A un passo

Pigato Punta Crena

Sa di Varigotti  e Varigotti sa di infanzia.

Baccalà fatto bene. Lo gusto coi suoi tempi, non con quelli della mia voracità.

Fuori vento freddo. Il mare è a un passo, ma non lo vedo.

Vicoli tanti da smarrirsi, sporchi e misteriosi.

Vento freddo.

Lo comprendo, perché sono a Genova a novembre.

Cammino piano per salite e per discese, il mio passo di pianura non capisce subito, ma poi si arrende.

Ci soni negozi ancora veri. Voglio dire, più veri che a Milano.

Il mare è a un passo, posso anche non vederlo.

Posso anche non vederlo sempre, voglio dire.

Mi basta sapere, che è a un passo da me.

Ci vuole coraggio…a compiere gli anni!

Passato da poco il giorno del mio compleanno mi dico che oramai ci vuole coraggio a compiere gli anni.

Coraggio significa avere cuore e i compleanni, soprattutto dopo un certa, andrebbero vissuti con il cuore.

Come potremmo altrimenti accettare di avere un nuovo segno sul volto o ascoltare le nostre gambe stanche? Come potremmo solo con il volere liberarci dalle nostre ragioni, dai nostri principi, dai nostri giusto e sbagliato?

Il coraggio è anche quello di riuscire a tagliare con ciò che non aggiunge più nulla, che non dà e che non prende valore, con il parlare al vento e di tutto e di niente, di tutti e di nessuno.

Il coraggio di scegliere con chi accompagnarsi e quando stare da soli, di non convincere gli altri delle proprie ragioni, di non perdere più tempo dietro a cose che non ci fanno vibrare.

Ma c’è anche il coraggio di andare ancora per strade che non conosciamo e che ci chiamano da tempo. L’essenza che ci abita è sempre bambina, la nostra sensazione di esistere è come allora intatta e pronta a rivitalizzarci ogni qual volta ci colleghiamo con essa.

Vivere con il cuore non ci affatica, al contrario ci nutre e ci aiuta a fare un passo nuovo ogni giorno, a ogni età.

Liberiamoci dall’abitudine di essere noi stessi!  Se non è successo prima, dopo i cinquanta dovremmo averne abbastanza! Non siamo stufi di ripeterci: “sono fatto così?”

C’è un tempo che ci vuole presenti oltremisura, presenti fino al midollo delle ossa, e questo è il tempo della maturità. In questo tempo possiamo finalmente vivere nella pienezza ogni momento, ogni azione, ogni parola e sentire che stiamo aprendo un dialogo con l’eternità. La vita materiale finisce, ma ogni gesto compiuto in presenza si consegna all’eternità. Non si spiega, si sente con il cuore.

Auguro a ognuno compleanni coraggiosi e il coraggio delle molteplici fini e dei molteplici inizi, che la vita cambia sempre e noi con lei.

A chi oggi puoi dire addio? A chi dai il benvenuto?

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità… (F. Guccini)

Evviva l’estate di belle speranze.

(Con colonna sonora)

È ferragosto e, al netto del caldo, dei grassi saturi e dei balli gruppo a bordo piscina, sono viva!

Che grande occasione, posso ancora giocare: chi vuole il discanto se lo pigli, io mi tengo il canto di un’estate che dovrebbe non finire mai!

Sto bene, il cuore è aperto. Tutto contengo, sono goccia e oceano. Sto tra fragilità e forza, in bilico.

Trovo la mia strada camminando, apprezzo le soste del cammino. Sperimento la vita, ogni giorno è un dono. Ogni giorno vivo molte vite, ogni giorno è il primo.

Avere una moltitudine di direttrici di futuro è aprirsi alla vita e creare spazi. Continuo a seminare in un campo di infinite possibilità. L’anima ancora non si contenta, ancora non è stanca.

Anima mia, che progetto hai tu per me? Quali semi del mio campo cresceranno?

Tutto il mio essere è in stato ricettivo. Tutto intorno è un mercato di meraviglie e tutto fiorisce solo grazie a qualcosa o a qualcuno: nel cuore lo spazio per la gratitudine è il veicolo per la beatitudine e tutte le cose belle che arrivano.

Realizzo in questo giorno di festa che la vita accade istante dopo istante. Che la vita accade nell’eternità. Quello del tempo è un concetto utile, ma sopravvalutato. Mi scopro a-temporale. Non è una figata?

E tu? Di che vivi? Hai già scoperto il tuo giardino incantato?

Nomadland e Black Tea: il racconto di due visioni antropologiche.

Due mondi, due film, due visioni del futuro

Di solito non mi avventuro a scrivere articoli che richiedano un certo impegno intellettivo. Preferisco stare sull’immediatezza, sulla freschezza di quel sentire dentro o fuori l’attimo, quando la vita diventa un’oasi di parole, il significato di qualcosa che non voglio perdere.

Ma oggi esco dalla mia comfort zone anche se non dovete temere: vi risparmio pseudo-recensioni cinefile intellettualoidi. Per quelle, internet è pieno di contenuti ben fatti (e sapete trovarli).

Voglio solo condividere quello che mi ha lasciato la visione, a distanza ravvicinata, di due film molto diversi, che mi hanno aperto una finestra su due antropologie opposte, due orizzonti per il nostro cammino evolutivo: l’immagine di una fine e quella di un nuovo inizio.
La brutta notizia? Il centro del mondo non siamo più noi, quelli che ancora si fanno belli con l’idea di civiltà evoluta. Ma questo, se Dio vuole, è anche la bella notizia.

Nomadland è un film del 2020 diretto da Chloé Zhao con protagonista la splendida e bravissima Frances McDormand, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jessica Bruder e vincitore di svariati premi. Al di là della bellezza cinematografica, quello che mi ha colpito è il suo cuore narrativo: la fine della civiltà occidentale a egemonia yankee. Una società iper-individualistica dà come risultato necessario una solitudine esistenziale senza rimedio. Restano rovine: legami spezzati, deserti di strade, lavori alienanti e mal pagati, esistenze nomadi che fuggono dai lutti, dai fallimenti, dalla perdita del lavoro, dei diritti, della dignità.
Le strade di Nomadland non uniscono: dividono e ci conducono a morire soli.
È un mondo che lascia dietro sé tutto ciò che ci ha fatto male, senza però guarirlo.
C’è qualche tentativo di comunità, sì, ma sembra sempre un gesto troppo fragile, costruito sul baratto di oggetti di scarso valore e sul ricordo di chi non c’è più. Non ho trovato nulla di romantico o di vagamente attrattivo in questa idea di libertà e di viaggio, il mito della cultura americana non ispira più come un tempo. Il nocciolo di Nomadland è la rappresentazione di un mondo morente. Un uomo senza legami, passato o futuro, svuotato di desideri e progettualità.
Se questa è la nostra eredità occidentale, è tempo di guardare altrove.

Ed è lì che entra in scena Black Tea, film del 2024 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, in lingua originale francese e mandarino, per un’esperienza visiva e culturale autentica.
In Black Tea si apre la visione di una civiltà multicentrica e traboccante, come il tè offerto in mille varietà, anche se la pianta è una sola.
Qui i protagonisti, africani o cinesi che siano, sono indaffarati a loro modo a costruire ponti tra le persone, tra le culture, tra passato, presente e futuro. La famiglia è il luogo di origine da cui si parte per evolversi, ma a cui si ritorna per guarire, ed è anche l’orizzonte più vasto della grande famiglia umana.
Sanare le ferite, comprendere i dolori, trasformare i tradimenti sono azioni che producono effetti benefici che vanno ben oltre i singoli attori del dramma. Qui la risposta alle piccole o grandi tragedie individuali non è la fuga dalle persone o dalle situazioni che ci fanno stare male: Black Tea propone la via dell’incontro come risposta al trauma. E’ alchimia.
C’è una scena bellissima, in cui Aya — la protagonista — invita l’uomo che ama a riconciliarsi con il proprio passato, dandogli la possibilità di raccontare alla sua ex moglie la storia della figlia nata da un tradimento.
Il messaggio è semplice e rivoluzionario: mi libero con te, non contro di te.
Siamo parte di una rete, di un campo di infinite possibilità. E questo mondo multiculturale, spirituale, tecnologico e profondamente umano è già qui, pronto a essere abitato, se solo smettiamo di guardarlo con occhi pieni di pregiudizi coloniali.
Black Tea è una finestra su un futuro che è già iniziato, e che ci invita a esserci.

Insomma, se in Nomadland ho colto soprattutto tristezza e desolazione, in Black Tea ho colto la delicatezza, la bellezza, la possibilità e la necessità della comunione fra le anime. Con gli occhiali della vita, che non è mai miseria ma abbondanza, il mondo sembra essere ancora un bel posto da frequentare

E voi? Avete visto questi film?
Parliamone… magari davanti a una buona tazza di tè.


La percezione dell’essere

Hai mai sentito di esistere? Ci sono istanti rari e assai preziosi, così brevi da essere molto vicini all’eternità, in cui percepisci in maniera profonda l’esistenza. Cioè, non il semplice fatto di sapere, con la testa, che sei vivo e che esistono (forse) delle cose fuori di te, ma la pura percezione di te e del tuo corpo che vibra e si muove dentro, la percezione delle tue cellule che respirano, del tuo sangue che scorre nelle vene, dello spazio che occupi, del tuo gravare sulla terra, della tua pelle sfiorata dall’aria.

A me è successo oggi, passeggiando con il mio cane, in un parchetto pubblico. Dato che non puoi stare in uno stato di grazia per più di qualche istante senza essere ricoverato in psichiatria, ho cercato di non dare troppo nell’occhio, perché il paese è piccolo e la gente mormora, 

Questi momenti, se li hai vissuti, passano veloci come un treno in corsa, e ti lasciano sulla banchina della stazione tutto spettinato, con le mani sopra le orecchie, con il cuore che batte per lo spavento. Perché spaventa un po’ sentirti vivo per davvero e non fare solo finta come nella drammatica commedia che reciti come tutti per stare al mondo. Sono momenti che hanno il potere di sospendere il tempo lineare, farlo precipitare in un buco nero e farti sentire la tua essenza di essere libero, senza inizio e senza fine. Sì, perché in quei momenti non hai una età, la vita che percepisci in te è sempre la stessa e non dipende da nulla al di fuori di te.

Capita, a volte, questa magia, quando te lo ricordi. Quando ti ricordi di guardarti come da sopra. Quando ti ricordi di mettere i tuoi pensieri dietro le quinte e di stare nell’adesso, quando ti ricordi di respirare, quando ti ricordi di rallentare, quando ti ricordi di agire in presenza di te, quando ti ricordi di usare i tuoi sensi come se fossi appena nato e tutto ti è sconosciuto, senza nome, senza storia, tutto è solo pura prima percezione. Cos’è quel tremore della tua pelle a contatto con l’aria fredda? E come si distende il tuo corpo al tepore del sole! E l’albero qui vicino come lo senti? Ora cercherai gli occhi di uno sconosciuto per vivere per un attimo in lui e lui in te. Quando si dice essere un tutt’uno con l’universo.

Forse questa esperienza è un dono, forse l’esito di un cammino, forse la ricompensa di uno sforzo consapevole, forse frutto di un allenamento alla gratitudine e al non dare niente per scontato. Ma se ti accade una volta, poi ne vuoi ancora e ne puoi ancora. Gioia e libertà sono ontologiche.

 

 

L’aria frizzante di Natale

Sarà che ho perso due chili e mi sento più leggera e forse ho anche spazio per accogliere qualcosa di nuovo, sarà che sono diventata più ricettiva e sensibile a forza di chiederlo, sarà che mi sento un po’ vecchia zia, complice l’età che avanza, ma quest’anno sento in modo particolare lo Spirito del Natale.

In realtà non mi pare di avere niente da dire di particolarmente urgente, interessante, intelligente o ironico. Mi sembra di essermi sintonizzata come al solito su ciò che mediamente ci si aspetta di fare e di dire in questo periodo dell’anno, con tutta la socialità a discapito della sacralità, con una sana propensione al consumismo più che all’ascetismo, eppure…

Eppure l’aria non è la stessa, l’energia è diversa, c’è qualcosa di frizzantino nell’etere e non è il freddo e neanche lo spumante. C’è, a tratti, mi pare, uno Spirito diverso, un sottofondo di gioia che vuole alzare il volume, un’idea di vita come festa che vuole uscire dallo sfondo e farsi protagonista.

Natale, con tutte le sue esternazioni di colori, luci, oggetti, è un periodo dispensatore di un’energia di amore che c’è indipendentemente dalla proprie credenze o convinzioni. E il fare doni è un atto di amore che porta gioia e apre il cuore, forse il vero dono è sempre la gioia. E la gioia è (dovrebbe essere) lo stato naturale dell’essere. Il Natale lo ricorda ogni anno, o almeno ci prova, e prova a scuotere con il suo eccesso di visibilità e di rumore tutti noi lì a fare quelli che van sempre di fretta, con la faccia seria e tirata. Che pesantezza!

Se rimango più sintonizzata sullo stress che questi giorni (che tutti i giorni) mi procurano, allora non riesco a sentire la magia delle delle cose belle, a celebrare la semplice e miracolosa sensazione dell’essere viva e a sentire il cuore che trabocca. Se invece solo provo a vedere tutto ciò che appare essere fuori di me come simbolico, come entità, allora sì che riesco a riconnettermi allo Spirito Natalizio e alla magia di quando ero bambina. Ma anche allo Spirito e alla magia di sempre e dell’istante. Si tratta di andare oltre la superficie, anzi  di accendere la superficie e infonderle un nuovo senso, un nuovo intento.

C’è un’idea di bene e di buono, di bello e di vero che si materializza nelle vetrine illuminate, nelle tavole imbandite, nei locali chiassosi di risate e di brindisi, nell’attesa dei bambini. L’entità del Natale, il suo Spirito… ma la sentite anche voi quest’aria frizzantina?

Un Gin Tonic al Buddha Bar

Se questa che sto vivendo fosse la mia ultima vita passata, cosa sarei adesso, nella vita nuova?

Guardandomi da qui, dalla vita passata, vedrei i frutti del mio quotidiano lavoro. L’introspezione e l’alchimia, lo yoga e il palo santo, la preghiera e la magia qualcosa di buono han pur portato. Mi vedo donna di saggezza, con l’anima gemella e il fiuto per gli affari, libera da doveri e da morali. Vedo una casa al mare e una in montagna, la voglia di viaggiare e poi libri, balli e canti.

Con momenti di estatica contemplazione dell’essere, mi vedo viver di musica e poesia e piaceri su piaceri. Forse sono mamma, ma in modo diverso, forse c’è un palco su cui stare. Forse sono io al cento per cento e non ho più paura di sbagliare. Mi vedo più “sti cazzi”, mi vedo anche giocare, magnetica, guerriera, spirituale.

Dal canto suo la me che sono adesso, nella vita nuova, guardando quella di prima, ne ha di sentimento e compassione. E con un piccolo sorriso incoraggia dal futuro la tapina come a dire che forse, anche un po’ prima, può lasciarsi alle spalle tutte le indolenti manfrine.

Se può esprimere tali giudizi è solo perché lo fa dall’alto della sua altezza, ma sa anche e soprattutto che la deve ringraziare, quella di prima, perché senza quel duro lavoro, più cattivo il karma suo sarebbe ora e addio saggezza e casa al mare e anche in montagna e compagnia cantante.

In fondo  però anche lei quella di adesso ha il suo bel da fare per via del fatto che vivere a  certi livelli poi a certi altri non puoi più tornare e qualche volta si vorrebbe riposare o almeno un pochino lamentare e trovare qualcuno da incolpare. E certi antichi e inutili pensieri retaggio del passato, van pensati così, senza punteggiatura e senza fiato.

Ma tant’è, a ogni vita la sua pena.

E allora dico a entrambe, io che le guardo dal mio punto di osservazione, fuori dal tempo e dallo spazio, lasciatemi un po’ in pace che a me e a tutta me stessa basta un Gin Tonic  al Buddha Bar per fare la sintesi perfetta della situazione, per essere dopo, durante e prima, per essere una, nessuna e centomila!

Non hai bisogno di andare da nessuna parte: se puoi essere gioioso, fluido, vivo, sensibile, orgasmico, proprio questa riva si trasforma immediatamente nell’altra, proprio questo mondo è il paradiso, proprio questo corpo è il Buddha. (Osho)

Fioriture e Sfioriture

Vivo un tempo di passaggio. Con lo sguardo malinconico ad una donna giovane e bella che non sapeva di esserlo. Con lo sguardo malinconico ai figli piccoli e alle cose belle fatte assieme. Dono delle lacrime per lasciare andare dagli occhi qualcosa che non c’è più. E poi sguardi di tenerezza infinita e provare a sentirmi come allora adesso, e proiettarmi nel futuro.  Come vivere sempre nel fiore degli anni, vivere in qualunque momento il fiore degli anni. Nello sfiorire apparente del corpo c’è il fiorire di un d’amore per se stessi che si fa più che mai necessario e un fiorire di gentilezza, anche.

Al netto dei rimpianti si può solo essere gentili con sé. O forse proprio grazie ad essi. Nel lasciare andare tutto quello che poteva essere e non è stato c’è il fiorire di una profondità nuova, un accorgersi sempre più del momento, di ciò che istante dopo istante si manifesta alla realtà, c’è il fiorire di un desiderio di spezzare la meccanicità dell’abitudine di sé con la ritualità e la sacralità stessa dell’istante. Togliersi dalla linearità del tempo per sperimentare una realtà aumentata di possibilità in ogni direzione. Non è neanche facile da spiegare questo equilibrio a cui tendere tra accettare e desiderare, tra centratura e apertura, tra profondità del sentire e superficialità dello sguardo. Forse è nel cammino spirituale che si trovano questi equilibri e anche le parole per descriverli.

Intanto lascio spazio ad intuizioni e sensazioni e mi permetto di entrare in tutti i mondi che desidero esplorare o creare. E la coscienza si amplia. Ogni volta che fermo una sensazione o una intuizione e la semino dentro di me rendo possibile, istante dopo istante, la creazione di un certa realtà. Il segreto, forse, è accorgersene, farne un atto consapevole, e nello stesso tempo non lasciare che la sensazione se ne vada. Interrogarla, farsi in interrogare, darle valore, scegliere se seguirla oppure no. E così, di passo in passo, partecipare alla co-creazione di sé e del mondo.

Tutto è sempre possibile. Nello sfiorire di qualcosa c’è la fioritura di qualcosa d’altro.

Servitori invisibili

Quando non sai più che pesci pigliare

E gira e rigira non hai un’idea da sfornare

Quando non hai neanche voglia di continuare

con lo sforzo a cercare

qualcosa che ti faccia migliorare

Quando gli espedienti che ti possono salvare

non sei più tu a doverli trovare

Quando sei stufa del solito reiterare

quelle cose che volevi superare

Quando ti accorgi che con respirare sei

all’ultima rima in -are che ti va di fare

Allora il tempo è quello giusto per la sospensione

di ogni giudizio, consiglio o prescrizione

è quello per fregartene della buona educazione

ed anche per dismettere sorrisi d’occasione

sperando in miracoli di fine stagione                            I

Il tempo è quello giusto per l’invocazione

per dare al Cielo ogni tua poca sopportazione

e per chiedere che senza esitazione

ci pensi lui alla migliore soluzione.

Come a New York

Col giusto ritmo, con i tempi dilatati del week end, si macinano i chilometri: in auto, nel traffico più intenso, a piedi, nel centro della città apparecchiata per la festa. I miei sensi sono rapiti soprattutto dalle luci e dai colori degli addobbi e dalle vetrine scintillanti. È tutto un luccichio, uno sfavillare di oro e di argento, un richiamo all’abbondanza di doni e di cose buone per il palato.

Se un tempo tutto ciò poteva suscitare in me un certo fastidio al grido di viva la spiritualità e abbasso il consumismo, o del più modesto motto basta il pensiero, adesso posso cogliere sfumature nuove. Sarà che invecchiando in genere si è meno ribelli e più benestanti, sta di fatto che mi sembra tutto così gioioso e leggero in giro, tutto così bello, anche la gente che affolla le vie e rallenta il mio passo nel freddo dicembrino.

E nell’incedere lento il pensiero si fa più intimo e così ho tempo di assaporare tutte le bizzarre idee che mi passano per la testa.

Per esempio, vorrei tuffarmi nella vetrina del gioielliere e sentire il tintinnio di collane, braccialetti e pietre preziose. Vorrei poi salire sulla giostrina dei cavallini e incontrare gli occhi di un bimbo incantato. Vorrei bere anche oggi con gli amici, tra le risate sciocche, quella meravigliosa cioccolata di Asperti. Vorrei entrare in ogni boutique e provare cappellini con la mia amica Monica e abiti da sera per una notte di S. Silvestro di classe. Vorrei persino l’auto che mi aspetta con tanto di chauffeur per aiutarmi a caricare i pacchi come fossi sulla Quinta Strada in un film natalizio a caso. Vorrei infine incontrare gli occhi di un uomo che ancora abbia voglia di credere nella magia, anche se sono solo a Legnano e non a New York in un film natalizio a caso.

Natale alla fine è tante cose: una festa spirituale, una festa religiosa, la favola di una famiglia disfunzionale con strani amici, una festa orami solo consumistica per un assurdo ripetitivo rituale privo di senso… vale tutto.

Ma quello che cambia prospettiva alla fine è solo lo sguardo che decidiamo di avere sulle cose e il racconto che ne facciamo. Quest’anno il mio sguardo è quello dell’abbondanza. E in questa abbondanza mi muovo grata nel mondo perché essa è la legge per chi sa vedere con occhi nuovi la vita.

Mi auguro e auguro a tutti di sintonizzarsi sulle più alte frequenze per i giorni a venire e di fare un check ogni tanto per vedere come va l’allineamento. Perché Natale poi passa e le luci si spengono e ricordarsi ogni giorno di essere immersi nella bellezza e nella ricchezza diventa un atto di volontà, coraggioso e in controtendenza.

(Il mondo è bello, siamo noi ad essere ciechi -S. Brizzi)