersi, almeno un po’, almeno ogni tanto, almeno per tre giorni, anzi no, due…

Surrender

Surrender

Surrender

Avvento

Presto al mattino oggi tutto riposa.

Il freddo di dicembre è arrivato, non lo sento, lo immagino al di là del vetro. Così inospitale, invita al silenzio e all’ascolto. Sotto il guscio del piumone mi attardo e tutto ciò che devo rimane sospeso, ancora per un po’. Lamentele, vittimismo, il mio ego stanco… affondo tutto il peso delle faccende sul materasso e poso ogni affanno nell’Athanor del Cuore dove nuova linfa si genera, per le pene che verranno, per le gioie che verranno, per il fare e il camminare.

E tutto sommato penso che sia meglio rimanere umani e dire grazie tante volte ed essere gentili. In tutto questo che è il mio tempo e che è vivere così, in equilibrio nel disequilibrio, tra cielo e terra.

A questo punto, dimorare in me stessa è tutto ciò a cui anelo e oggi faccio pulizie per le feste e pacchi regalo di robe vecchie, destinati a chi li può accogliere senza dispiacersene.

Perciò è a voi Dei tutti e voi tutti miei Avi che dono il mio solito e noioso gran daffare per un pomeriggio alle terme, un massaggio, un paio d’ore vista mare, per un amore anche piccolo da incontrare.

Vi dono tutte le mie residue resistenze e le tensioni della mandibola per farmi bella per la vita.

Vi dono tutte le promesse non mantenute, tutti i buoni propositi disattesi, tutti i voti pronunciati e tutti gli ordini e i consigli giusti che do a me stessa e qualche volta anche agli altri, per farne una pernacchia, una barzelletta, una sonora risata alchemica.

Vi dono tutto il mio controllo e tutto il mio autocontrollo e tutta la mia esigenza di qualcosa di certo per la gioia dell’azione in sé e per sé, per la pura gioia dell’essere, per una bussola che indichi sempre verità, bontà e bellezza.

E vi ringrazio per questo tempo buio, acqueo, uterino, pronto ad accogliere il seme nuovo del Natale che giunge, ancora e sempre, a ricordarci qualcosa di noi che abbiamo perduto.

Un altro pass

Esiste un pass semplice e poco costoso pur essendo, per la sua rarità attuale, un bene di lusso.

Con quello che oggi fa più tendenza ha in comune qualcosa, ahimè. Fortunatamente sono solo due lettere, una piccola minoranza che poco conta, si sa.

Ma a parte questa iniziale assonanza è molto più cool e smart e rilascia all’istante uno stato di benessere che neanche tutta big pharma e gli occhi di Speranza.

È molto versatile, lo si può usare al passato, al presente e al futuro e si intona con tutto, mentre il verde, ad esempio, col rosso è un po’ un pugno negli occhi anche per i meno delicati.

Un altro vantaggio è che non c’è bisogno di una app su cell o di un pezz di cart che magar ti scord a cas.

A differenza del più noto però, che si sa non fa danni, può avere importanti effetti collaterali sull’ambiente circostante, qualcuno sostiene abbia effetti addirittura sul proprio sistema psicofisico e su tutta la struttura dell’universo. In effetti, i più audaci lo assimilano ad una delle più alte forme di preghiera.

Può provocare catastrofi come grandi aperture di cuore, sorrisi dentro e fuori, commozione, gioia, benevolenza, benedicenza, collaborazione, forse anche solidarietà. Può portare ad un abbraccio spontaneo o ad una stretta di mano, pratiche vetuste e aborrite da tempo, ora appannaggio solo di una ristretta cerchia di eretici.

Nonostante ciò, o forse a maggior ragione, il consiglio è di usarlo a più non posso. Infatti, esso apre tutte le porte, in particolare quelle del cuore, e permette ad esempio:

  • di iniziare un nuovo giorno con fiducia verso l’ignoto
  • di favorire il verificarsi di situazioni in cui debba necessariamente essere utilizzato ancora, e questo è un bene di per sé, una contagiosità buona, in fondo
  • di esercitare uno sguardo di meraviglia sul mondo
  • di sentire che non sei solo, spiriti, umani, animali, vegetali, minerali, tutto collabora con te quando lo usi
  • di spiazzare i nemici, gli antipatici, gli stizzosi, gli scontrosi, i rigidi, aprendo piccole brecce nei loro animi rattrappiti.

I benefici non si possono certo riassumere in poche righe, ognuno aggiunga in base all’esperienza che ne fa e ne farà.

Come ultima cosa mi preme dire il suo nome, cosicché il mistero sia svelato anche ai meno esoterici e il suo utilizzo diventi più virale dello smalto per unghie da uomo di Fedez (anche se a ben vedere ci vuole poco).

Solo una parola, vero lasciapassare dell’abbondanza, e questa parola è: GRAZIE.

Resistenze e attaccamenti

Vento fresco stamattina, preludio di fine estate, farò fatica ad abbandonare la stagione più vitale.

Sì, lo ammetto, resisterò. Cercherò di ritardare il cambio armadio e l’avvento del piumone, di scansare i collant nel cassetto della biancheria assieme alla maglia della salute. Aspetterò proprio la fine per raccogliere il basilico e preparare l’ultimo pesto, quello che mi porterà sentimentalmente indietro ancora di qualche giorno, là dove affonderò le unghie, anche solo per un istante.

Non rinuncerò così facilmente e con leggerezza alle luce che inonda l’appartamento e ai momenti vacui e languidi sprofondata sul divano, in attesa di una brezza serale che ripaghi di tutte le gocce di sudore versate. Così, sarò sicuramente inversa e intrattabile per qualche tempo.

Fino al ventidue settembre permettetemi ancora di desiderare una doccia fresca, un amore estivo, un ballo sotto il pergolato che risplende di luci colorate, una cena davanti al mare, i sapori del mediterraneo sulla tavola e una scusa per non fare niente.

Poi lascerò che accada l’autunno con la sua esplosione di colori, con le camminate sulle foglie secche crepitanti e odorose, con la dolce zucca, le calde zuppe e la voglia di nido.

Il passaggio dal fuoco al focolare non sarà indolore, troverò chi mi consoli.

Creare istanti di silenzio

Fare caso ai pensieri improduttivi e premere il tasto stop.

Resistere alla tentazione dell’ennesimo scorrimento dei post sul cell

Mettersi in pausa ogni tanto durante una conversazione e stare ad osservare fluttuanti

Usare i tempi di attesa per attendere inoperosi

Fermarsi ad ammirare qualcosa di bello finché non se ne ha abbastanza

Non esprimere necessariamente un’opinione

Entrare in spazi sacri dentro e fuori di sé

Pregustare intimamente un piacere grande

Indugiare per un istante negli occhi di un passante

Sospendere giudizi, lamentele, critiche e buoni consigli, anche solo detti fra sé e sé, anche solo autoriferiti

Prendersi ogni tanto una vacanza dalle notizie dal mondo

Contattare la propria verità e vedere l’effetto che fa

Sentire i piedi che appoggiano sulla terra e il peso della gravità

Sentire la presenza dello spirito in ogni manifestazione della materia

Sentire di essere vivi, cioè non saperlo e basta, non presupporlo, ma sentirlo proprio

Accarezzare qualcuno, anche un cane, anche un gatto, senza dire nulla

Fare un respiro grande e vedere cosa cambia

Percepire tutti i propri sistemi vitali magistralmente in azione

Ascoltare il proprio unico e inconfondibile ritmo

Accorgersi.

I 50 sono i nuovi 30

Sarà che il pandemico trascorso da lì pareva assai irreale

Sarà che siamo tornati tutti indietro di vent’anni, leggeri e senza affanni

Sarà che gli Spritz pomeridiani a bordo piscina ci han fatto un po’ smollare

Sarà che non poteva che seguire con la cena, dei Lugana, una chitarra e bella ciao a voce piena

Sarà che lo stadio era pieno e non mancava proprio nessuno di quelli che dovevano

Sarà che siamo invecchiati bene, come dice un testimone

Sarà che siamo un po’ gli stessi di sempre e questa volta è per vantarsi

Sarà che è vero che il tempo è nella mente, ma che il cuore non ne sa niente

Sarà l’effetto di euforia, ma stavo bene

Sarò che ci vedevo belli e goffi in questo amarcord di giovinezza, tentativo riuscito, siamo bravi a barare

Sarà che ci vedevo anche piuttosto esperti nel dissimulare l’inquietudine che talvolta ci assale

Sarà che così è, e tanto vale.

E poi… Woman no cry….

Tutto sa di libertà

La vita si accende, la vita si infiamma, l’estate ci attende.

Il nuovo tormentone lo sento cantare e a Mille lo voglio ballare. L’ombrellone in riva al mare è il mio, puoi scansare.

I colori sulla tavola all’aperto, il melone fresco, l’anguria dissetante, la bottiglia nel ghiaccio, il pesto con l’aglio…ci vuole un ventaglio!

L’ombra con la frescura degli alberi, le serate con gli amici a fare tardi, il chiacchiericcio, il cicaleggio, il pantalone sudaticcio.

Le belle ragazze coi vestitini fioriti, la pelle un poco abbronzata che tanto male non fa, il bordo piscina per chi sta in città.

Gli occhiali da sole, il cruscotto bollente, il casello alle spalle, si parte, si va.

E in men che non si dica, tutto sa di libertà.

Inequivocabilmente Natale

the xmas tree and the sleepy dog

Natale è vicino. Un Natale che annunciano intimo, sobrio. Il mese delle feste, della socialità, degli scambi di affetto, si prefigura dimesso e sottotono.

La mancanza di fisicità e di libertà di spostamento e di incontro porterà, forse, il dono di una maggior presenza a noi stessi e al nostro piccolo mondo. Forse, col volume abbassato, si farà strada la domanda sul senso di questa festa, quello che può avere oggi per noi e ci daremo delle risposte. O forse saremo solo più inclini alla depressione che ci corteggia da mesi. Il rischio c’è, l’esito è incerto.

Stamattina, nel giorno deciso per il rito degli addobbi natalizi, ancora sotto le coperte, io me lo sono chiesta che senso ha ancora il Natale per me,  che senso ha senza l’adrenalina dello shopping e le occasioni di convivialità desiderate o meno. Perché senza una pratica religiosa il Natale rischia di ridursi a quello, che non è neanche del tutto vero perché poi è anche l’occasione per stringersi intorno agli affetti più veri e significativi della propria vita, per ricordarsi da dove si viene e per mostrare ai più giovani che avranno sempre un luogo a cui tornare. E non è poco. E non è abbastanza.

Forse anche per la pioggia fuori e il freddo di una casa con problemi di caldaia ho risposto che per me Natale è la luce ed il calore che irrompono nel buio e freddo inverno, l’immissione di qualcosa di salvifico nel mondo. E’ il ricordo della nostra umanità che si risveglia nel nostro cuore, un’umanità che porta con sé compassione, empatia, gentilezza, amore. Un’umanità che è tale solo se scaldata da un fuoco spirituale che la eleva al di sopra del branco famelico che lotta per la sopravvivenza.

Natale per me è la rinascita ciclica di un bambino, del mio bambino, che guarda incantato il gioco di luci dell’albero nel soggiorno buio e aspetta con trepidazione di scoprire un mattino che i suoi desideri sono stati realizzati e che c’è qualcuno che lo ama nonostante.

Natale per me è l’infanzia, è tutto ciò che di buono dell’infanzia ci portiamo dentro e che è il nostro grande tesoro. E’ il luogo incantato di cui tutti abbiamo almeno una vaga immagine, anche solo come mancanza, anche solo come archetipo, qualunque sia stata l’infanzia che abbiamo vissuto davvero.

Il fare festa è per questo bambino, ma la festa vuole l’abbondanza, lo spreco: non ci sono feste di magro. Il bambino non mette limiti al piacere e chiede ancora, ancora e ancora.

Allora largo al silenzio e all’introspezione per ascoltarlo, ma largo anche alla festa grassa, all’ebbrezza, alla gioia dilagante senza motivo, alla vitalità che possiamo ancora e sempre esprimere.

Anche in questo strano Natale di assenze e lontananze ci sarà il modo per sentirci inequivocabilmente e meravigliosamente vivi, vivi con i vivi e vivi con i morti.

 “Non c’è niente di più triste in questo mondo che svegliarsi la mattina di Natale e non essere un bambino” (Erma Bombeck)

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