Trentatré shottini e un long drink

 

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Pensieri che transitano.

Scrivere con la matita.

Dire grazie ad una anziana.

Ringraziare il cibo.

Scrivere i sogni al mattino.

Essere gentili.

Guardare il mio cane che dorme.

Non vedere l’ora di mettere il vestito a righe.

Aspettare il colloquio di lavoro.

Fare il tifo per i figli anche se loro non lo sanno.

Fare il tifo per le Azzurre.

Innamorarsi (che bello sarebbe).

Lavoro è tempo libero.

Sentire fame.

Sentirsi vivi respirando.

Invidiare chi crea con le mani.

Dare il meglio di sé.

Ricordarsi di rispettare la storia degli altri.

La bellezza del Cristo Velato e di chi me l’ha ricordata.

Creare lo spazio terapeutico.

La Legge dello Specchio.

Ascoltare con il cuore.

Elargire sorrisi.

Regalare complimenti.

Guardare negli occhi con pudore.

Vedere film di poco spessore.

Canticchiare canzonette.

Camminare lungo il canale.

Aspettare il temporale.

Il tempo prima del sonno.

Ricordare.

Immaginare.

E il meraviglioso adesso.

Di tutti i passaggi di tempo, di tutti i passaggi di testimone da bambina a ragazza e da ragazza a donna, mi porto il momento in cui ho pronunciato su uno scoglio poche parole che neanche ricordo, la prima espressione poetica del mio mondo interiore. Scambi fra dentro e fuori favoriti dalla contemplazione della bellezza, cominciando ad intuire la deità in ogni cosa.

THE GREAT GIG IN THE SKY Ancora sui desideri e sulla nuova soglia.

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La voce su quel lungo assolo della celebre canzone dei Pink Floyd è l’unico suono che emetterei ora se ne fossi così capace.

Sintesi pazzesca di finito e infinito, di paura e libertà, di angoscia e meraviglia dell’essere.

L’essere in quanto pro-getto. L’essere gettato in avanti, l’unica direzione possibile verso una meta certa, la finitezza che dà senso al tutto e che esaurisce l’esperienza della vita terrena. E in questo gettarsi in avanti stanno le infinite possibilità che si aprono ad ognuno, gli infiniti corsi dell’esistenza.

Sulla soglia dei cinquant’anni mi sento come bloccata. Sento nascere in me nuovi desideri e cerco nel passato le loro origini dimenticate. Sento che ancora non riesco a dare loro gambe e a fare un balzo verso una direzione chiara. Eppure c’è forte questo impulso a gettarmi in avanti, sospesa tra la curiosità di scoprire cosa ancora mi inventerò e la fatica dovuta a tutta quell’energia che metto nel controllo, nel trattenere, nel riempire i vuoti.

Tempo di attesa a tratti snervante e a tratti mi snervo, salvo sprazzi di gioia senza motivo (leggi causa) e piccoli desideri che si avverano in  modo inaspettato, che ti insegnano la fiducia e che ti insegnano che occorre stare molto attenti a come li si esprime per evitare situazioni imbarazzanti. Ma dicono che tutto faccia  il suo corso, tra errori e omissioni e qualche bel colpo andato a segno. E’ la vita, bellezza!

Su questa nuova soglia, il mio urlo lanciato nel cielo, che tanto vorrei assomigliasse a quello di Clare Torry nel disco, sarebbe l’apice di un orgasmo cosmico, la massima espressione del mio mondo interiore e anche la manifestazione vibrazionale di una presenza materica da cui non posso prescindere e che mi dà forma. Sarebbe anche la mia più grande dichiarazione di resa, quando la forma stanca e si sostituisce il cercare con il trovare.

And I am not frightened of dying. Any time will do, I don’t mind. Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it, you’ve gotta go sometime. I never said I was frightened of dying. I never said I was afraid of dying.  (Richard Wright)

Il mio Atanor è un sacchetto a righe.

 

 

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Ho quasi cinquant’anni. Posso reggere la scontentezza.

Posso essere scontenta senza deprimermi.

Ne approfitto per chiedermi cosa voglio veramente.

Mi apro ai desideri e mi guardo intorno in cerca di ispirazione.

Non è facile sentire ciò che manca e nello stesso tempo avere fiducia.

E’ sentirsi malinconici, ma con il cuore che sorride.

Qualche volta mi sento in affanno.

Ho quasi cinquant’anni, forse è tardi per tante cose.

Forse non entrerò più nei miei pantaloni Jeckerson bianchi che mi piacciono tanto.

Penso ai vestiti nel mio armadio.

Quasi nessuno mi rappresenta più, forse è il momento di disfarsene.

Perché ho visto tante nuove versioni di me oggi al centro commerciale.

E sarebbe un peccato non dare loro una possibilità per mancanza di spazio.

Perché ho quasi cinquant’anni e forse sono ancora in tempo per tante altre cose.

E allora sono entrata da Victoria’s Secret e ho comperato un’acqua profumata al cocco e limone.

Desideravo solo prendere qualcosa di inutile e di effimero,

Non avevo mai fatto acquisti da Victoria’s Secret,  per quello che importa.

Adesso ho anche un piccolo sacchetto a righe rosa chiaro e rosa scuro, con i bordi neri.

Ho deciso di tenerlo perché mi piace.

Ho quasi cinquant’anni, è tempo di capire cosa mi piace.

Oggi ho capito che mi piace il mio sguardo sul mondo.

Il mio piccolo sacchetto a righe rosa chiaro e rosa scuro e con i bordi neri è proprio bello.

Forse ne farò un contenitore di possibilità.

Il mio Atanor è un sacchetto a righe.

303 – 404 – 808

 

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In attesa di sbocciare, mi alzo anche oggi.

Come un fiore aspetta il segnale della primavera,

io aspetto i segni della Vita

per capire la retta via.

E sono solo alla colazione.

Confusa, non so neanche più bene

cosa scrivere nel mio copione.

Cosa desiderare se non di poter dire

“oggi sono io”, come canta Mina?

Ma perché non chiedere aiuto quando si può?

A cosa servono le Guide e gli Dei?

A cosa servono gli Angeli?

Allora mi rivolgo a loro,

davanti allo specchio.

Prendo i miei punti di domanda e li metto in Cielo.

E intanto chiedo di aiutarmi

ad aprire le braccia,

a rilassare ogni mio muscolo che non serva all’azione,

a sorridere e

ad affrontare ogni giorno vibrante e stante.

Poi sono in auto e arrivano delle risposte.

L’occhio mi cade su due targhe di fianco,

una dietro l’altra, numeri palindromi:

303 e 404.

Guardo il cruscotto e l’orologio segna le 8 e 08.

A casa, consulto il libro Angeli e Numeri di Doreen Virtue.

Buone notizie.

E sono ai giardini col cane,

mi siedo al sole, su una panchina.

Mi viene un “grazie”.

E  tutto si fa chiaro.

… Come ho fatto a dimenticare che non sono da sola?

L’erba voglio – Oltre i 101 Desideri

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Quando non si desidera l’impossibile, non si desidera.
(Antonio Porchia)

Il metodo stoico di soddisfare i bisogni eliminando i desideri è analogo a quello di amputarsi i piedi quando si ha bisogno di scarpe.
(Jonathan Swift)

Ogni incontro è un dono. Posso conoscermi solo attraverso un tu, parte di un coloratissimo mosaico che è il là fuori e che mi rimanda pezzi di me attraverso persone, situazioni, oggetti. Posso cogliermi solo così, per mezzo del mondo. E il mondo abbonda di possibilità che se sono sazia neanche le vedo. Se mi accontento del punto in cui sono, non può arrivare niente di nuovo. Se sto bene così il mio futuro è a senso unico.  E allora capita che se mi permetto di aver bisogno di calore umano e di riconoscimento, ecco che questo arriva, magari non proprio con la forma che mi potevo aspettare, magari non con la perfezione di cui può essere capace, ma arriva. E grazie a ciò che è successo mi scopro più grande, posso precisare meglio quello che voglio e quello che non voglio, e lasciare nuovi vuoti, cioè nuovi desideri da desiderare. E mi apro a nuovi incontri.

Accontentarmi non è più qualcosa di buono per me. Ma domandarmi, trovare quello che voglio, dare un nome a ciò che mi manca per cominciare a realizzare ciò che già, da qualche parte nel futuro multi direzionale, è disponibile per me.

Un cammino entusiasmante, dove la parte meno semplice è proprio quel trovare e dare concretezza a ciò che voglio veramente e che riesce ad accendere un sorriso di meraviglia sul mio viso, quello che più corrisponde alla mia essenza e al mio “mi piace”. Abituata a pensare in termini di doveri, agire sulla base del piacere è per me un concetto rivoluzionario. Abituata a con-siderare, cioè a tener conto di cosa il mondo si aspetta da me, de-siderare ciò che per questo mondo non ha senso, non è permesso, non è giusto è per me un atto rivoluzionario. E da queste rivoluzioni parte l’esercizio del mio potere creativo. L’erba voglio cresce soltanto nel giardino del re e il re sono io, il giardino è il mio.

Vabbé, che fossi più grande di ciò che sono già lo sapevo, ma darsi l’investitura, mettersi la corona in testa è altra cosa: da una parte mi terrorizza, dall’altra mi vitalizza, certo è che non mi sono ancora abituata completamente all’idea e le vecchie convinzioni, seppure oramai un po’ noiose, sanno pur sempre di casa.

Però, citando Igor Sibaldi, ora che so tutte queste cose per sempre, stiamo a vedere cosa ne viene.

…stay hungry…

Fuoco e Benzina

Ma i ragazzi sono in strada, i ragazzi stanno bene. Non ascoltano i consigli e hanno il fuoco nelle vene. Scaleranno le montagne e ammireranno la pianura. Che cos’è la libertà? Io credo: è non aver più paura (Negrita)

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Accompagno mio figlio più piccolo, ormai quasi diciassettenne, al concerto dei Dark Polo Gang. La mia missione è solo quella di portare lui e sui amici davanti al Fabrique in orario e sani e salvi, che ci penseranno loro poi a sfarsi durante la serata. Durante i quaranta minuti abbondanti di viaggio in auto regna il silenzio e l’ascolto attento di coloro che di lì a poco si esibiranno dal vivo. Ogni tanto chiedo di abbassare il volume che non sento il navigatore, anche se in realtà mi sento parecchio infastidita dai testi e dalle sonorità cupe. Finalmente li mollo e durante il viaggio di ritorno cerco la catarsi con Radio Italia anni ’60. Devo dire che non l’ho trovata, ma questa è un’altra storia.

Comunque poi ci provo. Ascolto Emis Killa, Tedua, Salmo, Achille Lauro, Dark Polo Gang and company guidata da una domanda: cosa mi dicono dei miei figli, cosa dicono di me? Se si riesce a superare la tentazione di  liquidarli come rappresentanti dell’anticristo, rovina della meglio gioventù italica, se si riesce ad andare oltre alle carenze vocali e ai difetti di dizione, se si riesce a sopportare il fastidio provocato da un linguaggio troppo spesso troppo esplicito, insomma, se si riescono a sopportare almeno cinque canzoni di fila, allora si può dire di essere sulla buona strada del perdono e dell’accettazione della realtà tutta per ciò che è.

Riconoscere ciò che è, come prima cosa.

E i miei figli sono quegli umani lì, che ascoltano tutto il giorno quelle parole lì, e quelle parole lì sono quelle in cui si riconoscono, in cui trovano un senso a ciò che senso non ha, ma ancora non lo possono sapere. Rabbia, misoginia, sessismo, cinismo, individualismo sfrenato, vuoto affettivo, povertà intellettuale, povertà materiale, sogni col fiato corto, futuro (e potere) senza immaginazione. E una lettura disincantata e didascalica del mondo.

Paura, che altro?

Quanta paura c’è dentro questi figli? Ancora lontani dall’essere uomini, una identità incerta che si fa forte con i bianchi e i neri, ancora incapace di accogliere le sfumature, ognuno alle prese con la fatica di crescere che poi sarà fatica di stare al mondo, giustamente terrorizzati solo all’idea di entrare in contatto con sé, apparentemente incapaci di apprezzare la bellezza semplice di un tramonto o di una poesia. Quel linguaggio lì è quello di questi loro tempi, è il linguaggio capace di esprimere la loro rabbia e la loro impotenza, le loro rozze domande, le loro esperienze di ragazzi, quelle che si vivono lontano dagli occhi dei grandi. Quello che sento io è quello che sento io, da fuori, loro invece sono dentro, sono i protagonisti della loro storia attuale e che posso fare io se non stare a guardare con un misto di fede, tenerezza e com-passione la loro paura, così uguale e così diversa dalla mia?

Qualche volta, lo confesso, di nascosto, ballo e canto le loro canzoni, alcune sono belle anche per me, le meno truci, e mi accorgo che anche in questo universo di vita vissuta alla periferia della Vita c’è, talvolta, spazio per la bellezza e la poesia, laddove si accende la scintilla dell’innamoramento e dell’amore. Quel fuoco e benzina che non trova dove e cosa bruciare, può ardere almeno per qualcuno e può fare uscire dalla torre e fare calare la maschera… E questo vale per loro, come per me, per tutti, universalmente… …Con tutta questa voglia di brillare su in cielo e di scordarmi chi ero senza di te….

In fondo, i ragazzi stanno bene, io non lo so.

 

 

 

 

Vitale finché c’è vita, il mio miglior augurio

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“Knowing how you want to feel is the most potent form of clarity you can have” (cit.)

La citazione è una delle tante che in questi giorni di festa mi sono capitate sotto gli occhi, saltando da un social all’altro. Mi ricordo di averla subito scritta su di un post it perché mi suonava intrigante e oggi mi è ricapitata tra le mani. Tradotta suona pressappoco così: sapere come vuoi sentirti è la più potente forma di chiarezza che puoi avere. Mi lascio interrogare volentieri: perché e che significato può avere per me? Di solito chiediamo o ci sentiamo chiedere: come ti senti? Ma “come vuoi sentirti?” è una domanda insolita, non siamo abituati né a riceverla né a chiederla.

Come vuoi sentirti oggi? Come vuoi sentirti nel nuovo anno o da qui alla fine dei tuoi giorni? Come vuoi sentirti? Come tu vuoi sentirti, come tu vuoi… Cavolo, quanta responsabilità personale, quanta intenzione… Per rispondere a questa domanda devi necessariamente capire quello che vuoi veramente per te e fare piazza pulita del resto. Forse è per questo che sapere come vuoi sentirti è la più potente forma di chiarezza che puoi avere. E se sei chiaro in quello che vuoi sei già a metà dell’opera, almeno così dicono i saggi!

In effetti, finché rimani al come ti senti puoi essere anche in balia del caso, degli eventi della giornata, delle simpatie e delle antipatie, dei mal di testa, di come ti suona ciò che ti dicono, di come si è svegliato il tuo gatto, di quello che ti frega il parcheggio e delle cavallette. Ma se passi al come vuoi sentirti, beh, allora è tutta un’altra storia. Io ci ho provato a rispondere a questa domanda. Non facile. Ho dovuto cercare nell’esperienza perché non saprei immaginare qualcosa che non ho ancora provato. Potrei dire così che voglio sentirmi sempre felice, ma un po’ di tristezza e di malinconia a volte non guastano, fosse anche solo per farmi venire la voglia di rallentare e starmene a riposare davanti a un film con la copertina di Linus.

Comunque, per rispondere meno impulsivamente, ho cercato tra il meglio dei miei stati d’animo, ho cercato tra le situazioni più cool che ho vissuto ultimamente, ho cercato tra i miei momenti di gloria, ho cercato tra i miei momenti più umoristici. Ho cercato lì per trovare quella sensazione che voglio mi accompagni ogni giorno da qui in poi e che sia il mio best wish per il futuro. In queste situazioni ho scoperto di avere provato momenti di gioia pura, di appagamento, di pace, di serenità, di fiducia, di commozione, di gratitudine, di auto gratificazione, di grandezza, di potenza, di leggerezza, di compassione, di benevolenza, di amore. Tutte cose meravigliose, da augurarsi tutti i giorni in effetti. E in effetti me le auguro.

Ma la scoperta più importante e che sta a fondamento di tutti quei momenti ho capito essere la vitalità.

E così voglio sentirmi vitale ogni giorno. Ogni giorno entusiasta, dinamica, curiosa, inquieta. Voglio sentire l’energia che mi scorre nelle vene e con questa accogliere il bello e il brutto della vita, e con questa dirigere la mia esistenza. E’ permettere che la bimbetta che abita in me mi faccia la linguaccia per poi riderne e giocare a rincorrerla. Ecco come voglio sentirmi, ecco cosa mi auguro per il nuovo anno: sentirmi vitale finché c’è vita, vitale come una bimba che gioca, vitale e anche ardente ed ebbra! E per sentirmi così voglio tenere  vivo il fuoco che divampa dentro di me, nutrendo il mio spirito di bellezza e di poesia. La bellezza e la poesia di un fiore, di un verso, di un volto, di un sogno, di un canto, di un colore, di un cane, di una risata, di una lacrima, di un tramonto, di una foglia, di un ricordo, di un desiderio, del mare e di tutto ciò che mi commuove. E che mi muove così, senza sforzo, a volte senza neanche un motivo.