Oltre alle gonne c’è di più

Modella seduta su una poltrona, indossando un abito scintillante e un cappello, con una gonna di tulle bianco che si estende sul pavimento.

Ci sono gonne lunghe, ci sono gonne corte e poi c’è Tajani.

Non entro nel merito delle dichiarazioni che gli sono state attribuite in questi giorni: se ve le siete perse, l’internet è un mare magnum di informazioni.

Quando le ho lette sono sobbalzata sulla sedia. O forse era la poltrona, non ricordo bene.

Perché io, da qualche mese, dentro di me, avevo deciso di indossare più spesso gonne lunghe. Mi stavo già pregustando lo shopping autunnale alla ricerca del modello perfetto. E non è nemmeno così semplice da trovare perché a noi donne ci piace molto portare i pantaloni. Poi le gonne hanno i loro svantaggi, tipo che d’inverno devi metterti i collant che sono una forma di tortura probabilmente inventata da un uomo ostile al gentil sesso, o forse da un lontano parente del ministro in questione.

Non immaginavo certo di anticipare i tempi, ritrovandomi a scoprire che la gonna lunga sarebbe stata evocata come simbolo di fedeltà coniugale, maternità e virtù domestiche.

La mia scelta, però, nasce da tutt’altro posto. Nulla di moralistico, nulla di prescrittivo.

Quindi ci tengo a precisare che, se mi vedete passeggiare con una gonna che sfiora il terreno, non significa che abbia aderito a un manifesto del buon costume o del buon governo. Significa semplicemente che, da vergine ascendente vergine, ho fatto una lista di pro e contro e, come sempre, ho cercato anche l’utilità della faccenda.

E poi, parlo solo per esperienza personale, ma chissà: magari anche il ministro, a un Carnevale, a una festa un po’ allegra o nei suoi sogni più reconditi, una gonna lunga l’ha indossata. E magari ha scoperto che è un piacere.

Ma torniamo ai miei motivi, così nessuno potrà accusarmi di avere mire sul figlio del ministro, altri parenti o colleghi vari.

Quindi, ecco qui le mie ragioni punto per punto.

  • Si può indossare anche con i calzettoni tubolari o i calzettoni di lana, e questo già vince lo scontro contro le gonne più corte.
  • È profondamente femminile: la sua fluidità regala eleganza, grazia e una presenza diversa.
  • Non ha bisogno dell’audacia di una mini: parla di una femminilità più matura, più sicura, forse persino più potente.
  • In molte tradizioni simboliche è associata al radicamento, al legame con la terra e con il principio femminile.
  • Mi ricorda di sentire e vivere il corpo con più lentezza, creatività e presenza.
  • Custodisce uno spazio intimo, perché ciò che non è subito esibito può essere anche più seducente.
  • Quando cammini, il tessuto si muove in cerchio, ondeggia, accompagna il passo. E quel movimento, almeno per me, ha qualcosa di meditativo.
  • Mi piace pensarla come un ponte tra terra e cielo, tra materia e spirito: un piccolo simbolo di equilibrio.

Non per niente anche i dervisci danzano con gonne lunghissime, pur essendo uomini. Ma dubito che siano tra i riferimenti culturali o spirituali del nostro ministro.

Resta un ultimo dubbio.

Che sia pagato dalla lobby dei sarti un tanto al metro?

Perché, altrimenti, tutta questa improvvisa passione per le gonne lunghe davvero non si spiega.

Per parte mia comunque continuerò a scegliere le gonne lunghe, i pantaloni, o quello che mi va. Perché a me piace la mia libertà.

Sconcerie d’estate

Corpi sudati. Nudità perlopiù antiestetiche. Mollezza delle carni e dello spirito.

Giovani tonici meritevoli di sguardi maliziosi. Shorts inguinali sopra i quaranta, di anni e/o di taglia.

Sere languide e notti lunghe. Trasparenze. Case che si aprono ad occhi estranei, senza pudore.

Sogni di ghiaccio sulla pelle. Erotismo o calura? Labbra salate. Piscine affollate.

File per un gelato.

Vestiti che si appiccicano addosso. Piedi-palla che tracimano da sandali sadici.

Feste, sagre, festival, notti bianche. Birra e salamelle. Serate danzanti anni ottanta e novanta. Karaoke en plein air.

Massima predisposizione al dolce far niente. Cattivi pensieri, tipo una vita in vacanza. Pressione bassa.

Turisti stranieri vestiti da boy-scout.

Snob che vanno a Forte, a Santa, a Courma che c’hanno la barca e la casa.

Rosiconi come me che il ghiaccio sulla pelle solo se gli cade dal gin tonic.

Ma è l’estate bellezza, con tutte le sue conseguenze.

La prendi o la lasci?

Ad un certo punto

Ad un certo punto la paura si fa più piccola, il passato bussa, ma non disturba, il futuro non è più una preoccupazione, ma un campo da seminare.

In fondo, con lo sguardo dell’Assoluto, prendere una strada o un’altra è equivalente e tutto ciò che si sceglie è giusto.

La moralità diventa meno interessante, anche se utile ai livelli più basici dell’esistenza.

Ad un certo punto resistere diventa spossante e sembra persino possibile affidarsi alla propria voce interiore.

“Fare come se” aiuta a spostare i limiti e a scrivere di un viaggio più avventuroso. La realtà è ciò che è ed è come la si danza. I desideri sono infiniti per il bisogno di infinito.

Pura gioia mi abita, seppure velata a volte da una Luna nostalgica: nostalgia della mia casa perduta dove abita pura essenza vivida, inquieta, selvaggia, libera.

Il viaggio è un ritorno?

Ma tu prendi il tempo buono, perché presto finirà e goditi il tempo cattivo perché anche quello non durerà. (David Riondino)

Evviva l’estate di belle speranze.

(Con colonna sonora)

È ferragosto e, al netto del caldo, dei grassi saturi e dei balli gruppo a bordo piscina, sono viva!

Che grande occasione, posso ancora giocare: chi vuole il discanto se lo pigli, io mi tengo il canto di un’estate che dovrebbe non finire mai!

Sto bene, il cuore è aperto. Tutto contengo, sono goccia e oceano. Sto tra fragilità e forza, in bilico.

Trovo la mia strada camminando, apprezzo le soste del cammino. Sperimento la vita, ogni giorno è un dono. Ogni giorno vivo molte vite, ogni giorno è il primo.

Avere una moltitudine di direttrici di futuro è aprirsi alla vita e creare spazi. Continuo a seminare in un campo di infinite possibilità. L’anima ancora non si contenta, ancora non è stanca.

Anima mia, che progetto hai tu per me? Quali semi del mio campo cresceranno?

Tutto il mio essere è in stato ricettivo. Tutto intorno è un mercato di meraviglie e tutto fiorisce solo grazie a qualcosa o a qualcuno: nel cuore lo spazio per la gratitudine è il veicolo per la beatitudine e tutte le cose belle che arrivano.

Realizzo in questo giorno di festa che la vita accade istante dopo istante. Che la vita accade nell’eternità. Quello del tempo è un concetto utile, ma sopravvalutato. Mi scopro a-temporale. Non è una figata?

E tu? Di che vivi? Hai già scoperto il tuo giardino incantato?

Il diritto alla nostalgia (e sogno ancora di case)

E sogno ancora di case.

Sabato mattina, il risveglio è lento e pigro. Dentro, la sensazione di un sogno. Provo a ricordarlo. Ci siamo io, alcuni miei vicini e uno strano condominio. Appartamenti che nascondono altri appartamenti, spazi comuni ricavati da taluni all’insaputa di talaltri. E sfocate immagini di cose che accadono.

Non è la prima volta. I sogni di case ritornano, mai uguali e in molteplici varianti architettoniche, ma non solo. Ci sono la casa rifugio e la casa confine, la casa desiderio e la casa prigione. Case accoglienti e altre no. Case inquietanti, vuote e silenziose e case festanti.

E come dopo ogni sogno di case, anche stamattina ho pensato a mio padre. Han preso forma i ricordi, il senso di mancanza, la nostalgia e quel battere i piedi di bambina arrabbiata che lo rivuole indietro, che non ne ha avuto abbastanza. Dopo ogni sogno di case torno bambina, quella bambina che lo seguiva nei cantieri, che osservava con occhi pieni di meraviglia la nostra casa prendere forma. La sua idea di casa, la conferma del suo valore di marito e di padre.

La casa, nel sogno, si rivela anche con tutto il suo valore simbolico. Fondamenta, mattoni, cemento, altezze, ampiezze, porte, finestre, scale e tutto ciò che può contenere come oggetti, persone, storie e vibrazioni per una miriade di significati e sensazioni, a ognuno le sue. La casa è molto di più di un luogo fisico: è radicamento, è protezione, è sicurezza. E’ abbraccio rassicurante, è spazio di riposo, senza pretese. E’ lo spazio in cui ci si prepara al fuori, alla conquista, alla prestazione del dover essere.

La casa è mio padre, la sua energia, la sua presenza sottile e sottesa ad ogni cosa, il suo essere lui in me. E’ questa energia ciò che sento e che cerco e che giorno dopo giorno sono “costretta” a ricrearmi da me.

Se sono stanca? Sì, a volte lo sono. Se resisto? Sì, certo, resisto. Se posso farcela? Sì, ce la metto tutta, faccio quel che posso. La mia parte adulta fa da padre alla mia parte bambina frignosetta e smarrita. Quasi sempre. Ma non dopo un sogno di case. Anche lei ha diritto alla nostalgia.

La percezione dell’essere

Hai mai sentito di esistere? Ci sono istanti rari e assai preziosi, così brevi da essere molto vicini all’eternità, in cui percepisci in maniera profonda l’esistenza. Cioè, non il semplice fatto di sapere, con la testa, che sei vivo e che esistono (forse) delle cose fuori di te, ma la pura percezione di te e del tuo corpo che vibra e si muove dentro, la percezione delle tue cellule che respirano, del tuo sangue che scorre nelle vene, dello spazio che occupi, del tuo gravare sulla terra, della tua pelle sfiorata dall’aria.

A me è successo oggi, passeggiando con il mio cane, in un parchetto pubblico. Dato che non puoi stare in uno stato di grazia per più di qualche istante senza essere ricoverato in psichiatria, ho cercato di non dare troppo nell’occhio, perché il paese è piccolo e la gente mormora, 

Questi momenti, se li hai vissuti, passano veloci come un treno in corsa, e ti lasciano sulla banchina della stazione tutto spettinato, con le mani sopra le orecchie, con il cuore che batte per lo spavento. Perché spaventa un po’ sentirti vivo per davvero e non fare solo finta come nella drammatica commedia che reciti come tutti per stare al mondo. Sono momenti che hanno il potere di sospendere il tempo lineare, farlo precipitare in un buco nero e farti sentire la tua essenza di essere libero, senza inizio e senza fine. Sì, perché in quei momenti non hai una età, la vita che percepisci in te è sempre la stessa e non dipende da nulla al di fuori di te.

Capita, a volte, questa magia, quando te lo ricordi. Quando ti ricordi di guardarti come da sopra. Quando ti ricordi di mettere i tuoi pensieri dietro le quinte e di stare nell’adesso, quando ti ricordi di respirare, quando ti ricordi di rallentare, quando ti ricordi di agire in presenza di te, quando ti ricordi di usare i tuoi sensi come se fossi appena nato e tutto ti è sconosciuto, senza nome, senza storia, tutto è solo pura prima percezione. Cos’è quel tremore della tua pelle a contatto con l’aria fredda? E come si distende il tuo corpo al tepore del sole! E l’albero qui vicino come lo senti? Ora cercherai gli occhi di uno sconosciuto per vivere per un attimo in lui e lui in te. Quando si dice essere un tutt’uno con l’universo.

Forse questa esperienza è un dono, forse l’esito di un cammino, forse la ricompensa di uno sforzo consapevole, forse frutto di un allenamento alla gratitudine e al non dare niente per scontato. Ma se ti accade una volta, poi ne vuoi ancora e ne puoi ancora. Gioia e libertà sono ontologiche.

 

 

L’aria frizzante di Natale

Sarà che ho perso due chili e mi sento più leggera e forse ho anche spazio per accogliere qualcosa di nuovo, sarà che sono diventata più ricettiva e sensibile a forza di chiederlo, sarà che mi sento un po’ vecchia zia, complice l’età che avanza, ma quest’anno sento in modo particolare lo Spirito del Natale.

In realtà non mi pare di avere niente da dire di particolarmente urgente, interessante, intelligente o ironico. Mi sembra di essermi sintonizzata come al solito su ciò che mediamente ci si aspetta di fare e di dire in questo periodo dell’anno, con tutta la socialità a discapito della sacralità, con una sana propensione al consumismo più che all’ascetismo, eppure…

Eppure l’aria non è la stessa, l’energia è diversa, c’è qualcosa di frizzantino nell’etere e non è il freddo e neanche lo spumante. C’è, a tratti, mi pare, uno Spirito diverso, un sottofondo di gioia che vuole alzare il volume, un’idea di vita come festa che vuole uscire dallo sfondo e farsi protagonista.

Natale, con tutte le sue esternazioni di colori, luci, oggetti, è un periodo dispensatore di un’energia di amore che c’è indipendentemente dalla proprie credenze o convinzioni. E il fare doni è un atto di amore che porta gioia e apre il cuore, forse il vero dono è sempre la gioia. E la gioia è (dovrebbe essere) lo stato naturale dell’essere. Il Natale lo ricorda ogni anno, o almeno ci prova, e prova a scuotere con il suo eccesso di visibilità e di rumore tutti noi lì a fare quelli che van sempre di fretta, con la faccia seria e tirata. Che pesantezza!

Se rimango più sintonizzata sullo stress che questi giorni (che tutti i giorni) mi procurano, allora non riesco a sentire la magia delle delle cose belle, a celebrare la semplice e miracolosa sensazione dell’essere viva e a sentire il cuore che trabocca. Se invece solo provo a vedere tutto ciò che appare essere fuori di me come simbolico, come entità, allora sì che riesco a riconnettermi allo Spirito Natalizio e alla magia di quando ero bambina. Ma anche allo Spirito e alla magia di sempre e dell’istante. Si tratta di andare oltre la superficie, anzi  di accendere la superficie e infonderle un nuovo senso, un nuovo intento.

C’è un’idea di bene e di buono, di bello e di vero che si materializza nelle vetrine illuminate, nelle tavole imbandite, nei locali chiassosi di risate e di brindisi, nell’attesa dei bambini. L’entità del Natale, il suo Spirito… ma la sentite anche voi quest’aria frizzantina?

Tracce di viaggio.

Il vento a Gerakas e i tartarughini in cerca del mare. Ce l’avranno poi fatta?
La bruschetta con le alici di Porto Mela a Dafni. Che Dio benedica la cuoca!
Dafni beach col mare piatto.

La vista col fiato sospeso sui faraglioni di Keri.
Qualche paura superata.
La salita dalla spiaggia di Xiagi e l’angelo della strada, (sì, di motori gli uomini ancora se ne intendono di più).

Paolo’s Corner, la taverna.
La super luna dalla casa di Lata.

Le capriole con Monica nel mare di Alykes.
L’acqua che tonifica.

Le strade in mezzo agli ulivi, la terra rossa.

Il monaco ortodosso del monastero di Agios Georgios, così bello!

La serata del pane e spritz, le risate per poco, i pensieri leggeri e profondi.

E poi quello che non ti aspetti, come la pioggia in barca, i parcheggi gratuiti e i croissant che san di burro.

Infine, quell’impressione di me lasciata a Zante, l’impronta dei miei piedi nudi e la scia dei miei sensi accesi, miracolo di questo Mediterraneo che in ogni dove sembra custodire qualcosa di me che ancora non so.

Donna, svegliati è primavera!

La primavera irrompe nella mia vita quando quasi non pensavo più che potesse accadere di nuovo. Quasi mi stavo rassegnando ad un quotidiano a corto di luce, scaldato artificialmente, abituata ad uscire di casa appesantita e a passo svelto per sentire meno freddo, con i collant 100 denari a prova di pelo.

Poi, ad un certo punto, mi accorgo che tutto è già cambiato, che improvvisamente si impongono colori, profumi e suoni che avevo dimenticato potessero esistere. Improvvisamente mi rendo conto che non posso più rimandare la dieta e con terrore guardo la parte dell’armadio dove riposano i vestini a fiori, le camicie sbracciate, le gonne corte. Cambiare emisfero rimane una possibilità per non andare incontro alla catastrofe, ma non è una scelta facile e comunque non è alla mia portata.

Mi guardo allo specchio e vedo i segni di un altro inverno passato, delle calorie mai smaltite, della sedentarietà. E vorrei avere la bacchetta magica per rimettere tutto a posto in fretta, senza soffrire o spendere fortune in cerette, massaggi drenanti, succhi di betulla e tisane al tarassaco. Certo, adesso pensare al mare fa meno nostalgia e più allegria, ma solo col caftano pure sotto l’ombrellone. Guardo il deserto dei tartari sul mio terrazzo, mentre tutto intorno è un dipinto di Monet, e in quell’istante realizzo che arriverà il giorno dello shopping compulsivo al vivaio dove acquisterò senza criterio, ma con entusiasmo, sementi già fuori tempo massimo e l’ennesimo paio di guanti da giardinaggio.

Eppure, nonostante l’ansia da prestazione, è così maledettamene difficile essere di cattivo umore in primavera. Se non altro perché ci sono cose che la nuova stagione fa uscire dallo sfondo delle mattine nebbiose e fa brillare ogni dove io posi lo sguardo.

E allora, per la serie “cose che avevo scordato e che la primavera ridesta in me”, ecco una cinquina di semplici verità, un elenco non esaustivo di ovvietà a cui mi fa bene pensare:

  • i drammi sono passeggeri, non vanno presi troppo sul serio, neanche la cellulite
  • la vita trova sempre un modo perché ha sempre un perché e quando la vita si allarga si cambia taglia e bon
  • innamorarsi entrerà di nuovo nel campo delle possibilità, magari stavolta anche in quello delle probabilità
  • sbocciare richiede tempo e pazienza e il sacrificio del seme, ma c’è sempre un vaso che aspetta
  • l’inverno non è mai l’ultima parola, perché l’ultima parola è….zuzzurullone!

Mi ri-sveglio, è primavera…

Capodanno – acrostico

Come di consueto

Attendendo giri di valzer

Preparo la prima tavola dell’anno:

Ordini e divieti sono banditi

Doveri e fatiche lasciati al passato

Anche le promesse non sono più nel menù.

Niente che non mi piaccia per davvero

Nessuno che mi tiri per la giacchetta

Ora solo dieta sana… e stretta!

Nota: Un acrostico è un componimento poetico o un’altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.