Il diritto alla nostalgia (e sogno ancora di case)

E sogno ancora di case.

Sabato mattina, il risveglio è lento e pigro. Dentro, la sensazione di un sogno. Provo a ricordarlo. Ci siamo io, alcuni miei vicini e uno strano condominio. Appartamenti che nascondono altri appartamenti, spazi comuni ricavati da taluni all’insaputa di talaltri. E sfocate immagini di cose che accadono.

Non è la prima volta. I sogni di case ritornano, mai uguali e in molteplici varianti architettoniche, ma non solo. Ci sono la casa rifugio e la casa confine, la casa desiderio e la casa prigione. Case accoglienti e altre no. Case inquietanti, vuote e silenziose e case festanti.

E come dopo ogni sogno di case, anche stamattina ho pensato a mio padre. Han preso forma i ricordi, il senso di mancanza, la nostalgia e quel battere i piedi di bambina arrabbiata che lo rivuole indietro, che non ne ha avuto abbastanza. Dopo ogni sogno di case torno bambina, quella bambina che lo seguiva nei cantieri, che osservava con occhi pieni di meraviglia la nostra casa prendere forma. La sua idea di casa, la conferma del suo valore di marito e di padre.

La casa, nel sogno, si rivela anche con tutto il suo valore simbolico. Fondamenta, mattoni, cemento, altezze, ampiezze, porte, finestre, scale e tutto ciò che può contenere come oggetti, persone, storie e vibrazioni per una miriade di significati e sensazioni, a ognuno le sue. La casa è molto di più di un luogo fisico: è radicamento, è protezione, è sicurezza. E’ abbraccio rassicurante, è spazio di riposo, senza pretese. E’ lo spazio in cui ci si prepara al fuori, alla conquista, alla prestazione del dover essere.

La casa è mio padre, la sua energia, la sua presenza sottile e sottesa ad ogni cosa, il suo essere lui in me. E’ questa energia ciò che sento e che cerco e che giorno dopo giorno sono “costretta” a ricrearmi da me.

Se sono stanca? Sì, a volte lo sono. Se resisto? Sì, certo, resisto. Se posso farcela? Sì, ce la metto tutta, faccio quel che posso. La mia parte adulta fa da padre alla mia parte bambina frignosetta e smarrita. Quasi sempre. Ma non dopo un sogno di case. Anche lei ha diritto alla nostalgia.

Senza nostalgia

Imperatrice
Lo sguardo del tipo che mi squadra
Tubino nero
Tacco
Tavolo che guarda al tramonto
Tagliolini alle vongole
Contatto il mio piacere
Voglia di dolce
La crème brûlée
E la mezza bottiglia di vino provenzale
Costata troppo cara
Ma madame, non ha visto la lista?
Sorrido
La coppia di anziani col cane alla mia sinistra sodalizza.
Metto in conto la luna rossa e il mare, che posso quasi toccare
Ultima sera 
Senza nostalgia
Mordo la vita

Quello che ci vuole

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“La nostra vita non è determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla.” (James Hillman)

Guardo i miei figli e mi ritrovo ad avere pensieri da signora di mezza età. Curiosa di vedere che sembianze prenderemo tutti noi nei tempi a venire, mi sento allo stesso tempo preda della nostalgia del tempo magico dell’infanzia, quando le risate erano a crepapelle, i pianti tragici e definitivi e le paure passavano con una notte nel lettone.

E il ricordo di loro bambini mi sembra tutto ciò che ho di loro, tutto ciò che ha valore e spessore, adesso che sono così sfuggenti, prepotenti, altezzosi, maschi ventenni. E il ricordo di me bambina e di tutte le me passate mi fa vivere stati d’animo diversi: meraviglia, incredulità, indulgenza, distacco, compassione, ammirazione. Dovrebbero condannare la funzionalità “riscopri questo giorno” di Google Foto per procurata malinconia colposa. Ma in fondo, che male c’è ogni tanto a crogiolarsi nello story telling del tempo beato che fu?

Resteranno allora le immagini fantasmatiche dei Natali passati a ricordarci chi eravamo e quanto amore c’era, a mostrarci quanto siamo cresciuti e quanto siamo invecchiati. E con loro emergeranno i rimpianti per cui ci perdoneremo, perché è l’unica cosa che possiamo fare. Le frasi non dette, i baci schivati, gli abbracci mendicati saranno il nostro tesoro perduto, gesti incompiuti in attesa di una resa.

Eccomi qui con il bicchiere di vino in mano a contemplare l’enormità di questa nostra avventura, di questo legame per la vita, a brindare per il coraggio che ci vuole per uscire dal porto, ma anche per restare a guardare e a salutare senza fare drammi. Forse però non sono così pronta a disfare il nido ed è tempo che io lo diventi, è tempo che io prepari il sentiero interiore per questo passaggio. Ora ci sono quasi solo io e la più bella versione di me ancora da scrivere. Ma tutti abbiamo il nostro gran bel da fare, mes amis, finché ci incontreremo di nuovo e nuovi sull’altra riva. E una dose extra di fiducia è quello che ci vuole, se proprio devo chiedere qualcosa. E che lo sguardo sia indulgente e che l’infanzia sia con noi, sempre.