Volesse il Cielo

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E’  già settembre, un tempo avrei fatto bilanci, ora sento che la contabilità non può aiutarmi a definire i più e i meno del mio cammino. Forse sono in un punto di pareggio, mentre attendo  che le cose prendano forma senza un mio intervento, così da indicarmi una direzione che non so pensare. E’ come trovarsi sulla linea di partenza senza sapere quando scatterà il via e senza sapere ancora verso dove correre e perché.

E comunque in questo momento tutto sembra più grande di me. Guadagnare più soldi, cambiare casa, seguire i figli, riordinare gli armadi, perdere 4 kg, smettere di fumare, trovare un fidanzato…

Sto pensando allora di prendere tutte le mie  domande e le mie preoccupazioni e di spostarle in Cielo. Così, giusto per alleggerirmi un po’. Mi hanno detto che gli antichi lo facevano, è così che sono nati gli dei. Una pena d’amore? Ci pensa Venere! Una battaglia impegnativa? Si chiede aiuto a Marte! Semplice no? Perché, mi hanno detto, il cielo sa sempre come risolvere i problemi.

Poi mi hanno detto di aprire bene gli occhi. Perché il Cielo trova sempre un modo per comunicare le sue risposte. Solo che i segnali che manda sono spesso insoliti, velati se non addirittura mascherati, e anche ora con il 5G non è detto che sia più  facile riconoscerli. E poi arrivano quando vuole lui. Così sembra che sia meglio stare con i sensi all’erta, senza distrarsi troppo con altre faccende o pensieri oltre lo stretto necessario.

Mi hanno detto allora di cominciare a collaborare. Per esempio, quell’orrendo puzzle gigante della nonna che sentimentalmente non riesco a togliere dalla parete del soggiorno, potrebbe tenere lontano qualcuno che vuole regalarmi un Picasso. Anche pensare al vecchio amore scappato con la ventenne ucraina potrebbe ostacolare. Per esempio perché potrei non accorgermi del bel signore che mi ammicca già dal reparto salumeria e che ora alla cassa mi fa passare avanti col mio carrello carico di provviste che neanche dopo Cernobyl, lui che ha solo due birre.

Perché è cosi che fa il Cielo, mi hanno detto: offre possibilità. Se poi la  mente è intasata più della pancia di Salvini dopo la merenda? Beh… allora sono cavoli. I rimedi? Mi hanno detto che basta buttare i puzzle e gli ex, evitare la nutella, ricominciare a mangiare salame anche solo saltuariamente, ma soprattutto, come più o meno dicevano gli antichi, meditare gente, meditare…

Così, va da sé che per vederci bene due occhi non bastano più, ce ne vuole un terzo in mezzo alla fronte, più adatto allo scopo. Mi hanno detto che poi comunque il cielo aiuta sempre gli audaci, anche se i più dicono sia la fortuna.

Meditare e osare, insomma. E’ già settembre,  volesse il Cielo che fosse il mese giusto per cominciare!

THE GREAT GIG IN THE SKY Ancora sui desideri e sulla nuova soglia.

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La voce su quel lungo assolo della celebre canzone dei Pink Floyd è l’unico suono che emetterei ora se ne fossi così capace.

Sintesi pazzesca di finito e infinito, di paura e libertà, di angoscia e meraviglia dell’essere.

L’essere in quanto pro-getto. L’essere gettato in avanti, l’unica direzione possibile verso una meta certa, la finitezza che dà senso al tutto e che esaurisce l’esperienza della vita terrena. E in questo gettarsi in avanti stanno le infinite possibilità che si aprono ad ognuno, gli infiniti corsi dell’esistenza.

Sulla soglia dei cinquant’anni mi sento come bloccata. Sento nascere in me nuovi desideri e cerco nel passato le loro origini dimenticate. Sento che ancora non riesco a dare loro gambe e a fare un balzo verso una direzione chiara. Eppure c’è forte questo impulso a gettarmi in avanti, sospesa tra la curiosità di scoprire cosa ancora mi inventerò e la fatica dovuta a tutta quell’energia che metto nel controllo, nel trattenere, nel riempire i vuoti.

Tempo di attesa a tratti snervante e a tratti mi snervo, salvo sprazzi di gioia senza motivo (leggi causa) e piccoli desideri che si avverano in  modo inaspettato, che ti insegnano la fiducia e che ti insegnano che occorre stare molto attenti a come li si esprime per evitare situazioni imbarazzanti. Ma dicono che tutto faccia  il suo corso, tra errori e omissioni e qualche bel colpo andato a segno. E’ la vita, bellezza!

Su questa nuova soglia, il mio urlo lanciato nel cielo, che tanto vorrei assomigliasse a quello di Clare Torry nel disco, sarebbe l’apice di un orgasmo cosmico, la massima espressione del mio mondo interiore e anche la manifestazione vibrazionale di una presenza materica da cui non posso prescindere e che mi dà forma. Sarebbe anche la mia più grande dichiarazione di resa, quando la forma stanca e si sostituisce il cercare con il trovare.

And I am not frightened of dying. Any time will do, I don’t mind. Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it, you’ve gotta go sometime. I never said I was frightened of dying. I never said I was afraid of dying.  (Richard Wright)

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In attesa di sbocciare, mi alzo anche oggi.

Come un fiore aspetta il segnale della primavera,

io aspetto i segni della Vita

per capire la retta via.

E sono solo alla colazione.

Confusa, non so neanche più bene

cosa scrivere nel mio copione.

Cosa desiderare se non di poter dire

“oggi sono io”, come canta Mina?

Ma perché non chiedere aiuto quando si può?

A cosa servono le Guide e gli Dei?

A cosa servono gli Angeli?

Allora mi rivolgo a loro,

davanti allo specchio.

Prendo i miei punti di domanda e li metto in Cielo.

E intanto chiedo di aiutarmi

ad aprire le braccia,

a rilassare ogni mio muscolo che non serva all’azione,

a sorridere e

ad affrontare ogni giorno vibrante e stante.

Poi sono in auto e arrivano delle risposte.

L’occhio mi cade su due targhe di fianco,

una dietro l’altra, numeri palindromi:

303 e 404.

Guardo il cruscotto e l’orologio segna le 8 e 08.

A casa, consulto il libro Angeli e Numeri di Doreen Virtue.

Buone notizie.

E sono ai giardini col cane,

mi siedo al sole, su una panchina.

Mi viene un “grazie”.

E  tutto si fa chiaro.

… Come ho fatto a dimenticare che non sono da sola?

Fuoco e Benzina

Ma i ragazzi sono in strada, i ragazzi stanno bene. Non ascoltano i consigli e hanno il fuoco nelle vene. Scaleranno le montagne e ammireranno la pianura. Che cos’è la libertà? Io credo: è non aver più paura (Negrita)

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Accompagno mio figlio più piccolo, ormai quasi diciassettenne, al concerto dei Dark Polo Gang. La mia missione è solo quella di portare lui e sui amici davanti al Fabrique in orario e sani e salvi, che ci penseranno loro poi a sfarsi durante la serata. Durante i quaranta minuti abbondanti di viaggio in auto regna il silenzio e l’ascolto attento di coloro che di lì a poco si esibiranno dal vivo. Ogni tanto chiedo di abbassare il volume che non sento il navigatore, anche se in realtà mi sento parecchio infastidita dai testi e dalle sonorità cupe. Finalmente li mollo e durante il viaggio di ritorno cerco la catarsi con Radio Italia anni ’60. Devo dire che non l’ho trovata, ma questa è un’altra storia.

Comunque poi ci provo. Ascolto Emis Killa, Tedua, Salmo, Achille Lauro, Dark Polo Gang and company guidata da una domanda: cosa mi dicono dei miei figli, cosa dicono di me? Se si riesce a superare la tentazione di  liquidarli come rappresentanti dell’anticristo, rovina della meglio gioventù italica, se si riesce ad andare oltre alle carenze vocali e ai difetti di dizione, se si riesce a sopportare il fastidio provocato da un linguaggio troppo spesso troppo esplicito, insomma, se si riescono a sopportare almeno cinque canzoni di fila, allora si può dire di essere sulla buona strada del perdono e dell’accettazione della realtà tutta per ciò che è.

Riconoscere ciò che è, come prima cosa.

E i miei figli sono quegli umani lì, che ascoltano tutto il giorno quelle parole lì, e quelle parole lì sono quelle in cui si riconoscono, in cui trovano un senso a ciò che senso non ha, ma ancora non lo possono sapere. Rabbia, misoginia, sessismo, cinismo, individualismo sfrenato, vuoto affettivo, povertà intellettuale, povertà materiale, sogni col fiato corto, futuro (e potere) senza immaginazione. E una lettura disincantata e didascalica del mondo.

Paura, che altro?

Quanta paura c’è dentro questi figli? Ancora lontani dall’essere uomini, una identità incerta che si fa forte con i bianchi e i neri, ancora incapace di accogliere le sfumature, ognuno alle prese con la fatica di crescere che poi sarà fatica di stare al mondo, giustamente terrorizzati solo all’idea di entrare in contatto con sé, apparentemente incapaci di apprezzare la bellezza semplice di un tramonto o di una poesia. Quel linguaggio lì è quello di questi loro tempi, è il linguaggio capace di esprimere la loro rabbia e la loro impotenza, le loro rozze domande, le loro esperienze di ragazzi, quelle che si vivono lontano dagli occhi dei grandi. Quello che sento io è quello che sento io, da fuori, loro invece sono dentro, sono i protagonisti della loro storia attuale e che posso fare io se non stare a guardare con un misto di fede, tenerezza e com-passione la loro paura, così uguale e così diversa dalla mia?

Qualche volta, lo confesso, di nascosto, ballo e canto le loro canzoni, alcune sono belle anche per me, le meno truci, e mi accorgo che anche in questo universo di vita vissuta alla periferia della Vita c’è, talvolta, spazio per la bellezza e la poesia, laddove si accende la scintilla dell’innamoramento e dell’amore. Quel fuoco e benzina che non trova dove e cosa bruciare, può ardere almeno per qualcuno e può fare uscire dalla torre e fare calare la maschera… E questo vale per loro, come per me, per tutti, universalmente… …Con tutta questa voglia di brillare su in cielo e di scordarmi chi ero senza di te….

In fondo, i ragazzi stanno bene, io non lo so.

 

 

 

 

Call to non-action

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Tutti i problemi dell’uomo provengono da non saper stare fermo in una stanza. (Blaise Pascal)

“Se non faccio qualcosa muoio”, lo dice sempre mia madre Mia nonna la chiamavano Maria Marcia, nel senso che era sempre in movimento, in marcia appunto, e non si sedeva mai sul divano per non essere troppo comoda.

Capite bene la mia fatica a stare nel non fare. E quanto così detto lavoro su di me io stia facendo per conquistarmi il diritto alla pennica.

Per esempio oggi, in piedi dalle sei, dopo  avere lavorato abbondantemente dentro e fuori casa, torno alle quattro del pomeriggio e mi metto a riordinare documenti e a pagare conti in sospeso. Quindi, lì davanti al pc, tanto per fare, guardo Linkedin, un  social da me poco frequentato, nella speranza di trovare chissaché. Tiro così le sei di sera. E adesso? Mi metterei sul divano in totale relax, ma forse c’è qualcosa d’altro che potrei fare. La lavatrice? Già fatta stamattina e ho anche steso. Potrei forse mettermi al lavoro sul mio libro, ma non mi sento particolarmente ispirata. Piuttosto allora potrei programmare un post su Facebook e Istagram o pensare alla autopromozione, ma mi si chiudono gli occhi.

Potrò essere stanca? Potrò oziare qualche volta senza sentirmi in colpa verso qualcuno o qualcosa? Potrò?

Allora quasi decido di mettermi sul divano, per leggere però il libro iniziato da qualche giorno. Mi sembra un buon compromesso. E se mi addormento un poco pazienza. Certo che il rischio è grosso, addormentarmi a quest’ora a ridosso della cena da preparare… uffa, fossero le sette avrei la scusa di andare in cucina a trafficare.

Mah… quasi quasi mi arrendo, però prima un post lo voglio scrivere sì, facile facile, per esempio cerco qualche bella citazione da commentare e una bella foto e provo a coinvolgere i miei follower.

Ma che delirio. No, dai mi arrendo… si però prima scrivo almeno questo pezzo, così mi metto sul divano con la coscienza a posto, almeno posso dire di avere prodotto, almeno posso dire di avere fatto la mia parte, almeno posso dire di essere stata efficiente. Almeno.

Però, però…e se poi portassi fuori il cane?