Uscire dalle righe – la visione che guida e il coraggio di cambiarla

Questo articolo è un invito a un piccolo fare, con l’augurio di poter cominciare un nuovo viaggio verso la versione di noi stessi che più desideriamo.

Un viaggio ha bisogno di una mappa: un intento, una visione, un pro-getto lanciato verso il futuro.
Questa mappa, tutta interiore, è una guida che contiene parole e immagini per noi significative, e che ci ricordano dove vogliamo andare e come tenere diritta la barra del timone.

Ma una mappa ha anche dei confini. Io credo che i confini siano importanti, sebbene sia altrettanto importante concedersi la possibilità di sconfinare, senza per questo smarrirsi.
A volte lo sconfinamento porta a costruire una nuova mappa, perché quella che abbiamo non ci basta più. Siamo sempre più vasti delle nostre visioni: siamo un traboccare oltre, oltre che uno stare.

Nel bilancio di fine anno facciamo la contabilità dell’anima. Ci chiediamo cosa tenere di buono, cosa lasciare andare, cosa ci ha dato gioia e cosa no, cosa abbiamo realizzato e cosa è rimasto incompiuto.
Insomma, facciamo un po’ di ordine e diamo valore alla nostra storia: trasformiamo il bilancio in racconto. Perché siamo storie, siamo sviluppo, gomitoli che si dipanano, non semplici esseri puntiformi incatenati a un destino già scritto.

In questi giorni di grazia e di luce crescente, di spirito che si rinnova e si rinsalda, possiamo scegliere un momento per rivolgere lo sguardo dentro di noi, con l’intento di trovare l’oro nel piombo: trovare cioè il senso e il valore delle esperienze appena passate e scrivere un racconto che sia nostro e che ci piaccia.

E poi immaginare – con tutta la potenza di questo verbo – la nostra nuova vision board e dare un titolo all’anno che arriva.

Il mio titolo è: rallentare per gustare.
E uscire dalle righe, di tanto in tanto.

E il tuo?
Quali sono le parole che scegli per ispirarti?

Ci vuole coraggio…a compiere gli anni!

Passato da poco il giorno del mio compleanno mi dico che oramai ci vuole coraggio a compiere gli anni.

Coraggio significa avere cuore e i compleanni, soprattutto dopo un certa, andrebbero vissuti con il cuore.

Come potremmo altrimenti accettare di avere un nuovo segno sul volto o ascoltare le nostre gambe stanche? Come potremmo solo con il volere liberarci dalle nostre ragioni, dai nostri principi, dai nostri giusto e sbagliato?

Il coraggio è anche quello di riuscire a tagliare con ciò che non aggiunge più nulla, che non dà e che non prende valore, con il parlare al vento e di tutto e di niente, di tutti e di nessuno.

Il coraggio di scegliere con chi accompagnarsi e quando stare da soli, di non convincere gli altri delle proprie ragioni, di non perdere più tempo dietro a cose che non ci fanno vibrare.

Ma c’è anche il coraggio di andare ancora per strade che non conosciamo e che ci chiamano da tempo. L’essenza che ci abita è sempre bambina, la nostra sensazione di esistere è come allora intatta e pronta a rivitalizzarci ogni qual volta ci colleghiamo con essa.

Vivere con il cuore non ci affatica, al contrario ci nutre e ci aiuta a fare un passo nuovo ogni giorno, a ogni età.

Liberiamoci dall’abitudine di essere noi stessi!  Se non è successo prima, dopo i cinquanta dovremmo averne abbastanza! Non siamo stufi di ripeterci: “sono fatto così?”

C’è un tempo che ci vuole presenti oltremisura, presenti fino al midollo delle ossa, e questo è il tempo della maturità. In questo tempo possiamo finalmente vivere nella pienezza ogni momento, ogni azione, ogni parola e sentire che stiamo aprendo un dialogo con l’eternità. La vita materiale finisce, ma ogni gesto compiuto in presenza si consegna all’eternità. Non si spiega, si sente con il cuore.

Auguro a ognuno compleanni coraggiosi e il coraggio delle molteplici fini e dei molteplici inizi, che la vita cambia sempre e noi con lei.

A chi oggi puoi dire addio? A chi dai il benvenuto?

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità… (F. Guccini)

Evviva l’estate di belle speranze.

(Con colonna sonora)

È ferragosto e, al netto del caldo, dei grassi saturi e dei balli gruppo a bordo piscina, sono viva!

Che grande occasione, posso ancora giocare: chi vuole il discanto se lo pigli, io mi tengo il canto di un’estate che dovrebbe non finire mai!

Sto bene, il cuore è aperto. Tutto contengo, sono goccia e oceano. Sto tra fragilità e forza, in bilico.

Trovo la mia strada camminando, apprezzo le soste del cammino. Sperimento la vita, ogni giorno è un dono. Ogni giorno vivo molte vite, ogni giorno è il primo.

Avere una moltitudine di direttrici di futuro è aprirsi alla vita e creare spazi. Continuo a seminare in un campo di infinite possibilità. L’anima ancora non si contenta, ancora non è stanca.

Anima mia, che progetto hai tu per me? Quali semi del mio campo cresceranno?

Tutto il mio essere è in stato ricettivo. Tutto intorno è un mercato di meraviglie e tutto fiorisce solo grazie a qualcosa o a qualcuno: nel cuore lo spazio per la gratitudine è il veicolo per la beatitudine e tutte le cose belle che arrivano.

Realizzo in questo giorno di festa che la vita accade istante dopo istante. Che la vita accade nell’eternità. Quello del tempo è un concetto utile, ma sopravvalutato. Mi scopro a-temporale. Non è una figata?

E tu? Di che vivi? Hai già scoperto il tuo giardino incantato?

Il diritto alla nostalgia (e sogno ancora di case)

E sogno ancora di case.

Sabato mattina, il risveglio è lento e pigro. Dentro, la sensazione di un sogno. Provo a ricordarlo. Ci siamo io, alcuni miei vicini e uno strano condominio. Appartamenti che nascondono altri appartamenti, spazi comuni ricavati da taluni all’insaputa di talaltri. E sfocate immagini di cose che accadono.

Non è la prima volta. I sogni di case ritornano, mai uguali e in molteplici varianti architettoniche, ma non solo. Ci sono la casa rifugio e la casa confine, la casa desiderio e la casa prigione. Case accoglienti e altre no. Case inquietanti, vuote e silenziose e case festanti.

E come dopo ogni sogno di case, anche stamattina ho pensato a mio padre. Han preso forma i ricordi, il senso di mancanza, la nostalgia e quel battere i piedi di bambina arrabbiata che lo rivuole indietro, che non ne ha avuto abbastanza. Dopo ogni sogno di case torno bambina, quella bambina che lo seguiva nei cantieri, che osservava con occhi pieni di meraviglia la nostra casa prendere forma. La sua idea di casa, la conferma del suo valore di marito e di padre.

La casa, nel sogno, si rivela anche con tutto il suo valore simbolico. Fondamenta, mattoni, cemento, altezze, ampiezze, porte, finestre, scale e tutto ciò che può contenere come oggetti, persone, storie e vibrazioni per una miriade di significati e sensazioni, a ognuno le sue. La casa è molto di più di un luogo fisico: è radicamento, è protezione, è sicurezza. E’ abbraccio rassicurante, è spazio di riposo, senza pretese. E’ lo spazio in cui ci si prepara al fuori, alla conquista, alla prestazione del dover essere.

La casa è mio padre, la sua energia, la sua presenza sottile e sottesa ad ogni cosa, il suo essere lui in me. E’ questa energia ciò che sento e che cerco e che giorno dopo giorno sono “costretta” a ricrearmi da me.

Se sono stanca? Sì, a volte lo sono. Se resisto? Sì, certo, resisto. Se posso farcela? Sì, ce la metto tutta, faccio quel che posso. La mia parte adulta fa da padre alla mia parte bambina frignosetta e smarrita. Quasi sempre. Ma non dopo un sogno di case. Anche lei ha diritto alla nostalgia.

La percezione dell’essere

Hai mai sentito di esistere? Ci sono istanti rari e assai preziosi, così brevi da essere molto vicini all’eternità, in cui percepisci in maniera profonda l’esistenza. Cioè, non il semplice fatto di sapere, con la testa, che sei vivo e che esistono (forse) delle cose fuori di te, ma la pura percezione di te e del tuo corpo che vibra e si muove dentro, la percezione delle tue cellule che respirano, del tuo sangue che scorre nelle vene, dello spazio che occupi, del tuo gravare sulla terra, della tua pelle sfiorata dall’aria.

A me è successo oggi, passeggiando con il mio cane, in un parchetto pubblico. Dato che non puoi stare in uno stato di grazia per più di qualche istante senza essere ricoverato in psichiatria, ho cercato di non dare troppo nell’occhio, perché il paese è piccolo e la gente mormora, 

Questi momenti, se li hai vissuti, passano veloci come un treno in corsa, e ti lasciano sulla banchina della stazione tutto spettinato, con le mani sopra le orecchie, con il cuore che batte per lo spavento. Perché spaventa un po’ sentirti vivo per davvero e non fare solo finta come nella drammatica commedia che reciti come tutti per stare al mondo. Sono momenti che hanno il potere di sospendere il tempo lineare, farlo precipitare in un buco nero e farti sentire la tua essenza di essere libero, senza inizio e senza fine. Sì, perché in quei momenti non hai una età, la vita che percepisci in te è sempre la stessa e non dipende da nulla al di fuori di te.

Capita, a volte, questa magia, quando te lo ricordi. Quando ti ricordi di guardarti come da sopra. Quando ti ricordi di mettere i tuoi pensieri dietro le quinte e di stare nell’adesso, quando ti ricordi di respirare, quando ti ricordi di rallentare, quando ti ricordi di agire in presenza di te, quando ti ricordi di usare i tuoi sensi come se fossi appena nato e tutto ti è sconosciuto, senza nome, senza storia, tutto è solo pura prima percezione. Cos’è quel tremore della tua pelle a contatto con l’aria fredda? E come si distende il tuo corpo al tepore del sole! E l’albero qui vicino come lo senti? Ora cercherai gli occhi di uno sconosciuto per vivere per un attimo in lui e lui in te. Quando si dice essere un tutt’uno con l’universo.

Forse questa esperienza è un dono, forse l’esito di un cammino, forse la ricompensa di uno sforzo consapevole, forse frutto di un allenamento alla gratitudine e al non dare niente per scontato. Ma se ti accade una volta, poi ne vuoi ancora e ne puoi ancora. Gioia e libertà sono ontologiche.

 

 

Aspettando 2025

Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti

Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio

Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno

Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato

Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.

Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.

In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.

In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.

Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.

Cinque cose per il duemilaventicinque:

  1. Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
  2. Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
  3. Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
  4. Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
  5. Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.

L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!

NPD- Non Performing Day

Se acquistare crediti deteriorati, Non Performing Loans o NPL, è un’operazione finanziaria molto a rischio e non adatta a tutti, ci vogliono coraggio e soldi da buttare, al contrario tutti potrebbero prenderselo ogni tanto un Non Performing Day, un giorno senza performance. Un giorno unfuckwithable o sticazzi se preferite i francesismi, istituito magari a cadenza fissa e solenne. Uno di quei giorni in cui essere assolutamente senza dovere essere qualcosa o qualcuno. Un giorno senza trucco, senza tacchi, senza zaino sulle spalle e borsetta a tracolla e passo svelto. Un giorno imperturbabile, financo senza parole, senza domande e senza risposte se sentiamo che così ci va. Un giorno in cui non comparire in nessun posto in particolare, in cui la nostra presenza è totalmente indifferente e anonima, anche solo per vedere l’effetto che fa.

Un Non Performing Day ogni tanto ci spetta di diritto e se non ce lo danno, prendiamocelo noi. Non è il semplice stare sul divano in pigiama a guardare una serie su Netflix, non è il lasciarsi andare all’abbruttimento. Niente di male, ogni tanto ci sta pure quello, ma di solito ci svuota di energia. No, l’NPD è molto più consapevole. Perché c’è l’intenzione di stare nell’esperienza dello stare senza fare per osservare ciò accade, ciò che si sente, che effetto fa vedersi un po’ scendere di livello, senza aspettative su di sé, sugli altri, sulla vita. E così magari ci si vede un po’ più per come si è, si fa amicizia con un altro sé, si ridimensiona tutto, testo e contesto, e magari emergono immagini fino ad allora impensate di nuovi inizi e nuove prospettive. Solo immagini leggere e un po’ sfuocate, perché in fondo è il nostro NPD e non possiamo pretendere di avere le idee chiare o di prendere decisioni. Lasciamo che ciò che affiori aleggi, rimanga nel vago, ci faccia sorridere dentro più che fuori. Rimaniamo piacevolmente indefiniti e inconsistenti, dimentichi del nostro lavoro, dei nostri ruoli, dei nostri gruppi di appartenenza e dei nostri io identitari. Ci sarà modo e tempo, domani, di riprendere tutto e meno male. E domani sapremo di avere uno spaziotempo NPD a nostra disposizione che potremo assaporare e attraversare, sopravvivendo all’esperienza.

Niente male se ci si ritrova, viceversa ci potremmo perdere un po’ troppo, in fondo un rischio c’è anche qui. Ma la performance ci sta se ci giochiamo, se sappiamo fare teatro, entrare e uscire dalle parti a al tempo giusto, stare on stage finché basta, poi togliersi gli abiti di scena senza nostalgia e fare spazio all’inazione e a qualche nostra fantasia. Liberi dalla performance, talvolta, accade di incontrare l’incomprensibile e di accettarlo così com’è. Non c’è niente, in fondo, di cui aver paura.

Tracce di viaggio.

Il vento a Gerakas e i tartarughini in cerca del mare. Ce l’avranno poi fatta?
La bruschetta con le alici di Porto Mela a Dafni. Che Dio benedica la cuoca!
Dafni beach col mare piatto.

La vista col fiato sospeso sui faraglioni di Keri.
Qualche paura superata.
La salita dalla spiaggia di Xiagi e l’angelo della strada, (sì, di motori gli uomini ancora se ne intendono di più).

Paolo’s Corner, la taverna.
La super luna dalla casa di Lata.

Le capriole con Monica nel mare di Alykes.
L’acqua che tonifica.

Le strade in mezzo agli ulivi, la terra rossa.

Il monaco ortodosso del monastero di Agios Georgios, così bello!

La serata del pane e spritz, le risate per poco, i pensieri leggeri e profondi.

E poi quello che non ti aspetti, come la pioggia in barca, i parcheggi gratuiti e i croissant che san di burro.

Infine, quell’impressione di me lasciata a Zante, l’impronta dei miei piedi nudi e la scia dei miei sensi accesi, miracolo di questo Mediterraneo che in ogni dove sembra custodire qualcosa di me che ancora non so.

Fioriture e Sfioriture

Vivo un tempo di passaggio. Con lo sguardo malinconico ad una donna giovane e bella che non sapeva di esserlo. Con lo sguardo malinconico ai figli piccoli e alle cose belle fatte assieme. Dono delle lacrime per lasciare andare dagli occhi qualcosa che non c’è più. E poi sguardi di tenerezza infinita e provare a sentirmi come allora adesso, e proiettarmi nel futuro.  Come vivere sempre nel fiore degli anni, vivere in qualunque momento il fiore degli anni. Nello sfiorire apparente del corpo c’è il fiorire di un d’amore per se stessi che si fa più che mai necessario e un fiorire di gentilezza, anche.

Al netto dei rimpianti si può solo essere gentili con sé. O forse proprio grazie ad essi. Nel lasciare andare tutto quello che poteva essere e non è stato c’è il fiorire di una profondità nuova, un accorgersi sempre più del momento, di ciò che istante dopo istante si manifesta alla realtà, c’è il fiorire di un desiderio di spezzare la meccanicità dell’abitudine di sé con la ritualità e la sacralità stessa dell’istante. Togliersi dalla linearità del tempo per sperimentare una realtà aumentata di possibilità in ogni direzione. Non è neanche facile da spiegare questo equilibrio a cui tendere tra accettare e desiderare, tra centratura e apertura, tra profondità del sentire e superficialità dello sguardo. Forse è nel cammino spirituale che si trovano questi equilibri e anche le parole per descriverli.

Intanto lascio spazio ad intuizioni e sensazioni e mi permetto di entrare in tutti i mondi che desidero esplorare o creare. E la coscienza si amplia. Ogni volta che fermo una sensazione o una intuizione e la semino dentro di me rendo possibile, istante dopo istante, la creazione di un certa realtà. Il segreto, forse, è accorgersene, farne un atto consapevole, e nello stesso tempo non lasciare che la sensazione se ne vada. Interrogarla, farsi in interrogare, darle valore, scegliere se seguirla oppure no. E così, di passo in passo, partecipare alla co-creazione di sé e del mondo.

Tutto è sempre possibile. Nello sfiorire di qualcosa c’è la fioritura di qualcosa d’altro.

Finestre aperte

Al netto del mal tempo

nonostante il disincanto

seppur con qualche diffidenza

le finestre sono aperte.

Entran mosche e moscerini

puoi sbirciare anche i vicini

si confondono i confini

le finestre sono aperte.

Vedi il suono che fanno i fiori

odi il profumo dei colori

si confondono anche i sensi

le finestre sono aperte.

Con la voglia di far niente

di dir poco e anche di meno

tra visioni e sensazioni

le finestre sono aperte.

Mente cuore braccia gambe

bocca occhi naso orecchie

maggio giungo luglio agosto

le finestre sono aperte!