Ci vuole coraggio…a compiere gli anni!

Passato da poco il giorno del mio compleanno mi dico che oramai ci vuole coraggio a compiere gli anni.

Coraggio significa avere cuore e i compleanni, soprattutto dopo un certa, andrebbero vissuti con il cuore.

Come potremmo altrimenti accettare di avere un nuovo segno sul volto o ascoltare le nostre gambe stanche? Come potremmo solo con il volere liberarci dalle nostre ragioni, dai nostri principi, dai nostri giusto e sbagliato?

Il coraggio è anche quello di riuscire a tagliare con ciò che non aggiunge più nulla, che non dà e che non prende valore, con il parlare al vento e di tutto e di niente, di tutti e di nessuno.

Il coraggio di scegliere con chi accompagnarsi e quando stare da soli, di non convincere gli altri delle proprie ragioni, di non perdere più tempo dietro a cose che non ci fanno vibrare.

Ma c’è anche il coraggio di andare ancora per strade che non conosciamo e che ci chiamano da tempo. L’essenza che ci abita è sempre bambina, la nostra sensazione di esistere è come allora intatta e pronta a rivitalizzarci ogni qual volta ci colleghiamo con essa.

Vivere con il cuore non ci affatica, al contrario ci nutre e ci aiuta a fare un passo nuovo ogni giorno, a ogni età.

Liberiamoci dall’abitudine di essere noi stessi!  Se non è successo prima, dopo i cinquanta dovremmo averne abbastanza! Non siamo stufi di ripeterci: “sono fatto così?”

C’è un tempo che ci vuole presenti oltremisura, presenti fino al midollo delle ossa, e questo è il tempo della maturità. In questo tempo possiamo finalmente vivere nella pienezza ogni momento, ogni azione, ogni parola e sentire che stiamo aprendo un dialogo con l’eternità. La vita materiale finisce, ma ogni gesto compiuto in presenza si consegna all’eternità. Non si spiega, si sente con il cuore.

Auguro a ognuno compleanni coraggiosi e il coraggio delle molteplici fini e dei molteplici inizi, che la vita cambia sempre e noi con lei.

A chi oggi puoi dire addio? A chi dai il benvenuto?

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità… (F. Guccini)

Evviva l’estate di belle speranze.

(Con colonna sonora)

È ferragosto e, al netto del caldo, dei grassi saturi e dei balli gruppo a bordo piscina, sono viva!

Che grande occasione, posso ancora giocare: chi vuole il discanto se lo pigli, io mi tengo il canto di un’estate che dovrebbe non finire mai!

Sto bene, il cuore è aperto. Tutto contengo, sono goccia e oceano. Sto tra fragilità e forza, in bilico.

Trovo la mia strada camminando, apprezzo le soste del cammino. Sperimento la vita, ogni giorno è un dono. Ogni giorno vivo molte vite, ogni giorno è il primo.

Avere una moltitudine di direttrici di futuro è aprirsi alla vita e creare spazi. Continuo a seminare in un campo di infinite possibilità. L’anima ancora non si contenta, ancora non è stanca.

Anima mia, che progetto hai tu per me? Quali semi del mio campo cresceranno?

Tutto il mio essere è in stato ricettivo. Tutto intorno è un mercato di meraviglie e tutto fiorisce solo grazie a qualcosa o a qualcuno: nel cuore lo spazio per la gratitudine è il veicolo per la beatitudine e tutte le cose belle che arrivano.

Realizzo in questo giorno di festa che la vita accade istante dopo istante. Che la vita accade nell’eternità. Quello del tempo è un concetto utile, ma sopravvalutato. Mi scopro a-temporale. Non è una figata?

E tu? Di che vivi? Hai già scoperto il tuo giardino incantato?

Nomadland e Black Tea: il racconto di due visioni antropologiche.

Due mondi, due film, due visioni del futuro

Di solito non mi avventuro a scrivere articoli che richiedano un certo impegno intellettivo. Preferisco stare sull’immediatezza, sulla freschezza di quel sentire dentro o fuori l’attimo, quando la vita diventa un’oasi di parole, il significato di qualcosa che non voglio perdere.

Ma oggi esco dalla mia comfort zone anche se non dovete temere: vi risparmio pseudo-recensioni cinefile intellettualoidi. Per quelle, internet è pieno di contenuti ben fatti (e sapete trovarli).

Voglio solo condividere quello che mi ha lasciato la visione, a distanza ravvicinata, di due film molto diversi, che mi hanno aperto una finestra su due antropologie opposte, due orizzonti per il nostro cammino evolutivo: l’immagine di una fine e quella di un nuovo inizio.
La brutta notizia? Il centro del mondo non siamo più noi, quelli che ancora si fanno belli con l’idea di civiltà evoluta. Ma questo, se Dio vuole, è anche la bella notizia.

Nomadland è un film del 2020 diretto da Chloé Zhao con protagonista la splendida e bravissima Frances McDormand, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jessica Bruder e vincitore di svariati premi. Al di là della bellezza cinematografica, quello che mi ha colpito è il suo cuore narrativo: la fine della civiltà occidentale a egemonia yankee. Una società iper-individualistica dà come risultato necessario una solitudine esistenziale senza rimedio. Restano rovine: legami spezzati, deserti di strade, lavori alienanti e mal pagati, esistenze nomadi che fuggono dai lutti, dai fallimenti, dalla perdita del lavoro, dei diritti, della dignità.
Le strade di Nomadland non uniscono: dividono e ci conducono a morire soli.
È un mondo che lascia dietro sé tutto ciò che ci ha fatto male, senza però guarirlo.
C’è qualche tentativo di comunità, sì, ma sembra sempre un gesto troppo fragile, costruito sul baratto di oggetti di scarso valore e sul ricordo di chi non c’è più. Non ho trovato nulla di romantico o di vagamente attrattivo in questa idea di libertà e di viaggio, il mito della cultura americana non ispira più come un tempo. Il nocciolo di Nomadland è la rappresentazione di un mondo morente. Un uomo senza legami, passato o futuro, svuotato di desideri e progettualità.
Se questa è la nostra eredità occidentale, è tempo di guardare altrove.

Ed è lì che entra in scena Black Tea, film del 2024 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, in lingua originale francese e mandarino, per un’esperienza visiva e culturale autentica.
In Black Tea si apre la visione di una civiltà multicentrica e traboccante, come il tè offerto in mille varietà, anche se la pianta è una sola.
Qui i protagonisti, africani o cinesi che siano, sono indaffarati a loro modo a costruire ponti tra le persone, tra le culture, tra passato, presente e futuro. La famiglia è il luogo di origine da cui si parte per evolversi, ma a cui si ritorna per guarire, ed è anche l’orizzonte più vasto della grande famiglia umana.
Sanare le ferite, comprendere i dolori, trasformare i tradimenti sono azioni che producono effetti benefici che vanno ben oltre i singoli attori del dramma. Qui la risposta alle piccole o grandi tragedie individuali non è la fuga dalle persone o dalle situazioni che ci fanno stare male: Black Tea propone la via dell’incontro come risposta al trauma. E’ alchimia.
C’è una scena bellissima, in cui Aya — la protagonista — invita l’uomo che ama a riconciliarsi con il proprio passato, dandogli la possibilità di raccontare alla sua ex moglie la storia della figlia nata da un tradimento.
Il messaggio è semplice e rivoluzionario: mi libero con te, non contro di te.
Siamo parte di una rete, di un campo di infinite possibilità. E questo mondo multiculturale, spirituale, tecnologico e profondamente umano è già qui, pronto a essere abitato, se solo smettiamo di guardarlo con occhi pieni di pregiudizi coloniali.
Black Tea è una finestra su un futuro che è già iniziato, e che ci invita a esserci.

Insomma, se in Nomadland ho colto soprattutto tristezza e desolazione, in Black Tea ho colto la delicatezza, la bellezza, la possibilità e la necessità della comunione fra le anime. Con gli occhiali della vita, che non è mai miseria ma abbondanza, il mondo sembra essere ancora un bel posto da frequentare

E voi? Avete visto questi film?
Parliamone… magari davanti a una buona tazza di tè.


Aspettando 2025

Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti

Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio

Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno

Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato

Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.

Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.

In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.

In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.

Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.

Cinque cose per il duemilaventicinque:

  1. Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
  2. Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
  3. Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
  4. Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
  5. Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.

L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!

Un Gin Tonic al Buddha Bar

Se questa che sto vivendo fosse la mia ultima vita passata, cosa sarei adesso, nella vita nuova?

Guardandomi da qui, dalla vita passata, vedrei i frutti del mio quotidiano lavoro. L’introspezione e l’alchimia, lo yoga e il palo santo, la preghiera e la magia qualcosa di buono han pur portato. Mi vedo donna di saggezza, con l’anima gemella e il fiuto per gli affari, libera da doveri e da morali. Vedo una casa al mare e una in montagna, la voglia di viaggiare e poi libri, balli e canti.

Con momenti di estatica contemplazione dell’essere, mi vedo viver di musica e poesia e piaceri su piaceri. Forse sono mamma, ma in modo diverso, forse c’è un palco su cui stare. Forse sono io al cento per cento e non ho più paura di sbagliare. Mi vedo più “sti cazzi”, mi vedo anche giocare, magnetica, guerriera, spirituale.

Dal canto suo la me che sono adesso, nella vita nuova, guardando quella di prima, ne ha di sentimento e compassione. E con un piccolo sorriso incoraggia dal futuro la tapina come a dire che forse, anche un po’ prima, può lasciarsi alle spalle tutte le indolenti manfrine.

Se può esprimere tali giudizi è solo perché lo fa dall’alto della sua altezza, ma sa anche e soprattutto che la deve ringraziare, quella di prima, perché senza quel duro lavoro, più cattivo il karma suo sarebbe ora e addio saggezza e casa al mare e anche in montagna e compagnia cantante.

In fondo  però anche lei quella di adesso ha il suo bel da fare per via del fatto che vivere a  certi livelli poi a certi altri non puoi più tornare e qualche volta si vorrebbe riposare o almeno un pochino lamentare e trovare qualcuno da incolpare. E certi antichi e inutili pensieri retaggio del passato, van pensati così, senza punteggiatura e senza fiato.

Ma tant’è, a ogni vita la sua pena.

E allora dico a entrambe, io che le guardo dal mio punto di osservazione, fuori dal tempo e dallo spazio, lasciatemi un po’ in pace che a me e a tutta me stessa basta un Gin Tonic  al Buddha Bar per fare la sintesi perfetta della situazione, per essere dopo, durante e prima, per essere una, nessuna e centomila!

Non hai bisogno di andare da nessuna parte: se puoi essere gioioso, fluido, vivo, sensibile, orgasmico, proprio questa riva si trasforma immediatamente nell’altra, proprio questo mondo è il paradiso, proprio questo corpo è il Buddha. (Osho)

Intervista a Radio Story Time

Capodanno – acrostico

Come di consueto

Attendendo giri di valzer

Preparo la prima tavola dell’anno:

Ordini e divieti sono banditi

Doveri e fatiche lasciati al passato

Anche le promesse non sono più nel menù.

Niente che non mi piaccia per davvero

Nessuno che mi tiri per la giacchetta

Ora solo dieta sana… e stretta!

Nota: Un acrostico è un componimento poetico o un’altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.

Come a New York

Col giusto ritmo, con i tempi dilatati del week end, si macinano i chilometri: in auto, nel traffico più intenso, a piedi, nel centro della città apparecchiata per la festa. I miei sensi sono rapiti soprattutto dalle luci e dai colori degli addobbi e dalle vetrine scintillanti. È tutto un luccichio, uno sfavillare di oro e di argento, un richiamo all’abbondanza di doni e di cose buone per il palato.

Se un tempo tutto ciò poteva suscitare in me un certo fastidio al grido di viva la spiritualità e abbasso il consumismo, o del più modesto motto basta il pensiero, adesso posso cogliere sfumature nuove. Sarà che invecchiando in genere si è meno ribelli e più benestanti, sta di fatto che mi sembra tutto così gioioso e leggero in giro, tutto così bello, anche la gente che affolla le vie e rallenta il mio passo nel freddo dicembrino.

E nell’incedere lento il pensiero si fa più intimo e così ho tempo di assaporare tutte le bizzarre idee che mi passano per la testa.

Per esempio, vorrei tuffarmi nella vetrina del gioielliere e sentire il tintinnio di collane, braccialetti e pietre preziose. Vorrei poi salire sulla giostrina dei cavallini e incontrare gli occhi di un bimbo incantato. Vorrei bere anche oggi con gli amici, tra le risate sciocche, quella meravigliosa cioccolata di Asperti. Vorrei entrare in ogni boutique e provare cappellini con la mia amica Monica e abiti da sera per una notte di S. Silvestro di classe. Vorrei persino l’auto che mi aspetta con tanto di chauffeur per aiutarmi a caricare i pacchi come fossi sulla Quinta Strada in un film natalizio a caso. Vorrei infine incontrare gli occhi di un uomo che ancora abbia voglia di credere nella magia, anche se sono solo a Legnano e non a New York in un film natalizio a caso.

Natale alla fine è tante cose: una festa spirituale, una festa religiosa, la favola di una famiglia disfunzionale con strani amici, una festa orami solo consumistica per un assurdo ripetitivo rituale privo di senso… vale tutto.

Ma quello che cambia prospettiva alla fine è solo lo sguardo che decidiamo di avere sulle cose e il racconto che ne facciamo. Quest’anno il mio sguardo è quello dell’abbondanza. E in questa abbondanza mi muovo grata nel mondo perché essa è la legge per chi sa vedere con occhi nuovi la vita.

Mi auguro e auguro a tutti di sintonizzarsi sulle più alte frequenze per i giorni a venire e di fare un check ogni tanto per vedere come va l’allineamento. Perché Natale poi passa e le luci si spengono e ricordarsi ogni giorno di essere immersi nella bellezza e nella ricchezza diventa un atto di volontà, coraggioso e in controtendenza.

(Il mondo è bello, siamo noi ad essere ciechi -S. Brizzi)

Parola d’ordine

Sabato mattina di metà settembre. Scivola il tempo verso l’autunno e qualcosa di me rimane aggrappato alla stagione del fuoco.

L’estate, che espande i sensi e le voglie, che apre porte e finestre senza troppe domande. L’estate, superficiale e sensuale, ha fatto quello che doveva. Io ho preso quello che ho potuto.

Non mi mancherà il sudore, ma l’umore. E il vestito sbracciato più che il calore. E il rumore del mare e la luce senza sconti e la benedizione dell’ombra.

Riempirò le giornate di lavoro, di cose da fare, di nuovi progetti. E’ la ripartenza, bellezza.

Le nuove parole che si sono forgiate col fuoco del sole, come spade dalle lame affilate, sono pronte a fendere la foschia mattutina e a guidarmi nei mesi a venire. E a tenere a bada i mostri.

Con l’intento così messo a punto e nuovi desideri maturati giusto ieri, mi preparo alla resa e all’erba bagnata al mattino. Il ciclo delle stagioni non è in mio potere, così mi allineo, mi accordo, evito la rissa.

Tengo acceso il fuoco del cuore che compie le sue alchimie. E, senza nostalgia, inizio il nuovo giro di giostra.

Parola d’ordine? Ma-te-ria-liz-za-zio-ne!

Passaggi di tempo

Il cane invecchia e si muove poco. Sta sveglio di notte tutto agitato e perso nelle sue paure. Sedativi e psicofarmaci, è il suo turno, povero vecchio Leon.             

Un’altra estate sta arrivando. Ho qualche chilo in più, ma molte meno ansie.

Guardo da punti di vista aerei le umane vicissitudini e poco mi scompongo. Un buon risultato, il tempo non è passato invano se è cresciuto lo spirito.

Ma certo, pensando al cane, mi viene da dire che c’è sempre meno tempo anche per me. Forse l’esperienza e l’intento sopperiscono alla mancanza. E l’eternità dell’esistenza si fa spazio tra la brevità della vita.

E meno male che ho ancora ampi margini di scoperta di ciò che mi piace. Così posso stare in movimento e praticare un sano auto erotismo. Approfondirmi, crescere ancora in tutte le dimensioni, lasciare andare quello che non serve più, accogliere quello che mi serve ora: voglio assomigliare sempre di più ad un grande, vecchio, autorevole e saggio albero e vivere tutte le stagioni con dignità.

L’anno della manifestazione si sta concludendo. La nuova sfida di settembre avrà il colore del grano maturo, l’intensità della realizzazione e la forma dello scettro del comando.

Non per niente si vive, ma per i tanti istanti “in cui scocca l’unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle”.

Forza Leon, la facciamo ancora una corsa nei boschi?

– proposta musicale – Ivano Fossati – C’è Tempo https://youtu.be/e1xOUFi9VRo