Fine inverno. Pensieri

Al risveglio

Il mondo impazzito là fuori, rimane un riflesso di me. Mi tocca rinsavire. Solo il cuore sa. Solo il cuore può.

Come burro

Tutto è ancora incompiuto, sospeso. Sono confusa, non c’è chiarezza in me. Mi serve ritrovare la gioia. Mi serve ritrovarmi fra gli zero e gli otto anni. O forse, trovare tra la gente, l’uomo che mi faceva ballare nel sogno di poc’anzi. Sguardo teso, braccia aperte, mi ha detto vieni ed io sono andata. All’inizio volevo imporre io il modo, come a dire “non mi freghi”. Poi ho capito, che era lui il più forte. Così, FINALMENTE, mi sono sciolta come burro.

Ricrescita

Oggi si va via presto, si colaziona al bar, si va dall’avvocato. Il treno non può tardare. Io mi devo preparare. Allo specchio mi sono vista la ricrescita. Fortunatamente, l’avvocato è un uomo, dubito che ci farà caso.

Aiuto dall’alto

Per quella faccenda che dovevo terminare, avevo con me Marte, aiutato da Giove, anche se a tratti Saturno si impicciava. Alla fine, non è finito niente e tutto è ricominciato, ma ad un livello un po’ più alto. Così ora ci vuole Giove con l’aiuto di Marte e che anche Venere faccia la sua parte. In fondo, chiedo solo di poter manifestare, quel che ancora non so fare.

Sabato

Oggi starei volentieri tra me e me, senza ma e senza se. Annullerei tutti gli impegni presi anche solo con me stessa. Starei alla larga dal supermercato, dal ferro da stiro e dalle scartoffie da sistemare. Non farei neanche un passo con il cane e aspetterei senza tensione l’indomani. Ma si sa, il dire è il dire e il fare è il fare e non sempre si possono accordare. Perciò qualcosa farò, facendo finta di no.

Due giorni

Alla fine, sono partita, due giorni anziché tre, solo sabato e domenica. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, dicono dalle mie parti.

Stamattina pioggia e nebbia sulla strada, anche se sono andate diminuendo dalla curva oltre la quale improvvisamente il mare.

Il maltempo non mi ha fermata, sentivo che era necessario per me farlo. Avevo bisogno che i miei occhi guardassero un paesaggio diverso, che guardassero il mare, orizzontale, verticale, mai fermo. Avevo bisogno di respiro, di tregua, di stare senza qualcuno a cui dover rispondere e corrispondere.

Ora sono nella stanza del B&B, ho trovato un posto veramente figo, nel budello di Varazze, il paesaggio fuori è desolante quanto basta, ligure quanto basta. Il mare, che sento dalla finestra, ha le sue cose da dire e lo fa vigorosamente. Sono qui a spezzare una routine e a sostare senza aspettative in me. Il mio corpo vuole distendersi, che anche solo camminare oggi è troppo, forse due passi sulla spiaggia ma più tardi, solo perché non posso non portare un saluto e un ringraziamento al mare.

Sono qui a fare i conti con una perdita e con una mancanza. Per metterci un primo sigillo.

Per ora è una mancanza che si sente nelle piccole cose: chissà se la mamma ha saputo di tizio e di caio, dopo chiamo la mamma per chiederle questo, ma i ragazzi venerdì sono a pranzo dalla nonna?

È la mancanza di consigli possibilmente da non ascoltare, delle storie che sapeva raccontare. L’ho avversata per quasi tutta la mia vita, ma era una donna divertente, con lei succedeva sempre qualcosa fuori dall’ordinario.

D’ora in avanti mancherà anche la causa di tutte o quasi le mie difficoltà. Cosa farò senza il capro espiatorio perfetto? Mi toccherà diventare adulta, suppongo. E magari trovare dentro di me cosa c’è di lei che può essermi utile, ora che c’è più spazio per l’emersione.

La Ros, il suo bello, il suo brutto, così fragile e precaria, così seduttiva e luminosa. Luci e ombre, la sua eredità da scegliere con cura.

Guardo le persone sedute ai tavoli del ristorante dove adesso sto cenando. Uomini e donne vibranti della mia stessa vibrazione, scintille di vita, esseri fugaci di cui non resterà nulla del loro passaggio sulla terra, eppure eterni. E mi verrebbe da urlare: ma la sentite la vostra pelle vibrare? Le sentite le vostre cellule respirare? Lo sentite di essere vivi? Ma ci provate almeno per un attimo a stare zitti e ad ascoltarvi, a percepire l’energia che scorre dentro e fuori di voi e che ci unisce tutti in un unico respiro?

Si Ros, in fondo rimane il mistero di essere qui e poi di non esserci più, il mistero di essere questa goccia preziosa di acqua che entra in questo mare e diventa mare in questo universo senza fine. Come si fa a non tremare pensandoci? A non esserne un po’ impauriti? A non essere colmi di gratitudine per questo privilegio di “esserci”? Come si fa a non sentire che il nostro battito è il battito della terra e tutti ci unisce? Come si fa a calpestare un fiore, a colpire un uomo? E questo mare poi, cos’è? Forse un dio al quale donare questa tristezza che sa di lacrime non piante e chiedergli di trasformarmi in una gigantesca onda che distrugge e sgombera e fa posto e segna un a capo e un dopo e un domani… O forse, più semplicemente, una forza alla quale arrendersi, almeno un po’, almeno ogni tanto, almeno per tre giorni, anzi no, due…

Surrender

Surrender

Surrender

Resistenze e attaccamenti

Vento fresco stamattina, preludio di fine estate, farò fatica ad abbandonare la stagione più vitale.

Sì, lo ammetto, resisterò. Cercherò di ritardare il cambio armadio e l’avvento del piumone, di scansare i collant nel cassetto della biancheria assieme alla maglia della salute. Aspetterò proprio la fine per raccogliere il basilico e preparare l’ultimo pesto, quello che mi porterà sentimentalmente indietro ancora di qualche giorno, là dove affonderò le unghie, anche solo per un istante.

Non rinuncerò così facilmente e con leggerezza alle luce che inonda l’appartamento e ai momenti vacui e languidi sprofondata sul divano, in attesa di una brezza serale che ripaghi di tutte le gocce di sudore versate. Così, sarò sicuramente inversa e intrattabile per qualche tempo.

Fino al ventidue settembre permettetemi ancora di desiderare una doccia fresca, un amore estivo, un ballo sotto il pergolato che risplende di luci colorate, una cena davanti al mare, i sapori del mediterraneo sulla tavola e una scusa per non fare niente.

Poi lascerò che accada l’autunno con la sua esplosione di colori, con le camminate sulle foglie secche crepitanti e odorose, con la dolce zucca, le calde zuppe e la voglia di nido.

Il passaggio dal fuoco al focolare non sarà indolore, troverò chi mi consoli.

Creare istanti di silenzio

Fare caso ai pensieri improduttivi e premere il tasto stop.

Resistere alla tentazione dell’ennesimo scorrimento dei post sul cell

Mettersi in pausa ogni tanto durante una conversazione e stare ad osservare fluttuanti

Usare i tempi di attesa per attendere inoperosi

Fermarsi ad ammirare qualcosa di bello finché non se ne ha abbastanza

Non esprimere necessariamente un’opinione

Entrare in spazi sacri dentro e fuori di sé

Pregustare intimamente un piacere grande

Indugiare per un istante negli occhi di un passante

Sospendere giudizi, lamentele, critiche e buoni consigli, anche solo detti fra sé e sé, anche solo autoriferiti

Prendersi ogni tanto una vacanza dalle notizie dal mondo

Contattare la propria verità e vedere l’effetto che fa

Sentire i piedi che appoggiano sulla terra e il peso della gravità

Sentire la presenza dello spirito in ogni manifestazione della materia

Sentire di essere vivi, cioè non saperlo e basta, non presupporlo, ma sentirlo proprio

Accarezzare qualcuno, anche un cane, anche un gatto, senza dire nulla

Fare un respiro grande e vedere cosa cambia

Percepire tutti i propri sistemi vitali magistralmente in azione

Ascoltare il proprio unico e inconfondibile ritmo

Accorgersi.

Cronoprogramma

Ecco qui, un altro week end di luglio.

Incerto il tempo e lento.

Dilato gli spazi per segnare una differenza con il resto dei giorni.

Farò due passi in più con Leone e in un certo punto gli toglierò il guinzaglio, così sarà bello vederlo apparire e scomparire tra l’erba alta.

Farò le pulizie di casa senza guardare l’orologio, prendendomi tutte le pause necessarie. Forse non avrò bisogno di fare la spesa.

Starò un po’ ritirata dal vivere sociale, dalle suggestioni del mondo festaiolo: sul divano ci sono i libri nuovi, e questo già mi eccita… da dove cominciare?

Con molta calma, verso sera preparerò una cena senza complicazioni, che già lavare l’insalata mi sembra un obiettivo alto.

Mi potrò permettere la sveglia alle quattro del mattino per salutare un figlio che parte con gli amici, senza più riuscire poi veramente a riaddormentarmi.

Camminerò nei boschi un po’ assonnata, tanto poi ci sarà modo di schiacciare un pisolino più il là, nel pomeriggio, invece il mattino ha sempre l’oro in bocca.

Pranzerò da sola con gli avanzi di ieri, senza pretendere nulla dalla domenica, neanche un dolcetto o un calice di vino.

Avrò voglia di continuare a leggere per fare finta resistere sveglia, finché arresa mi trascinerò nel letto dove avrò sapientemente creato la giusta corrente d’aria per sognare senza sudare.

Mi sveglierò con la bocca impastata e avrò la scusa per bere un altro caffè per poi essere in pace col mondo.

Mi ritaglierò fino a sera un angolo di autunno in cui fare compagnia alla mia anima.

Forse avrò bisogno di scrivere.

E sticazzi se da qualche parte c’è il mare.

I 50 sono i nuovi 30

Sarà che il pandemico trascorso da lì pareva assai irreale

Sarà che siamo tornati tutti indietro di vent’anni, leggeri e senza affanni

Sarà che gli Spritz pomeridiani a bordo piscina ci han fatto un po’ smollare

Sarà che non poteva che seguire con la cena, dei Lugana, una chitarra e bella ciao a voce piena

Sarà che lo stadio era pieno e non mancava proprio nessuno di quelli che dovevano

Sarà che siamo invecchiati bene, come dice un testimone

Sarà che siamo un po’ gli stessi di sempre e questa volta è per vantarsi

Sarà che è vero che il tempo è nella mente, ma che il cuore non ne sa niente

Sarà l’effetto di euforia, ma stavo bene

Sarò che ci vedevo belli e goffi in questo amarcord di giovinezza, tentativo riuscito, siamo bravi a barare

Sarà che ci vedevo anche piuttosto esperti nel dissimulare l’inquietudine che talvolta ci assale

Sarà che così è, e tanto vale.

E poi… Woman no cry….

Guido piano

Credo proprio che mi basterà quel poco che farò per tenere la casa un minimo in ordine, un giro di aspirapolvere senza neanche passare dalle camere dei ragazzi, basta, che facciano loro i conti con il casino e la sporcizia che producono.

Mi prendo i miei tempi. Mi concedo tre giorni di vacanza approfittando della Pasqua. Sono stanca e ho bisogno di godimenti vari, vedere il mare, stare con gli amici, abbracciare, ballare, immaginare un viaggio, cenare al ristorante.

Adesso che le giornate si fanno tiepide, che la luce si fa nuova e convincente e che il giorno si dilata, manca giusto un po’ di chiasso, un po’ di vicinanza.

E alterno. Alterno momenti di gioia e di sconforto, momenti di fede e di disperazione. Momenti di coraggio e momenti di paura.

Eppure non mi sento nella mancanza e c’è un fondo di pace che accoglie tutto. Quando me ne accorgo, quando me ne ricordo. Com’è difficile il ricordo di sé!

Però la tentazione del vittimismo e della lamentela, la tentazione della pretesa, della richiesta del risarcimento…è inutile, ci casco continuamente.

Allora cerco.

Cerco lo spazio della fede. Lo trovo dove mi arrendo. Alle mie cattive abitudini, alla mia scontentezza, all’essere fatta così, all’essere al punto in cui sono, alle molte cose che non mi piacciono di me e della mia vita. Lo trovo dove continuo a desiderare. Lo trovo dove lascio che non sia io a controllare tutto, dove permetto alla vita di sorprendermi, dove accetto di non sapere tutto.

E guido piano. Rallento, come per rallentare il tempo che passa inesorabile con quell’angoscia di non riuscire ad ascoltare tutta la musica bella che c’è, di non poter leggere tutte le parole che vale la pena leggere, di non poter comunicare tutto, di non dare abbastanza sorrisi, quell’angoscia per tutta la vita che potevo vivere di più.

Guido piano e non so neanche dove andare, come nella canzone di Concato, e in questo non sapere c’è forse lo spazio per essere condotta dove la mia poca immaginazione non saprebbe dire. C’è qualcosa di tremendamente attraente e di enormemente rilassante, qualcosa di orgasmico, in questo lasciarsi accadere. Tanto bello da averne terrore. Rimanere aggrappati al proprio sé identitario è in fondo comunque meglio del buco nero in cui si potrebbe cadere.

Morire fa paura, rinascere ancora di più.

“….ma che mistero, dopo il ponte cambia il mondo, viene voglia di cantare.”

Ci sono giorni

Ci sono giorni più difficili di altri. Giorni più stanchi, più cinici. Giorni in cui non ce la fai a raccogliere i pensieri, a spolverare una mensola o a sbucciare una mela. Giorni fatti per andare lenti, per fermarti a guardare le pieghe della tovaglia nella cesta dei panni da stirare. Giorni in cui ti trascini inerte, quando faresti meglio a stare sotto le coperte con coraggio. Sono quei giorni in cui torneresti a farti spazzolare i capelli da tua madre, in cui sai che se vivi è solo grazie alla carezza di un dio buono.

E poi ci sono giorni in cui ti alzi e tieni viva la fiamma, curi il fuoco fino a sera, sei ebbra di luce, corri fuori ad abbracciare gli alberi e gli sconosciuti, posi lo sguardo incantato e poetico anche sulla briciola di pane sul tavolo. Sono quei giorni in cui ogni incontro è una possibilità, ogni inciampo è uno slancio e il girovita che lievita non fa paura.

Ci sono giorni e giorni. Ma ogni giorno, in fondo, è buono per rilassare la mandibola e addolcire lo sguardo e arrendersi con umorismo al nonsenso.

…Mo’ me lo segno….

Sono solo calzini

Ho appaiato già tutti i calzini.

Ma quanti ne cambiano al giorno?

Ce ne saranno stati più di dieci paia in una sola lavatrice.

Oramai li divido a caso nei loro cassetti.

Ultimamente glieli compero tutti uguali,

così per me è più facile.

I calzini sono una rottura di scatole,

ce n’è sempre qualcuno che rimane da solo,

fino al prossimo lavaggio,

fino a che non ne trovi uno sotto le lenzuola,

o sul fondo della borsa della palestra,

o in certi posti impensabili.

E’ bello quando ne ritrovi uno che era scomparso.

Perché puoi ricomporre qualcosa che si era spezzato,

perché ritorna un certo ordine che si era perso.

Ci sono anche quelli che si perdono per sempre,

sparizioni misteriose senza soluzione.

Io penso che dopo un po’ si decompongano sotto i letti

e diventino polvere, indignati da tanto oblio.

Venti anni di calzini passando per tutti i numeri fino al 46,

moltiplicati per due,

fanno migliaia di volte di un gesto ripetuto distrattamente,

a volte con fastidio, di fretta o con la stanchezza di altro addosso.

Oggi un’amica ha perso un figlio.

Non pensavo di riuscire a scriverlo.

Oggi, fiaccata dal dolore,

la nuova fila di calzini appena stesi

mi sembra avere tutta un’altra luce.

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