Sono solo calzini

Ho appaiato già tutti i calzini.

Ma quanti ne cambiano al giorno?

Ce ne saranno stati più di dieci paia in una sola lavatrice.

Oramai li divido a caso nei loro cassetti.

Ultimamente glieli compero tutti uguali,

così per me è più facile.

I calzini sono una rottura di scatole,

ce n’è sempre qualcuno che rimane da solo,

fino al prossimo lavaggio,

fino a che non ne trovi uno sotto le lenzuola,

o sul fondo della borsa della palestra,

o in certi posti impensabili.

E’ bello quando ne ritrovi uno che era scomparso.

Perché puoi ricomporre qualcosa che si era spezzato,

perché ritorna un certo ordine che si era perso.

Ci sono anche quelli che si perdono per sempre,

sparizioni misteriose senza soluzione.

Io penso che dopo un po’ si decompongano sotto i letti

e diventino polvere, indignati da tanto oblio.

Venti anni di calzini passando per tutti i numeri fino al 46,

moltiplicati per due,

fanno migliaia di volte di un gesto ripetuto distrattamente,

a volte con fastidio, di fretta o con la stanchezza di altro addosso.

Oggi un’amica ha perso un figlio.

Non pensavo di riuscire a scriverlo.

Oggi, fiaccata dal dolore,

la nuova fila di calzini appena stesi

mi sembra avere tutta un’altra luce.

Ritrovamenti

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A casa sola,

mattino presto.

Temporale insistente,

cane agitato.

Mi godo il fresco in sottoveste.

In questo strano luglio,

di lavoro e di mare,

di assenze e presenze,

di nuovi entusiasmanti desideri,

di chiare visioni

su ciò che voglio,

mi sento circondata d’amore.

Ben ritrovata,

la coppia che mi ha generata

mi regge e mi guida,

fianco sinistro e fianco destro sorretti,

cammino a testa alta nel mondo.

Sono una donna fortunata.

Motivi di leggerezza in tempi di pesantezza

 

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In questo moltiplicarsi di liste di ogni tipo,  per fronteggiare l’emergenza, per rispettare i decreti, per meditare, per tenere alto il morale, per coltivare il pensiero positivo, per ridere di noi, eccetera, anche io mi sono decisa a scriverne una.

Non so voi, ma io percepisco un’aria pesante e ad ogni ora del giorno fronteggio dentro di me emozioni contrastanti, accorgendomi che tutto ciò che mi arriva dall’esterno ha il potere di far affiorare paure ataviche e di attivare forme pensiero sopite, come se per la prima volta nella mia vita venissi chiamata a fare i conti con l’incertezza del futuro e con la sopravvivenza. Naturalmente non è così, è nella nostra natura di umani mortali fare i conti con il pensiero del domani e della fine, da sempre, ma il fatto che tutto ciò si esprima a livello collettivo e mondiale, amplifica ogni sensazione e la pre-occupazione sembra un imperativo sociale a cui conformarsi.

Così, per non nutrire solo la mia ombra che è sinistramente attratta dai bollettini dei tg e dall’ascolto di storie terribili e temibili, faccio ogni giorno qualcosa per ritrovare la leggerezza e il sorriso dell’anima, per nutrire anche e soprattutto la mia luce. Senza negare l’ansia, quando la sento arrivare, ma senza darle l’ultima parola.

Ecco allora alcune immagini, alcune sensazioni, alcuni pensieri che condivido senza pretese, only suggestions

Ognuno si inventi i suoi stratagemmi, aggiunga punti, e viva questo tempo più intensamente che può, che non è tempo sospeso, è tempo pulsante di vita anch’esso.

Allora, vado di lista….:))

  1. Senza il rumore del mondo risalta il cielo, l’albero fiorito del giardino di casa, il canto degli uccelli, la riga bianca del parcheggio vuoto.
  2. Senza il rumore del mondo le sensazioni interiori vengono percepite con più intensità, distinguo ciò che è mio da ciò che non lo è.
  3. La creatività delle persone si accende e produce tanta bellezza: umorismo, poesia e arte sono messi a disposizione di tutti in tempo reale e grazie ai social.
  4. Diminuiscono i fatti di cronaca, gli incidenti e tutti gli altri validi motivi per finire dai carabinieri e/o in ospedale.
  5. La Terra respira aria più pulita.
  6. Si moltiplicano flash mob virtuali, iniziative solidali, benefiche, gratuite, divertenti, coraggiose…in una parola:umane.
  7. Sperimento la nostra interconnessione su vari livelli: fisico, emotivo, spirituale, sociale, economico…in tre parole: siamo tutti umani.
  8. Ci si prodiga ad aiutare e a tenere alto lo spirito anche senza contatto fisico, a volte basta uno sguardo  a distaza di un metro.
  9. Le città, le strade, le piazze, non contenendo più i flussi dei corpi in movimento, ci restituiscono la loro geometria essenziale, i contenitori divengono contenuti di per sé essenti.
  10. I cani forse sono felici di passare così tanto tempo con i loro padroni, il mio lo è di sicuro.
  11. Genitori e figli piccoli si inventano cose belle e piacevoli da fare assieme, adesso c’è la quantità oltre che la qualità e se aumenta la quantità aumenta anche la qualità.
  12. Adesso conosco di nuovo la differenza tra un virus e un batterio e tra una sanzione e un’ammenda.
  13. Ho il tempo di far passare ogni stanza della mia casa per discernere fra ciò che mi piace e ciò che non mi piace e che proprio ora ho l’occasione di buttare.
  14. Ho il tempo per domandarmi cosa mi piace in generale, non dico cosa mi deve piacere, ma cosa mi piace veramente.
  15. Leggere poesie, ridere, cantare, ballare, camminare, respirare stare al sole, prendere vitamine, mangiare bene, essere gentili e grati, benedire, accogliere…insomma, il mio sistema corpo-mente-emozioni-spirito mi aiuta se io lo aiuto (e a volte anche se non lo aiuto).
  16. Posso donare al mondo il meglio dei miei pensieri e dei miei desideri per il futuro, con le migliori intenzioni e le migliori emozioni… mascherina sì, ma non sul cuore.
  17. Trovo occasioni per ridere, un film, una battuta…e ci sono anche i risvolti ridicoli di questa situazione, viva chi sa mostrarli in modo spontaneo ed efficace.
  18. Sono un balsamo le voci delle bimbe che giocano a nascondino nel giardino condominiale anziché al parco.
  19. Mi concentro sul meglio che l’umanità esprime: chi lavora senza sosta negli ospedali, chi dona denaro o altri strumenti alla collettività, chi mette a disposizione talenti e servizi gratuitamente, chi trova parole di benedizione sempre, chi inventa cose nuove e utili per momenti di crisi, chi fa favori a sconosciuti, chi scrive canzoni e poesie, fotografa o dipinge per farci ancora meravigliare di fronte alla bellezza di esistere in questo mondo unico e speciale, dove ad ogni levar del sole si ripete il miracolo della Vita… indipendentemente da noi.
  20. L’aria è tiepida, tutto sta fiorendo, la primavera se ne sbatte e va avanti per la sua strada. Tutto scorre… come sempre.
  21. Non mi accontento di venti punti, perché c’è sempre qualcosa da aggiungere ad una lista, un motivo, un sogno, un desiderio, un auspicio, un sorriso, un passo di danza, un grazie.

Ecco appunto, grazie!

#24…Black Mamba

cof

Caro Kobe,

nell’armadio di mio figlio ci sono ancora tante canotte giallo-viola con il tuo numero sulla schiena. Hanno taglie diverse, perché seguivano la sua crescita: arrivavano puntualmente per Natale o per un compleanno, pronte per essere indossate durante gli allenamenti e per assorbire, più che il sudore, i sogni di un ragazzino che dava l’anima sugli sgangherati  parquet di provincia.

Ho amato il basket grazie a quel ragazzino che ora si appresta a diventare uomo e ti ho conosciuto di riflesso, grazie al suo amore e alla sua ammirazione per te. E quando ho saputo quel che ti era successo, il mio pensiero è andato subito a lui, che da piccolo voleva essere come te e che poi, con te, è cresciuto.

Seguivo volentieri la squadra di mio figlio, tifando, arrabbiandomi, gioendo, commuovendomi, soffrendo spesso proprio fino a quell’ultimo secondo prima di un tiro salvifico. Non passavo però come lui le notti in bianco per vedere le tue partite tv e perciò non so citare a memoria le tue indimenticabili gesta sportive e atletiche. Non sono stata una giocatrice di basket e non ho particolarmente seguito la tua carriera. Eppure oggi sono scossa: Perché? Cosa mi commuove? Che c’entri tu con me? Cos’è che di te mi sento addosso, che non ho mai neanche indossato la tua canotta?

Io ci ho pensato sai Kobe, e ho pensato che quando se ne va un uomo, o una donna, che ha saputo esprimere in maniera così piena il suo talento, il suo daimon, la sua vocazione, quando se va un uomo, o una donna, che ha saputo  esprimere le qualità del campione, dell’eroe, dell’essere umano perfettamente realizzato, ogni volta che se va un uomo così, o una donna così, ecco che si sente che dentro di noi qualcosa si accende e prende vita. E’ la parte di noi che aspira all’eccellenza, la parte migliore di noi che si risveglia e rivendica un posto al sole. La parte di noi che ci dice che possiamo osare di più, che possiamo smetterla di accontentarci, che possiamo espanderci, che il nostro potenziale è enorme e non lo stiamo sfruttando che in piccola parte, anzi forse per niente.

Perciò la tristezza di oggi è tutta mia per tutto ciò che ancora non ho potuto realizzare, per tutti i desideri che aspettano di essere desiderati e incarnati, per il mio poco coraggio. Anche la commozione di oggi è tutta mia, per le altezze alle quali sono chiamata di vivere e per tutta la bellezza e il talento che c’è in giro e che mi ispira e che voglio ispiri i miei figli e gli uomini e le donne di ogni età e di ogni dove, affinché trovino e seguano quello che amano fare e lo facciano al meglio.

In  questi nostri tempi tu Kobe sei stato un testimone per tutti noi: ci hai mostrato che ognuno può superare i suoi limiti, che ci vuole fede e che ci vogliono le opere a sostenerla, che siamo chiamati al successo, alla gioia, alla ricchezza e alla condivisione, all’atto creativo e generativo di vita più. A qualsiasi livello, perché il successo è il potere di fare accadere le cose.

Mandela diceva che è la nostra luce, non la nostra ombra, quella che ci spaventa di più. Io penso che avesse ragione, ma questo è sembrato non valere per te.

Grazie, Kobe. I’ll never forget you…

Sintesi di bilanci di fine anno, qualche desiderata per il nuovo e una poesia scoperta per “caso”

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Scrivere o non scrivere questo è il dilemma. Scrivere o non scrivere quando si è scarichi? Scrivere o non scrivere sapendo che nessuna risposta aiuterà? Scrivere come se questo possa cambiarmi l’umore o surrogare un abbraccio. Non scrivere per non darsi neanche questa possibilità. Lancio la monetina e faccio decidere al caso. Testa o cuore. Cuore. Che non sa cosa vuole. Fosse uscito testa avrei smesso subito di scrivere. La testa è più selettiva. Il cuore è più comprensivo.

C’è una strisciante insofferenza che ha a che vedere con il mio essere madre disillusa, moglie mancata, donna lavoratrice in ritardo di venti anni. Anche se quest’ultimo è l’unico aspetto attuale della mia vita di cui sono vagamente entusiasta. Il problema è il ritardo. Il problema più grosso è il buco nero in cui mi sento spesso quando sono a casa. E’ dove il mio attrattore si fa sentire con più forza, è dove io mi sento meno io, è dove io mi sento più debole e stanca. Non c’è un fronte della mia vita in questo momento che non sia scoperto. E non ho alleati. Tutto quello che voglio ora è un padre che mi dica cosa fare.  Ammetterlo è difficile per me, per questo credo che sia un progresso. Come potrebbe esserlo fare quello che sento: vendere casa, trasferirmi in un’altra città, fare succedere qualcosa che porti a qualcos’altro e poi a qualcos’altro ancora. Per la prima volta in questa età adulta mi sento sola e fragile e ho paura a prendere decisioni importanti. E resto in questa posizione senza usare facili scappatoie new age.

Il momento della mia vita in cui più riconosco il mio valore e i miei meriti, in cui più sono sicura dei miei talenti, in cui più posso affermarmi e posso fare ciò che mi piace, è anche il momento in  cui vedo maggiormente i miei fallimenti. Direi che sono in una situazione molto favorevole per la depressione o per una profonda trasformazione. Deprimersi è la scelta più banale oltre che decisamente poco estetica.

Propendo per la seconda possibilità. In fondo è bello avere tante case da abitare ancora. E’ bello avere ancora tante vite da vivere. Allora che cambiare casa sia il giro di manovella del nuovo anno. Che il lavoro sia la conferma che posso contare sull’energia paterna. Che innamorarmi sia la fonte di tutte le creazioni future. E che io possa lasciare andare tutto ciò che mi dissangua. Grazie e amen.

Desiderata

Va’ serenamente in mezzo al rumore e alla fretta
e ricorda quanta pace ci può essere nel silenzio.

Finché è possibile senza doverti arrendere conserva
i buoni rapporti con tutti.

Di’ la tua verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri,
anche il noioso e l’ignorante, anch’essi hanno una loro storia da raccontare.
Evita le persone prepotenti e aggressive, esse sono un tormento per lo spirito.

Se ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro,
perché sempre ci saranno persone superiori ed inferiori a te.

Rallegrati dei tuoi risultati come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato alla tua professione, benché umile;
è un vero tesoro rispetto alle vicende mutevoli del tempo.

Sii prudente nei tuoi affari, poiché il mondo è pieno di inganno.
Ma questo non ti impedisca di vedere quanto c’è di buono;
molte persone lottano per alti ideali, e dappertutto la vita è piena di eroismo.

Sii te stesso. Specialmente non fingere di amare.
E non essere cinico riguardo all’amore,
perché a dispetto di ogni aridità e disillusione esso è perenne come l’erba.

Accetta di buon grado l’insegnamento degli anni,
abbandonando riconoscente le cose della giovinezza.

Coltiva la forza d’animo per difenderti dall’improvvisa sfortuna.
Ma non angosciarti con fantasie.

Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso.

Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle;
tu hai un preciso diritto ad essere qui.
E che ti sia chiaro o no, senza dubbio l’universo va svelandosi come dovrebbe.

Perciò sta in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca,
e qualunque siano i tuoi travagli e le tue aspirazioni,
nella rumorosa confusione della vita conserva la tua pace con la tua anima.

Nonostante tutta la sua falsità, il duro lavoro e i sogni infranti,
questo è ancora un mondo meraviglioso. Sii prudente.

Fa di tutto per essere felice.

(Max Ehrmann)

 

Trentatré shottini e un long drink

 

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Pensieri che transitano.

Scrivere con la matita.

Dire grazie ad una anziana.

Ringraziare il cibo.

Scrivere i sogni al mattino.

Essere gentili.

Guardare il mio cane che dorme.

Non vedere l’ora di mettere il vestito a righe.

Aspettare il colloquio di lavoro.

Fare il tifo per i figli anche se loro non lo sanno.

Fare il tifo per le Azzurre.

Innamorarsi (che bello sarebbe).

Lavoro è tempo libero.

Sentire fame.

Sentirsi vivi respirando.

Invidiare chi crea con le mani.

Dare il meglio di sé.

Ricordarsi di rispettare la storia degli altri.

La bellezza del Cristo Velato e di chi me l’ha ricordata.

Creare lo spazio terapeutico.

La Legge dello Specchio.

Ascoltare con il cuore.

Elargire sorrisi.

Regalare complimenti.

Guardare negli occhi con pudore.

Vedere film di poco spessore.

Canticchiare canzonette.

Camminare lungo il canale.

Aspettare il temporale.

Il tempo prima del sonno.

Ricordare.

Immaginare.

E il meraviglioso adesso.

Di tutti i passaggi di tempo, di tutti i passaggi di testimone da bambina a ragazza e da ragazza a donna, mi porto il momento in cui ho pronunciato su uno scoglio poche parole che neanche ricordo, la prima espressione poetica del mio mondo interiore. Scambi fra dentro e fuori favoriti dalla contemplazione della bellezza, cominciando ad intuire la deità in ogni cosa.

Il mio Atanor è un sacchetto a righe.

 

 

cof

Ho quasi cinquant’anni. Posso reggere la scontentezza.

Posso essere scontenta senza deprimermi.

Ne approfitto per chiedermi cosa voglio veramente.

Mi apro ai desideri e mi guardo intorno in cerca di ispirazione.

Non è facile sentire ciò che manca e nello stesso tempo avere fiducia.

E’ sentirsi malinconici, ma con il cuore che sorride.

Qualche volta mi sento in affanno.

Ho quasi cinquant’anni, forse è tardi per tante cose.

Forse non entrerò più nei miei pantaloni Jeckerson bianchi che mi piacciono tanto.

Penso ai vestiti nel mio armadio.

Quasi nessuno mi rappresenta più, forse è il momento di disfarsene.

Perché ho visto tante nuove versioni di me oggi al centro commerciale.

E sarebbe un peccato non dare loro una possibilità per mancanza di spazio.

Perché ho quasi cinquant’anni e forse sono ancora in tempo per tante altre cose.

E allora sono entrata da Victoria’s Secret e ho comperato un’acqua profumata al cocco e limone.

Desideravo solo prendere qualcosa di inutile e di effimero,

Non avevo mai fatto acquisti da Victoria’s Secret,  per quello che importa.

Adesso ho anche un piccolo sacchetto a righe rosa chiaro e rosa scuro, con i bordi neri.

Ho deciso di tenerlo perché mi piace.

Ho quasi cinquant’anni, è tempo di capire cosa mi piace.

Oggi ho capito che mi piace il mio sguardo sul mondo.

Il mio piccolo sacchetto a righe rosa chiaro e rosa scuro e con i bordi neri è proprio bello.

Forse ne farò un contenitore di possibilità.

Il mio Atanor è un sacchetto a righe.

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In attesa di sbocciare, mi alzo anche oggi.

Come un fiore aspetta il segnale della primavera,

io aspetto i segni della Vita

per capire la retta via.

E sono solo alla colazione.

Confusa, non so neanche più bene

cosa scrivere nel mio copione.

Cosa desiderare se non di poter dire

“oggi sono io”, come canta Mina?

Ma perché non chiedere aiuto quando si può?

A cosa servono le Guide e gli Dei?

A cosa servono gli Angeli?

Allora mi rivolgo a loro,

davanti allo specchio.

Prendo i miei punti di domanda e li metto in Cielo.

E intanto chiedo di aiutarmi

ad aprire le braccia,

a rilassare ogni mio muscolo che non serva all’azione,

a sorridere e

ad affrontare ogni giorno vibrante e stante.

Poi sono in auto e arrivano delle risposte.

L’occhio mi cade su due targhe di fianco,

una dietro l’altra, numeri palindromi:

303 e 404.

Guardo il cruscotto e l’orologio segna le 8 e 08.

A casa, consulto il libro Angeli e Numeri di Doreen Virtue.

Buone notizie.

E sono ai giardini col cane,

mi siedo al sole, su una panchina.

Mi viene un “grazie”.

E  tutto si fa chiaro.

… Come ho fatto a dimenticare che non sono da sola?

Fuoco e Benzina

Ma i ragazzi sono in strada, i ragazzi stanno bene. Non ascoltano i consigli e hanno il fuoco nelle vene. Scaleranno le montagne e ammireranno la pianura. Che cos’è la libertà? Io credo: è non aver più paura (Negrita)

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Accompagno mio figlio più piccolo, ormai quasi diciassettenne, al concerto dei Dark Polo Gang. La mia missione è solo quella di portare lui e sui amici davanti al Fabrique in orario e sani e salvi, che ci penseranno loro poi a sfarsi durante la serata. Durante i quaranta minuti abbondanti di viaggio in auto regna il silenzio e l’ascolto attento di coloro che di lì a poco si esibiranno dal vivo. Ogni tanto chiedo di abbassare il volume che non sento il navigatore, anche se in realtà mi sento parecchio infastidita dai testi e dalle sonorità cupe. Finalmente li mollo e durante il viaggio di ritorno cerco la catarsi con Radio Italia anni ’60. Devo dire che non l’ho trovata, ma questa è un’altra storia.

Comunque poi ci provo. Ascolto Emis Killa, Tedua, Salmo, Achille Lauro, Dark Polo Gang and company guidata da una domanda: cosa mi dicono dei miei figli, cosa dicono di me? Se si riesce a superare la tentazione di  liquidarli come rappresentanti dell’anticristo, rovina della meglio gioventù italica, se si riesce ad andare oltre alle carenze vocali e ai difetti di dizione, se si riesce a sopportare il fastidio provocato da un linguaggio troppo spesso troppo esplicito, insomma, se si riescono a sopportare almeno cinque canzoni di fila, allora si può dire di essere sulla buona strada del perdono e dell’accettazione della realtà tutta per ciò che è.

Riconoscere ciò che è, come prima cosa.

E i miei figli sono quegli umani lì, che ascoltano tutto il giorno quelle parole lì, e quelle parole lì sono quelle in cui si riconoscono, in cui trovano un senso a ciò che senso non ha, ma ancora non lo possono sapere. Rabbia, misoginia, sessismo, cinismo, individualismo sfrenato, vuoto affettivo, povertà intellettuale, povertà materiale, sogni col fiato corto, futuro (e potere) senza immaginazione. E una lettura disincantata e didascalica del mondo.

Paura, che altro?

Quanta paura c’è dentro questi figli? Ancora lontani dall’essere uomini, una identità incerta che si fa forte con i bianchi e i neri, ancora incapace di accogliere le sfumature, ognuno alle prese con la fatica di crescere che poi sarà fatica di stare al mondo, giustamente terrorizzati solo all’idea di entrare in contatto con sé, apparentemente incapaci di apprezzare la bellezza semplice di un tramonto o di una poesia. Quel linguaggio lì è quello di questi loro tempi, è il linguaggio capace di esprimere la loro rabbia e la loro impotenza, le loro rozze domande, le loro esperienze di ragazzi, quelle che si vivono lontano dagli occhi dei grandi. Quello che sento io è quello che sento io, da fuori, loro invece sono dentro, sono i protagonisti della loro storia attuale e che posso fare io se non stare a guardare con un misto di fede, tenerezza e com-passione la loro paura, così uguale e così diversa dalla mia?

Qualche volta, lo confesso, di nascosto, ballo e canto le loro canzoni, alcune sono belle anche per me, le meno truci, e mi accorgo che anche in questo universo di vita vissuta alla periferia della Vita c’è, talvolta, spazio per la bellezza e la poesia, laddove si accende la scintilla dell’innamoramento e dell’amore. Quel fuoco e benzina che non trova dove e cosa bruciare, può ardere almeno per qualcuno e può fare uscire dalla torre e fare calare la maschera… E questo vale per loro, come per me, per tutti, universalmente… …Con tutta questa voglia di brillare su in cielo e di scordarmi chi ero senza di te….

In fondo, i ragazzi stanno bene, io non lo so.

 

 

 

 

Vitale finché c’è vita, il mio miglior augurio

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“Knowing how you want to feel is the most potent form of clarity you can have” (cit.)

La citazione è una delle tante che in questi giorni di festa mi sono capitate sotto gli occhi, saltando da un social all’altro. Mi ricordo di averla subito scritta su di un post it perché mi suonava intrigante e oggi mi è ricapitata tra le mani. Tradotta suona pressappoco così: sapere come vuoi sentirti è la più potente forma di chiarezza che puoi avere. Mi lascio interrogare volentieri: perché e che significato può avere per me? Di solito chiediamo o ci sentiamo chiedere: come ti senti? Ma “come vuoi sentirti?” è una domanda insolita, non siamo abituati né a riceverla né a chiederla.

Come vuoi sentirti oggi? Come vuoi sentirti nel nuovo anno o da qui alla fine dei tuoi giorni? Come vuoi sentirti? Come tu vuoi sentirti, come tu vuoi… Cavolo, quanta responsabilità personale, quanta intenzione… Per rispondere a questa domanda devi necessariamente capire quello che vuoi veramente per te e fare piazza pulita del resto. Forse è per questo che sapere come vuoi sentirti è la più potente forma di chiarezza che puoi avere. E se sei chiaro in quello che vuoi sei già a metà dell’opera, almeno così dicono i saggi!

In effetti, finché rimani al come ti senti puoi essere anche in balia del caso, degli eventi della giornata, delle simpatie e delle antipatie, dei mal di testa, di come ti suona ciò che ti dicono, di come si è svegliato il tuo gatto, di quello che ti frega il parcheggio e delle cavallette. Ma se passi al come vuoi sentirti, beh, allora è tutta un’altra storia. Io ci ho provato a rispondere a questa domanda. Non facile. Ho dovuto cercare nell’esperienza perché non saprei immaginare qualcosa che non ho ancora provato. Potrei dire così che voglio sentirmi sempre felice, ma un po’ di tristezza e di malinconia a volte non guastano, fosse anche solo per farmi venire la voglia di rallentare e starmene a riposare davanti a un film con la copertina di Linus.

Comunque, per rispondere meno impulsivamente, ho cercato tra il meglio dei miei stati d’animo, ho cercato tra le situazioni più cool che ho vissuto ultimamente, ho cercato tra i miei momenti di gloria, ho cercato tra i miei momenti più umoristici. Ho cercato lì per trovare quella sensazione che voglio mi accompagni ogni giorno da qui in poi e che sia il mio best wish per il futuro. In queste situazioni ho scoperto di avere provato momenti di gioia pura, di appagamento, di pace, di serenità, di fiducia, di commozione, di gratitudine, di auto gratificazione, di grandezza, di potenza, di leggerezza, di compassione, di benevolenza, di amore. Tutte cose meravigliose, da augurarsi tutti i giorni in effetti. E in effetti me le auguro.

Ma la scoperta più importante e che sta a fondamento di tutti quei momenti ho capito essere la vitalità.

E così voglio sentirmi vitale ogni giorno. Ogni giorno entusiasta, dinamica, curiosa, inquieta. Voglio sentire l’energia che mi scorre nelle vene e con questa accogliere il bello e il brutto della vita, e con questa dirigere la mia esistenza. E’ permettere che la bimbetta che abita in me mi faccia la linguaccia per poi riderne e giocare a rincorrerla. Ecco come voglio sentirmi, ecco cosa mi auguro per il nuovo anno: sentirmi vitale finché c’è vita, vitale come una bimba che gioca, vitale e anche ardente ed ebbra! E per sentirmi così voglio tenere  vivo il fuoco che divampa dentro di me, nutrendo il mio spirito di bellezza e di poesia. La bellezza e la poesia di un fiore, di un verso, di un volto, di un sogno, di un canto, di un colore, di un cane, di una risata, di una lacrima, di un tramonto, di una foglia, di un ricordo, di un desiderio, del mare e di tutto ciò che mi commuove. E che mi muove così, senza sforzo, a volte senza neanche un motivo.