Odissea

Sto nella vaghezza

Di cosa sono e di cosa voglio

In attesa di una nuova forma

La testa fra le mani

I libri da riordinare

La muffa sul muro

Il desiderio di ballare

Andare incontro a sconosciuti

Sentirmi respirare

Semplificare

Togliere senza perdere nulla

Accettare che ci siano ancora

Mille possibilità

Sentieri sconosciuti

Invocare l’aiuto

Delle divintà

Voglio le lacrime di Ulisse

E un posto a cui tornare

Forza senza sforzo

Potenza e non potere

Un’isola tutta mia su cui regnare.

Nomadland e Black Tea: il racconto di due visioni antropologiche.

Due mondi, due film, due visioni del futuro

Di solito non mi avventuro a scrivere articoli che richiedano un certo impegno intellettivo. Preferisco stare sull’immediatezza, sulla freschezza di quel sentire dentro o fuori l’attimo, quando la vita diventa un’oasi di parole, il significato di qualcosa che non voglio perdere.

Ma oggi esco dalla mia comfort zone anche se non dovete temere: vi risparmio pseudo-recensioni cinefile intellettualoidi. Per quelle, internet è pieno di contenuti ben fatti (e sapete trovarli).

Voglio solo condividere quello che mi ha lasciato la visione, a distanza ravvicinata, di due film molto diversi, che mi hanno aperto una finestra su due antropologie opposte, due orizzonti per il nostro cammino evolutivo: l’immagine di una fine e quella di un nuovo inizio.
La brutta notizia? Il centro del mondo non siamo più noi, quelli che ancora si fanno belli con l’idea di civiltà evoluta. Ma questo, se Dio vuole, è anche la bella notizia.

Nomadland è un film del 2020 diretto da Chloé Zhao con protagonista la splendida e bravissima Frances McDormand, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jessica Bruder e vincitore di svariati premi. Al di là della bellezza cinematografica, quello che mi ha colpito è il suo cuore narrativo: la fine della civiltà occidentale a egemonia yankee. Una società iper-individualistica dà come risultato necessario una solitudine esistenziale senza rimedio. Restano rovine: legami spezzati, deserti di strade, lavori alienanti e mal pagati, esistenze nomadi che fuggono dai lutti, dai fallimenti, dalla perdita del lavoro, dei diritti, della dignità.
Le strade di Nomadland non uniscono: dividono e ci conducono a morire soli.
È un mondo che lascia dietro sé tutto ciò che ci ha fatto male, senza però guarirlo.
C’è qualche tentativo di comunità, sì, ma sembra sempre un gesto troppo fragile, costruito sul baratto di oggetti di scarso valore e sul ricordo di chi non c’è più. Non ho trovato nulla di romantico o di vagamente attrattivo in questa idea di libertà e di viaggio, il mito della cultura americana non ispira più come un tempo. Il nocciolo di Nomadland è la rappresentazione di un mondo morente. Un uomo senza legami, passato o futuro, svuotato di desideri e progettualità.
Se questa è la nostra eredità occidentale, è tempo di guardare altrove.

Ed è lì che entra in scena Black Tea, film del 2024 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, in lingua originale francese e mandarino, per un’esperienza visiva e culturale autentica.
In Black Tea si apre la visione di una civiltà multicentrica e traboccante, come il tè offerto in mille varietà, anche se la pianta è una sola.
Qui i protagonisti, africani o cinesi che siano, sono indaffarati a loro modo a costruire ponti tra le persone, tra le culture, tra passato, presente e futuro. La famiglia è il luogo di origine da cui si parte per evolversi, ma a cui si ritorna per guarire, ed è anche l’orizzonte più vasto della grande famiglia umana.
Sanare le ferite, comprendere i dolori, trasformare i tradimenti sono azioni che producono effetti benefici che vanno ben oltre i singoli attori del dramma. Qui la risposta alle piccole o grandi tragedie individuali non è la fuga dalle persone o dalle situazioni che ci fanno stare male: Black Tea propone la via dell’incontro come risposta al trauma. E’ alchimia.
C’è una scena bellissima, in cui Aya — la protagonista — invita l’uomo che ama a riconciliarsi con il proprio passato, dandogli la possibilità di raccontare alla sua ex moglie la storia della figlia nata da un tradimento.
Il messaggio è semplice e rivoluzionario: mi libero con te, non contro di te.
Siamo parte di una rete, di un campo di infinite possibilità. E questo mondo multiculturale, spirituale, tecnologico e profondamente umano è già qui, pronto a essere abitato, se solo smettiamo di guardarlo con occhi pieni di pregiudizi coloniali.
Black Tea è una finestra su un futuro che è già iniziato, e che ci invita a esserci.

Insomma, se in Nomadland ho colto soprattutto tristezza e desolazione, in Black Tea ho colto la delicatezza, la bellezza, la possibilità e la necessità della comunione fra le anime. Con gli occhiali della vita, che non è mai miseria ma abbondanza, il mondo sembra essere ancora un bel posto da frequentare

E voi? Avete visto questi film?
Parliamone… magari davanti a una buona tazza di tè.


Come è stato per te? (25 aprile blues)

Ho cercato il mio posto, ne ho trovati più d’uno.

Sono cresciuta e regalandomi fiori ho colorato la mia casa.

L’ho tenuta calda d’inverno e ho piantato ogni maggio il basilico per l’estate.

Il disordine dei bambini è diventato il disordine dei ragazzi. Meno bello.

Ho cantato e ballato per sentirmi viva.

Mi sono persa e ritrovata più e più volte, che banalità.

Sono sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi…

Mi sono stancata di tante cose tante volte, ma non erano mai le cose a stancarmi.

Ho imparato a truccarmi ogni mattina per darmi una spinta in più.

Ho cercato uno sguardo fra tanti ogni giorno, con poca convinzione.

Ho inventato tanti modi per stare al mondo e per sentirmi di questo mondo.

Risultati discutibili.

Non è stato brutto, non è stato bello. E’ stato quasi un blues.

Come è stato per te?

Il diritto alla nostalgia (e sogno ancora di case)

E sogno ancora di case.

Sabato mattina, il risveglio è lento e pigro. Dentro, la sensazione di un sogno. Provo a ricordarlo. Ci siamo io, alcuni miei vicini e uno strano condominio. Appartamenti che nascondono altri appartamenti, spazi comuni ricavati da taluni all’insaputa di talaltri. E sfocate immagini di cose che accadono.

Non è la prima volta. I sogni di case ritornano, mai uguali e in molteplici varianti architettoniche, ma non solo. Ci sono la casa rifugio e la casa confine, la casa desiderio e la casa prigione. Case accoglienti e altre no. Case inquietanti, vuote e silenziose e case festanti.

E come dopo ogni sogno di case, anche stamattina ho pensato a mio padre. Han preso forma i ricordi, il senso di mancanza, la nostalgia e quel battere i piedi di bambina arrabbiata che lo rivuole indietro, che non ne ha avuto abbastanza. Dopo ogni sogno di case torno bambina, quella bambina che lo seguiva nei cantieri, che osservava con occhi pieni di meraviglia la nostra casa prendere forma. La sua idea di casa, la conferma del suo valore di marito e di padre.

La casa, nel sogno, si rivela anche con tutto il suo valore simbolico. Fondamenta, mattoni, cemento, altezze, ampiezze, porte, finestre, scale e tutto ciò che può contenere come oggetti, persone, storie e vibrazioni per una miriade di significati e sensazioni, a ognuno le sue. La casa è molto di più di un luogo fisico: è radicamento, è protezione, è sicurezza. E’ abbraccio rassicurante, è spazio di riposo, senza pretese. E’ lo spazio in cui ci si prepara al fuori, alla conquista, alla prestazione del dover essere.

La casa è mio padre, la sua energia, la sua presenza sottile e sottesa ad ogni cosa, il suo essere lui in me. E’ questa energia ciò che sento e che cerco e che giorno dopo giorno sono “costretta” a ricrearmi da me.

Se sono stanca? Sì, a volte lo sono. Se resisto? Sì, certo, resisto. Se posso farcela? Sì, ce la metto tutta, faccio quel che posso. La mia parte adulta fa da padre alla mia parte bambina frignosetta e smarrita. Quasi sempre. Ma non dopo un sogno di case. Anche lei ha diritto alla nostalgia.

Kundalini, il risveglio.

Ho trovato il mio posto, il trono, il mio regno. Pensavo fosse un a casa in riva al mare, pensavo fosse un uomo da sposare. Credevo servisse una collana d’oro o che d’oro fosse almeno la carta nel borsellino. Ma diciamo che certe cose vengono di conseguenza, non sono una partenza.

Ho trovato il mio posto, il mio trono, il mio regno quando ho smesso di cercare di essere migliore, quando ho smesso di sforzarmi di mettermi da parte.

Il segreto è l’alleanza con tutte le mie parti, venire a patti con tutte le mie abitanti, quelle baldanzose e quelle titubanti.

Il segreto è soddisfare tutti gli appetiti con i giusti piatti e non confondere il desiderio di uno stato divino con il morso di un panino, con un bicchiere di vino.

Nutrita e benedetta per diritto di nascita, niente mi manca e niente mi impedisce di accendere la vita, di usare solo parole belle, di camminare sorridendo, di offrire il meglio di me al meglio degli altri, anche se loro non lo sanno.

Però, per non sembrare troppo brava e perfettina, vorrei anche ricordare che in primavere si risveglia la kundalina e che appunto una mia parte, quella più birichina, mi ha detto, ascoltando I’m your man ieri mattina, che con uno con la voce di Leonard Cohen ci farebbe volentieri una scopatina.

Allora per stare comoda nei miei panni, salda nei miei intenti, dentro la mia giurisdizione, radicata nella terra con lo sguardo verso il cielo, attenta a non spostare lo sguardo dal mio focus, posizionata nel mio centro, nell’azione senza azione, grata e riverente, aperta ma con garbo, insomma, per tutto questo e molto di più, ho pensato che tutto sommato ci sta anche questa idea che, di primo acchito, potrebbe sembrare non c’entrare con l’aura un po’ speciale che mi voglio disegnare.

Blog Spot

Evviva la promo!!!!

Per donne inquiete, per uomini coraggiosi… Per tutti noi esseri meravigliosi, unici e poderosi.

Corpi Animati

Metti una musica che ti piace e balli con un altro e con un’altra e accadono cose inaspettate. E’ l’esperienza corporea del Tangoolistico. L’importanza del primo avvicinamento, del primo tocco, del primo abbraccio. Avvicinarti con rispetto e dolcezza all’altro. sentire fin dove può aprire e accogliere. Donare attenzione, trattare l’altro come nessuno lo tratta mai o lo tratta più. Evocare la nostalgia del primo accudimento e suscitare il desiderio di abbandono. Rivitalizzare il corpo prima di tutto attraverso i sensi, pelle a pelle, cuore a cuore, respiro a respiro. Scoprire il corpo che resiste al vibrare, al fremere, al bramare. Quante poche possibilità dai al piacere. Poi emozionarti, commuoverti, magari piangere perché scopri quanto ne hai bisogno, di sostare, quanto ti sforzi invece di tenere duro, di trattenere, di controllare, temendo forse di perderti e di non sopravvivere all’esperienza.

Metti una sera in compagnia di qualcuno che ti piace davvero, che ti fa sentire a casa. Che bisogno hai di stare in guardia? Che bisogno hai di tenere un certo atteggiamento? In fondo è semplice. Scoprirsi senza fretta, concedersi dolcemente, dare con generosità e ricevere con gioia. Nutrirsi del contatto. Sentire di stare bene, dimenticare la prestazione. Entrare in un ambiente sacro dove niente viene preteso. I corpi rattrappiti e rinchiusi negli ambiti della decenza, della distanza, della buona educazione e delle convenzioni socialmente accettate si fanno involucri infuocati e così tanto vivi che è meglio che non si mostrino al mondo per non turbarne la quiete. Solo dove c’è Eros però, la pornografia è altra cosa e infatti impera. Ma tu vuoi comunicare la tua verità, o almeno provarci.

Metti un mattino appena sveglio, sul tappetino bello dello Yoga. L’esperienza della sosta, della presenza, del rispetto di sé perché tu fai sempre e solo ciò che puoi, senza procurarti fastidio. L’esperienza della ricerca dell’equilibrio nel disequilibrio, del saper restare anche in una posizione scomoda. Fare tutto il possibile per raggiungere una figura e poi mollare tutto ciò che non serve allo scopo. Scoprire quante forme può assumere il tuo corpo, sentire le aperture, le torsioni, gli slanci, gli inchini. Sentire formicolii come riattivazione e scorrimento di energia, sentire che sei vivo perché respiri e il cuore ti batte nel petto. E senti che lavori anche a livello simbolico e spirituale e che stai dando cibo anche all’anima. E ringrazi tutte le tue cellule e la perfezione del momento.

Tutto ciò che concorre a partire dal corpo a rivitalizzarti e a ricordarti di esserci e di essere vibrazione pura dovrebbe essere ricercato e benvenuto. Ma non è così scontato perché il più delle volte non sai che fartene di tanta vitalità, una volta scoperta, ed è meglio che rimani mezzo depresso, un po’ sottotono e magari anche un po’ triste, che non sbagli mai. Con tutto quello che succede nel mondo, sia mai che ti prendano per matto ad esprimere un po’ di gioia a sproposito.

E se non hai mai iniziato, stai dove sei, perché se poi dovessi scoprire di poter essere diversamente vivo difficilmente potresti tornare indietro e stati di malessere da confort zone sarebbero frequenti e terribilmente disturbanti.

Corpi inanimati avvisati, mezzi salvati…

Disarmata

Proteggimi dalle offese del tempo

Preserva il mio sguardo di bimba che entra nel bosco incantato

Proteggimi dalla paura di non farcela, dall’angoscia di certi momenti e della fine del mondo

Dimmi che tutto va bene

Difendimi dagli insulti e dagli inganni passati come un testimone attraverso le mie antenate

Proteggimi da tutta l’ansia, la frenesia e lo sforzo che ci metto per essere degna

Proteggimi dalla tristezza che mi assale quando tutto sembra ripetersi

Dalla rabbia davanti alla povertà e ad ogni spreco di umanità

Proteggi e custodisci le mie lacrime che come fiume sotterraneo non trovano sbocchi

Raccogli i miei cocci quando cado e mi spezzo e rimettili assieme

Proteggi tutta la mia stanchezza che vuole essere soltanto abbandono fiducioso

Difendimi da quello che penso di me stessa, dai miei pensieri piccoli, disordinati, ripetitivi, non pensati

Costruisci una fortezza attorno alla mia casa, benedici il mio nome di donna

Mettiti dietro di me quando cammino, davanti a me quando apro braccia e cuore, stai al mio fianco nelle serate di gala

Permettimelo, e io andrò in giro disarmata.