Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti
Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio
Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno
Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato
Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.
Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.
Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.
In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.
In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.
Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.
Cinque cose per il duemilaventicinque:
Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.
L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!
Il vento a Gerakas e i tartarughini in cerca del mare. Ce l’avranno poi fatta? La bruschetta con le alici di Porto Mela a Dafni. Che Dio benedica la cuoca! Dafni beach col mare piatto.
La vista col fiato sospeso sui faraglioni di Keri. Qualche paura superata. La salita dalla spiaggia di Xiagi e l’angelo della strada, (sì, di motori gli uomini ancora se ne intendono di più).
Paolo’s Corner, la taverna. La super luna dalla casa di Lata.
Le capriole con Monica nel mare di Alykes. L’acqua che tonifica.
Le strade in mezzo agli ulivi, la terra rossa.
Il monaco ortodosso del monastero di Agios Georgios, così bello!
La serata del pane e spritz, le risate per poco, i pensieri leggeri e profondi.
E poi quello che non ti aspetti, come la pioggia in barca, i parcheggi gratuiti e i croissant che san di burro.
Infine, quell’impressione di me lasciata a Zante, l’impronta dei miei piedi nudi e la scia dei miei sensi accesi, miracolo di questo Mediterraneo che in ogni dove sembra custodire qualcosa di me che ancora non so.
Vivo un tempo di passaggio. Con lo sguardo malinconico ad una donna giovane e bella che non sapeva di esserlo. Con lo sguardo malinconico ai figli piccoli e alle cose belle fatte assieme. Dono delle lacrime per lasciare andare dagli occhi qualcosa che non c’è più. E poi sguardi di tenerezza infinita e provare a sentirmi come allora adesso, e proiettarmi nel futuro. Come vivere sempre nel fiore degli anni, vivere in qualunque momento il fiore degli anni. Nello sfiorire apparente del corpo c’è il fiorire di un d’amore per se stessi che si fa più che mai necessario e un fiorire di gentilezza, anche.
Al netto dei rimpianti si può solo essere gentili con sé. O forse proprio grazie ad essi. Nel lasciare andare tutto quello che poteva essere e non è stato c’è il fiorire di una profondità nuova, un accorgersi sempre più del momento, di ciò che istante dopo istante si manifesta alla realtà, c’è il fiorire di un desiderio di spezzare la meccanicità dell’abitudine di sé con la ritualità e la sacralità stessa dell’istante. Togliersi dalla linearità del tempo per sperimentare una realtà aumentata di possibilità in ogni direzione. Non è neanche facile da spiegare questo equilibrio a cui tendere tra accettare e desiderare, tra centratura e apertura, tra profondità del sentire e superficialità dello sguardo. Forse è nel cammino spirituale che si trovano questi equilibri e anche le parole per descriverli.
Intanto lascio spazio ad intuizioni e sensazioni e mi permetto di entrare in tutti i mondi che desidero esplorare o creare. E la coscienza si amplia. Ogni volta che fermo una sensazione o una intuizione e la semino dentro di me rendo possibile, istante dopo istante, la creazione di un certa realtà. Il segreto, forse, è accorgersene, farne un atto consapevole, e nello stesso tempo non lasciare che la sensazione se ne vada. Interrogarla, farsi in interrogare, darle valore, scegliere se seguirla oppure no. E così, di passo in passo, partecipare alla co-creazione di sé e del mondo.
Tutto è sempre possibile. Nello sfiorire di qualcosa c’è la fioritura di qualcosa d’altro.
Nota: Un acrostico è un componimento poetico o un’altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.
Col giusto ritmo, con i tempi dilatati del week end, si macinano i chilometri: in auto, nel traffico più intenso, a piedi, nel centro della città apparecchiata per la festa. I miei sensi sono rapiti soprattutto dalle luci e dai colori degli addobbi e dalle vetrine scintillanti. È tutto un luccichio, uno sfavillare di oro e di argento, un richiamo all’abbondanza di doni e di cose buone per il palato.
Se un tempo tutto ciò poteva suscitare in me un certo fastidio al grido di viva la spiritualità e abbasso il consumismo, o del più modesto motto basta il pensiero, adesso posso cogliere sfumature nuove. Sarà che invecchiando in genere si è meno ribelli e più benestanti, sta di fatto che mi sembra tutto così gioioso e leggero in giro, tutto così bello, anche la gente che affolla le vie e rallenta il mio passo nel freddo dicembrino.
E nell’incedere lento il pensiero si fa più intimo e così ho tempo di assaporare tutte le bizzarre idee che mi passano per la testa.
Per esempio, vorrei tuffarmi nella vetrina del gioielliere e sentire il tintinnio di collane, braccialetti e pietre preziose. Vorrei poi salire sulla giostrina dei cavallini e incontrare gli occhi di un bimbo incantato. Vorrei bere anche oggi con gli amici, tra le risate sciocche, quella meravigliosa cioccolata di Asperti. Vorrei entrare in ogni boutique e provare cappellini con la mia amica Monica e abiti da sera per una notte di S. Silvestro di classe. Vorrei persino l’auto che mi aspetta con tanto di chauffeur per aiutarmi a caricare i pacchi come fossi sulla Quinta Strada in un film natalizio a caso. Vorrei infine incontrare gli occhi di un uomo che ancora abbia voglia di credere nella magia, anche se sono solo a Legnano e non a New York in un film natalizio a caso.
Natale alla fine è tante cose: una festa spirituale, una festa religiosa, la favola di una famiglia disfunzionale con strani amici, una festa orami solo consumistica per un assurdo ripetitivo rituale privo di senso… vale tutto.
Ma quello che cambia prospettiva alla fine è solo lo sguardo che decidiamo di avere sulle cose e il racconto che ne facciamo. Quest’anno il mio sguardo è quello dell’abbondanza. E in questa abbondanza mi muovo grata nel mondo perché essa è la legge per chi sa vedere con occhi nuovi la vita.
Mi auguro e auguro a tutti di sintonizzarsi sulle più alte frequenze per i giorni a venire e di fare un check ogni tanto per vedere come va l’allineamento. Perché Natale poi passa e le luci si spengono e ricordarsi ogni giorno di essere immersi nella bellezza e nella ricchezza diventa un atto di volontà, coraggioso e in controtendenza.
(Il mondo è bello, siamo noi ad essere ciechi -S. Brizzi)
Il cane invecchia e si muove poco. Sta sveglio di notte tutto agitato e perso nelle sue paure. Sedativi e psicofarmaci, è il suo turno, povero vecchio Leon.
Un’altra estate sta arrivando. Ho qualche chilo in più, ma molte meno ansie.
Guardo da punti di vista aerei le umane vicissitudini e poco mi scompongo. Un buon risultato, il tempo non è passato invano se è cresciuto lo spirito.
Ma certo, pensando al cane, mi viene da dire che c’è sempre meno tempo anche per me. Forse l’esperienza e l’intento sopperiscono alla mancanza. E l’eternità dell’esistenza si fa spazio tra la brevità della vita.
E meno male che ho ancora ampi margini di scoperta di ciò che mi piace. Così posso stare in movimento e praticare un sano auto erotismo. Approfondirmi, crescere ancora in tutte le dimensioni, lasciare andare quello che non serve più, accogliere quello che mi serve ora: voglio assomigliare sempre di più ad un grande, vecchio, autorevole e saggio albero e vivere tutte le stagioni con dignità.
L’anno della manifestazione si sta concludendo. La nuova sfida di settembre avrà il colore del grano maturo, l’intensità della realizzazione e la forma dello scettro del comando.
Non per niente si vive, ma per i tanti istanti “in cui scocca l’unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle”.
Forza Leon, la facciamo ancora una corsa nei boschi?