A un passo

Pigato Punta Crena

Sa di Varigotti  e Varigotti sa di infanzia.

Baccalà fatto bene. Lo gusto coi suoi tempi, non con quelli della mia voracità.

Fuori vento freddo. Il mare è a un passo, ma non lo vedo.

Vicoli tanti da smarrirsi, sporchi e misteriosi.

Vento freddo.

Lo comprendo, perché sono a Genova a novembre.

Cammino piano per salite e per discese, il mio passo di pianura non capisce subito, ma poi si arrende.

Ci soni negozi ancora veri. Voglio dire, più veri che a Milano.

Il mare è a un passo, posso anche non vederlo.

Posso anche non vederlo sempre, voglio dire.

Mi basta sapere, che è a un passo da me.

Odissea

Sto nella vaghezza

Di cosa sono e di cosa voglio

In attesa di una nuova forma

La testa fra le mani

I libri da riordinare

La muffa sul muro

Il desiderio di ballare

Andare incontro a sconosciuti

Sentirmi respirare

Semplificare

Togliere senza perdere nulla

Accettare che ci siano ancora

Mille possibilità

Sentieri sconosciuti

Invocare l’aiuto

Delle divintà

Voglio le lacrime di Ulisse

E un posto a cui tornare

Forza senza sforzo

Potenza e non potere

Un’isola tutta mia su cui regnare.

Nomadland e Black Tea: il racconto di due visioni antropologiche.

Due mondi, due film, due visioni del futuro

Di solito non mi avventuro a scrivere articoli che richiedano un certo impegno intellettivo. Preferisco stare sull’immediatezza, sulla freschezza di quel sentire dentro o fuori l’attimo, quando la vita diventa un’oasi di parole, il significato di qualcosa che non voglio perdere.

Ma oggi esco dalla mia comfort zone anche se non dovete temere: vi risparmio pseudo-recensioni cinefile intellettualoidi. Per quelle, internet è pieno di contenuti ben fatti (e sapete trovarli).

Voglio solo condividere quello che mi ha lasciato la visione, a distanza ravvicinata, di due film molto diversi, che mi hanno aperto una finestra su due antropologie opposte, due orizzonti per il nostro cammino evolutivo: l’immagine di una fine e quella di un nuovo inizio.
La brutta notizia? Il centro del mondo non siamo più noi, quelli che ancora si fanno belli con l’idea di civiltà evoluta. Ma questo, se Dio vuole, è anche la bella notizia.

Nomadland è un film del 2020 diretto da Chloé Zhao con protagonista la splendida e bravissima Frances McDormand, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jessica Bruder e vincitore di svariati premi. Al di là della bellezza cinematografica, quello che mi ha colpito è il suo cuore narrativo: la fine della civiltà occidentale a egemonia yankee. Una società iper-individualistica dà come risultato necessario una solitudine esistenziale senza rimedio. Restano rovine: legami spezzati, deserti di strade, lavori alienanti e mal pagati, esistenze nomadi che fuggono dai lutti, dai fallimenti, dalla perdita del lavoro, dei diritti, della dignità.
Le strade di Nomadland non uniscono: dividono e ci conducono a morire soli.
È un mondo che lascia dietro sé tutto ciò che ci ha fatto male, senza però guarirlo.
C’è qualche tentativo di comunità, sì, ma sembra sempre un gesto troppo fragile, costruito sul baratto di oggetti di scarso valore e sul ricordo di chi non c’è più. Non ho trovato nulla di romantico o di vagamente attrattivo in questa idea di libertà e di viaggio, il mito della cultura americana non ispira più come un tempo. Il nocciolo di Nomadland è la rappresentazione di un mondo morente. Un uomo senza legami, passato o futuro, svuotato di desideri e progettualità.
Se questa è la nostra eredità occidentale, è tempo di guardare altrove.

Ed è lì che entra in scena Black Tea, film del 2024 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, in lingua originale francese e mandarino, per un’esperienza visiva e culturale autentica.
In Black Tea si apre la visione di una civiltà multicentrica e traboccante, come il tè offerto in mille varietà, anche se la pianta è una sola.
Qui i protagonisti, africani o cinesi che siano, sono indaffarati a loro modo a costruire ponti tra le persone, tra le culture, tra passato, presente e futuro. La famiglia è il luogo di origine da cui si parte per evolversi, ma a cui si ritorna per guarire, ed è anche l’orizzonte più vasto della grande famiglia umana.
Sanare le ferite, comprendere i dolori, trasformare i tradimenti sono azioni che producono effetti benefici che vanno ben oltre i singoli attori del dramma. Qui la risposta alle piccole o grandi tragedie individuali non è la fuga dalle persone o dalle situazioni che ci fanno stare male: Black Tea propone la via dell’incontro come risposta al trauma. E’ alchimia.
C’è una scena bellissima, in cui Aya — la protagonista — invita l’uomo che ama a riconciliarsi con il proprio passato, dandogli la possibilità di raccontare alla sua ex moglie la storia della figlia nata da un tradimento.
Il messaggio è semplice e rivoluzionario: mi libero con te, non contro di te.
Siamo parte di una rete, di un campo di infinite possibilità. E questo mondo multiculturale, spirituale, tecnologico e profondamente umano è già qui, pronto a essere abitato, se solo smettiamo di guardarlo con occhi pieni di pregiudizi coloniali.
Black Tea è una finestra su un futuro che è già iniziato, e che ci invita a esserci.

Insomma, se in Nomadland ho colto soprattutto tristezza e desolazione, in Black Tea ho colto la delicatezza, la bellezza, la possibilità e la necessità della comunione fra le anime. Con gli occhiali della vita, che non è mai miseria ma abbondanza, il mondo sembra essere ancora un bel posto da frequentare

E voi? Avete visto questi film?
Parliamone… magari davanti a una buona tazza di tè.


Come è stato per te? (25 aprile blues)

Ho cercato il mio posto, ne ho trovati più d’uno.

Sono cresciuta e regalandomi fiori ho colorato la mia casa.

L’ho tenuta calda d’inverno e ho piantato ogni maggio il basilico per l’estate.

Il disordine dei bambini è diventato il disordine dei ragazzi. Meno bello.

Ho cantato e ballato per sentirmi viva.

Mi sono persa e ritrovata più e più volte, che banalità.

Sono sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi…

Mi sono stancata di tante cose tante volte, ma non erano mai le cose a stancarmi.

Ho imparato a truccarmi ogni mattina per darmi una spinta in più.

Ho cercato uno sguardo fra tanti ogni giorno, con poca convinzione.

Ho inventato tanti modi per stare al mondo e per sentirmi di questo mondo.

Risultati discutibili.

Non è stato brutto, non è stato bello. E’ stato quasi un blues.

Come è stato per te?

Il diritto alla nostalgia (e sogno ancora di case)

E sogno ancora di case.

Sabato mattina, il risveglio è lento e pigro. Dentro, la sensazione di un sogno. Provo a ricordarlo. Ci siamo io, alcuni miei vicini e uno strano condominio. Appartamenti che nascondono altri appartamenti, spazi comuni ricavati da taluni all’insaputa di talaltri. E sfocate immagini di cose che accadono.

Non è la prima volta. I sogni di case ritornano, mai uguali e in molteplici varianti architettoniche, ma non solo. Ci sono la casa rifugio e la casa confine, la casa desiderio e la casa prigione. Case accoglienti e altre no. Case inquietanti, vuote e silenziose e case festanti.

E come dopo ogni sogno di case, anche stamattina ho pensato a mio padre. Han preso forma i ricordi, il senso di mancanza, la nostalgia e quel battere i piedi di bambina arrabbiata che lo rivuole indietro, che non ne ha avuto abbastanza. Dopo ogni sogno di case torno bambina, quella bambina che lo seguiva nei cantieri, che osservava con occhi pieni di meraviglia la nostra casa prendere forma. La sua idea di casa, la conferma del suo valore di marito e di padre.

La casa, nel sogno, si rivela anche con tutto il suo valore simbolico. Fondamenta, mattoni, cemento, altezze, ampiezze, porte, finestre, scale e tutto ciò che può contenere come oggetti, persone, storie e vibrazioni per una miriade di significati e sensazioni, a ognuno le sue. La casa è molto di più di un luogo fisico: è radicamento, è protezione, è sicurezza. E’ abbraccio rassicurante, è spazio di riposo, senza pretese. E’ lo spazio in cui ci si prepara al fuori, alla conquista, alla prestazione del dover essere.

La casa è mio padre, la sua energia, la sua presenza sottile e sottesa ad ogni cosa, il suo essere lui in me. E’ questa energia ciò che sento e che cerco e che giorno dopo giorno sono “costretta” a ricrearmi da me.

Se sono stanca? Sì, a volte lo sono. Se resisto? Sì, certo, resisto. Se posso farcela? Sì, ce la metto tutta, faccio quel che posso. La mia parte adulta fa da padre alla mia parte bambina frignosetta e smarrita. Quasi sempre. Ma non dopo un sogno di case. Anche lei ha diritto alla nostalgia.

Aspettando 2025

Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti

Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio

Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno

Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato

Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.

Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.

In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.

In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.

Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.

Cinque cose per il duemilaventicinque:

  1. Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
  2. Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
  3. Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
  4. Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
  5. Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.

L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!

NPD- Non Performing Day

Se acquistare crediti deteriorati, Non Performing Loans o NPL, è un’operazione finanziaria molto a rischio e non adatta a tutti, ci vogliono coraggio e soldi da buttare, al contrario tutti potrebbero prenderselo ogni tanto un Non Performing Day, un giorno senza performance. Un giorno unfuckwithable o sticazzi se preferite i francesismi, istituito magari a cadenza fissa e solenne. Uno di quei giorni in cui essere assolutamente senza dovere essere qualcosa o qualcuno. Un giorno senza trucco, senza tacchi, senza zaino sulle spalle e borsetta a tracolla e passo svelto. Un giorno imperturbabile, financo senza parole, senza domande e senza risposte se sentiamo che così ci va. Un giorno in cui non comparire in nessun posto in particolare, in cui la nostra presenza è totalmente indifferente e anonima, anche solo per vedere l’effetto che fa.

Un Non Performing Day ogni tanto ci spetta di diritto e se non ce lo danno, prendiamocelo noi. Non è il semplice stare sul divano in pigiama a guardare una serie su Netflix, non è il lasciarsi andare all’abbruttimento. Niente di male, ogni tanto ci sta pure quello, ma di solito ci svuota di energia. No, l’NPD è molto più consapevole. Perché c’è l’intenzione di stare nell’esperienza dello stare senza fare per osservare ciò accade, ciò che si sente, che effetto fa vedersi un po’ scendere di livello, senza aspettative su di sé, sugli altri, sulla vita. E così magari ci si vede un po’ più per come si è, si fa amicizia con un altro sé, si ridimensiona tutto, testo e contesto, e magari emergono immagini fino ad allora impensate di nuovi inizi e nuove prospettive. Solo immagini leggere e un po’ sfuocate, perché in fondo è il nostro NPD e non possiamo pretendere di avere le idee chiare o di prendere decisioni. Lasciamo che ciò che affiori aleggi, rimanga nel vago, ci faccia sorridere dentro più che fuori. Rimaniamo piacevolmente indefiniti e inconsistenti, dimentichi del nostro lavoro, dei nostri ruoli, dei nostri gruppi di appartenenza e dei nostri io identitari. Ci sarà modo e tempo, domani, di riprendere tutto e meno male. E domani sapremo di avere uno spaziotempo NPD a nostra disposizione che potremo assaporare e attraversare, sopravvivendo all’esperienza.

Niente male se ci si ritrova, viceversa ci potremmo perdere un po’ troppo, in fondo un rischio c’è anche qui. Ma la performance ci sta se ci giochiamo, se sappiamo fare teatro, entrare e uscire dalle parti a al tempo giusto, stare on stage finché basta, poi togliersi gli abiti di scena senza nostalgia e fare spazio all’inazione e a qualche nostra fantasia. Liberi dalla performance, talvolta, accade di incontrare l’incomprensibile e di accettarlo così com’è. Non c’è niente, in fondo, di cui aver paura.

Un Gin Tonic al Buddha Bar

Se questa che sto vivendo fosse la mia ultima vita passata, cosa sarei adesso, nella vita nuova?

Guardandomi da qui, dalla vita passata, vedrei i frutti del mio quotidiano lavoro. L’introspezione e l’alchimia, lo yoga e il palo santo, la preghiera e la magia qualcosa di buono han pur portato. Mi vedo donna di saggezza, con l’anima gemella e il fiuto per gli affari, libera da doveri e da morali. Vedo una casa al mare e una in montagna, la voglia di viaggiare e poi libri, balli e canti.

Con momenti di estatica contemplazione dell’essere, mi vedo viver di musica e poesia e piaceri su piaceri. Forse sono mamma, ma in modo diverso, forse c’è un palco su cui stare. Forse sono io al cento per cento e non ho più paura di sbagliare. Mi vedo più “sti cazzi”, mi vedo anche giocare, magnetica, guerriera, spirituale.

Dal canto suo la me che sono adesso, nella vita nuova, guardando quella di prima, ne ha di sentimento e compassione. E con un piccolo sorriso incoraggia dal futuro la tapina come a dire che forse, anche un po’ prima, può lasciarsi alle spalle tutte le indolenti manfrine.

Se può esprimere tali giudizi è solo perché lo fa dall’alto della sua altezza, ma sa anche e soprattutto che la deve ringraziare, quella di prima, perché senza quel duro lavoro, più cattivo il karma suo sarebbe ora e addio saggezza e casa al mare e anche in montagna e compagnia cantante.

In fondo  però anche lei quella di adesso ha il suo bel da fare per via del fatto che vivere a  certi livelli poi a certi altri non puoi più tornare e qualche volta si vorrebbe riposare o almeno un pochino lamentare e trovare qualcuno da incolpare. E certi antichi e inutili pensieri retaggio del passato, van pensati così, senza punteggiatura e senza fiato.

Ma tant’è, a ogni vita la sua pena.

E allora dico a entrambe, io che le guardo dal mio punto di osservazione, fuori dal tempo e dallo spazio, lasciatemi un po’ in pace che a me e a tutta me stessa basta un Gin Tonic  al Buddha Bar per fare la sintesi perfetta della situazione, per essere dopo, durante e prima, per essere una, nessuna e centomila!

Non hai bisogno di andare da nessuna parte: se puoi essere gioioso, fluido, vivo, sensibile, orgasmico, proprio questa riva si trasforma immediatamente nell’altra, proprio questo mondo è il paradiso, proprio questo corpo è il Buddha. (Osho)

Fioriture e Sfioriture

Vivo un tempo di passaggio. Con lo sguardo malinconico ad una donna giovane e bella che non sapeva di esserlo. Con lo sguardo malinconico ai figli piccoli e alle cose belle fatte assieme. Dono delle lacrime per lasciare andare dagli occhi qualcosa che non c’è più. E poi sguardi di tenerezza infinita e provare a sentirmi come allora adesso, e proiettarmi nel futuro.  Come vivere sempre nel fiore degli anni, vivere in qualunque momento il fiore degli anni. Nello sfiorire apparente del corpo c’è il fiorire di un d’amore per se stessi che si fa più che mai necessario e un fiorire di gentilezza, anche.

Al netto dei rimpianti si può solo essere gentili con sé. O forse proprio grazie ad essi. Nel lasciare andare tutto quello che poteva essere e non è stato c’è il fiorire di una profondità nuova, un accorgersi sempre più del momento, di ciò che istante dopo istante si manifesta alla realtà, c’è il fiorire di un desiderio di spezzare la meccanicità dell’abitudine di sé con la ritualità e la sacralità stessa dell’istante. Togliersi dalla linearità del tempo per sperimentare una realtà aumentata di possibilità in ogni direzione. Non è neanche facile da spiegare questo equilibrio a cui tendere tra accettare e desiderare, tra centratura e apertura, tra profondità del sentire e superficialità dello sguardo. Forse è nel cammino spirituale che si trovano questi equilibri e anche le parole per descriverli.

Intanto lascio spazio ad intuizioni e sensazioni e mi permetto di entrare in tutti i mondi che desidero esplorare o creare. E la coscienza si amplia. Ogni volta che fermo una sensazione o una intuizione e la semino dentro di me rendo possibile, istante dopo istante, la creazione di un certa realtà. Il segreto, forse, è accorgersene, farne un atto consapevole, e nello stesso tempo non lasciare che la sensazione se ne vada. Interrogarla, farsi in interrogare, darle valore, scegliere se seguirla oppure no. E così, di passo in passo, partecipare alla co-creazione di sé e del mondo.

Tutto è sempre possibile. Nello sfiorire di qualcosa c’è la fioritura di qualcosa d’altro.

Finestre aperte

Al netto del mal tempo

nonostante il disincanto

seppur con qualche diffidenza

le finestre sono aperte.

Entran mosche e moscerini

puoi sbirciare anche i vicini

si confondono i confini

le finestre sono aperte.

Vedi il suono che fanno i fiori

odi il profumo dei colori

si confondono anche i sensi

le finestre sono aperte.

Con la voglia di far niente

di dir poco e anche di meno

tra visioni e sensazioni

le finestre sono aperte.

Mente cuore braccia gambe

bocca occhi naso orecchie

maggio giungo luglio agosto

le finestre sono aperte!