Ad un certo punto

Ad un certo punto la paura si fa più piccola, il passato bussa, ma non disturba, il futuro non è più una preoccupazione, ma un campo da seminare.

In fondo, con lo sguardo dell’Assoluto, prendere una strada o un’altra è equivalente e tutto ciò che si sceglie è giusto.

La moralità diventa meno interessante, anche se utile ai livelli più basici dell’esistenza.

Ad un certo punto resistere diventa spossante e sembra persino possibile affidarsi alla propria voce interiore.

“Fare come se” aiuta a spostare i limiti e a scrivere di un viaggio più avventuroso. La realtà è ciò che è ed è come la si danza. I desideri sono infiniti per il bisogno di infinito.

Pura gioia mi abita, seppure velata a volte da una Luna nostalgica: nostalgia della mia casa perduta dove abita pura essenza vivida, inquieta, selvaggia, libera.

Il viaggio è un ritorno?

Ma tu prendi il tempo buono, perché presto finirà e goditi il tempo cattivo perché anche quello non durerà. (David Riondino)

Compassionevole sguardo

La pelle del viso con le macchie,

il corpo meno tonico,

il passo più lento.

Uno sguardo che com-prende tutto di sé nell’adesso.

Dare una carezza al passato,

arredare di senso il presente,

con un occhio al telos, alla direzione.

Fiorire è significare e rinominare ogni giorno la vita.

Meravigliare il viaggio.

Fino all’ultimo giorno.

Quando di noi poi resterà solo il profumo dei fiori,

l’evanescente immortale Sé.

E così vedere l’altro,

vedere che i suoi pensieri, nel suo intimo,

saranno forse simili dai nostri.

E vederlo così, fino all’ultimo giorno.

Accompagnamoci dunque di fioritura in fioritura,

con parole e silenzi,

abbracciando ogni sguardo come se fosse il primo,

colmi di meraviglia e di spavento, davanti al mistero.

dipinto di CASPAR DAVID FRIEDRICH – IL VIANDANTE

Uscire dalle righe – la visione che guida e il coraggio di cambiarla

Questo articolo è un invito a un piccolo fare, con l’augurio di poter cominciare un nuovo viaggio verso la versione di noi stessi che più desideriamo.

Un viaggio ha bisogno di una mappa: un intento, una visione, un pro-getto lanciato verso il futuro.
Questa mappa, tutta interiore, è una guida che contiene parole e immagini per noi significative, e che ci ricordano dove vogliamo andare e come tenere diritta la barra del timone.

Ma una mappa ha anche dei confini. Io credo che i confini siano importanti, sebbene sia altrettanto importante concedersi la possibilità di sconfinare, senza per questo smarrirsi.
A volte lo sconfinamento porta a costruire una nuova mappa, perché quella che abbiamo non ci basta più. Siamo sempre più vasti delle nostre visioni: siamo un traboccare oltre, oltre che uno stare.

Nel bilancio di fine anno facciamo la contabilità dell’anima. Ci chiediamo cosa tenere di buono, cosa lasciare andare, cosa ci ha dato gioia e cosa no, cosa abbiamo realizzato e cosa è rimasto incompiuto.
Insomma, facciamo un po’ di ordine e diamo valore alla nostra storia: trasformiamo il bilancio in racconto. Perché siamo storie, siamo sviluppo, gomitoli che si dipanano, non semplici esseri puntiformi incatenati a un destino già scritto.

In questi giorni di grazia e di luce crescente, di spirito che si rinnova e si rinsalda, possiamo scegliere un momento per rivolgere lo sguardo dentro di noi, con l’intento di trovare l’oro nel piombo: trovare cioè il senso e il valore delle esperienze appena passate e scrivere un racconto che sia nostro e che ci piaccia.

E poi immaginare – con tutta la potenza di questo verbo – la nostra nuova vision board e dare un titolo all’anno che arriva.

Il mio titolo è: rallentare per gustare.
E uscire dalle righe, di tanto in tanto.

E il tuo?
Quali sono le parole che scegli per ispirarti?

A un passo

Pigato Punta Crena

Sa di Varigotti  e Varigotti sa di infanzia.

Baccalà fatto bene. Lo gusto coi suoi tempi, non con quelli della mia voracità.

Fuori vento freddo. Il mare è a un passo, ma non lo vedo.

Vicoli tanti da smarrirsi, sporchi e misteriosi.

Vento freddo.

Lo comprendo, perché sono a Genova a novembre.

Cammino piano per salite e per discese, il mio passo di pianura non capisce subito, ma poi si arrende.

Ci soni negozi ancora veri. Voglio dire, più veri che a Milano.

Il mare è a un passo, posso anche non vederlo.

Posso anche non vederlo sempre, voglio dire.

Mi basta sapere, che è a un passo da me.

Evviva l’estate di belle speranze.

(Con colonna sonora)

È ferragosto e, al netto del caldo, dei grassi saturi e dei balli gruppo a bordo piscina, sono viva!

Che grande occasione, posso ancora giocare: chi vuole il discanto se lo pigli, io mi tengo il canto di un’estate che dovrebbe non finire mai!

Sto bene, il cuore è aperto. Tutto contengo, sono goccia e oceano. Sto tra fragilità e forza, in bilico.

Trovo la mia strada camminando, apprezzo le soste del cammino. Sperimento la vita, ogni giorno è un dono. Ogni giorno vivo molte vite, ogni giorno è il primo.

Avere una moltitudine di direttrici di futuro è aprirsi alla vita e creare spazi. Continuo a seminare in un campo di infinite possibilità. L’anima ancora non si contenta, ancora non è stanca.

Anima mia, che progetto hai tu per me? Quali semi del mio campo cresceranno?

Tutto il mio essere è in stato ricettivo. Tutto intorno è un mercato di meraviglie e tutto fiorisce solo grazie a qualcosa o a qualcuno: nel cuore lo spazio per la gratitudine è il veicolo per la beatitudine e tutte le cose belle che arrivano.

Realizzo in questo giorno di festa che la vita accade istante dopo istante. Che la vita accade nell’eternità. Quello del tempo è un concetto utile, ma sopravvalutato. Mi scopro a-temporale. Non è una figata?

E tu? Di che vivi? Hai già scoperto il tuo giardino incantato?

Odissea

Sto nella vaghezza

Di cosa sono e di cosa voglio

In attesa di una nuova forma

La testa fra le mani

I libri da riordinare

La muffa sul muro

Il desiderio di ballare

Andare incontro a sconosciuti

Sentirmi respirare

Semplificare

Togliere senza perdere nulla

Accettare che ci siano ancora

Mille possibilità

Sentieri sconosciuti

Invocare l’aiuto

Delle divintà

Voglio le lacrime di Ulisse

E un posto a cui tornare

Forza senza sforzo

Potenza e non potere

Un’isola tutta mia su cui regnare.

Nomadland e Black Tea: il racconto di due visioni antropologiche.

Due mondi, due film, due visioni del futuro

Di solito non mi avventuro a scrivere articoli che richiedano un certo impegno intellettivo. Preferisco stare sull’immediatezza, sulla freschezza di quel sentire dentro o fuori l’attimo, quando la vita diventa un’oasi di parole, il significato di qualcosa che non voglio perdere.

Ma oggi esco dalla mia comfort zone anche se non dovete temere: vi risparmio pseudo-recensioni cinefile intellettualoidi. Per quelle, internet è pieno di contenuti ben fatti (e sapete trovarli).

Voglio solo condividere quello che mi ha lasciato la visione, a distanza ravvicinata, di due film molto diversi, che mi hanno aperto una finestra su due antropologie opposte, due orizzonti per il nostro cammino evolutivo: l’immagine di una fine e quella di un nuovo inizio.
La brutta notizia? Il centro del mondo non siamo più noi, quelli che ancora si fanno belli con l’idea di civiltà evoluta. Ma questo, se Dio vuole, è anche la bella notizia.

Nomadland è un film del 2020 diretto da Chloé Zhao con protagonista la splendida e bravissima Frances McDormand, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jessica Bruder e vincitore di svariati premi. Al di là della bellezza cinematografica, quello che mi ha colpito è il suo cuore narrativo: la fine della civiltà occidentale a egemonia yankee. Una società iper-individualistica dà come risultato necessario una solitudine esistenziale senza rimedio. Restano rovine: legami spezzati, deserti di strade, lavori alienanti e mal pagati, esistenze nomadi che fuggono dai lutti, dai fallimenti, dalla perdita del lavoro, dei diritti, della dignità.
Le strade di Nomadland non uniscono: dividono e ci conducono a morire soli.
È un mondo che lascia dietro sé tutto ciò che ci ha fatto male, senza però guarirlo.
C’è qualche tentativo di comunità, sì, ma sembra sempre un gesto troppo fragile, costruito sul baratto di oggetti di scarso valore e sul ricordo di chi non c’è più. Non ho trovato nulla di romantico o di vagamente attrattivo in questa idea di libertà e di viaggio, il mito della cultura americana non ispira più come un tempo. Il nocciolo di Nomadland è la rappresentazione di un mondo morente. Un uomo senza legami, passato o futuro, svuotato di desideri e progettualità.
Se questa è la nostra eredità occidentale, è tempo di guardare altrove.

Ed è lì che entra in scena Black Tea, film del 2024 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, in lingua originale francese e mandarino, per un’esperienza visiva e culturale autentica.
In Black Tea si apre la visione di una civiltà multicentrica e traboccante, come il tè offerto in mille varietà, anche se la pianta è una sola.
Qui i protagonisti, africani o cinesi che siano, sono indaffarati a loro modo a costruire ponti tra le persone, tra le culture, tra passato, presente e futuro. La famiglia è il luogo di origine da cui si parte per evolversi, ma a cui si ritorna per guarire, ed è anche l’orizzonte più vasto della grande famiglia umana.
Sanare le ferite, comprendere i dolori, trasformare i tradimenti sono azioni che producono effetti benefici che vanno ben oltre i singoli attori del dramma. Qui la risposta alle piccole o grandi tragedie individuali non è la fuga dalle persone o dalle situazioni che ci fanno stare male: Black Tea propone la via dell’incontro come risposta al trauma. E’ alchimia.
C’è una scena bellissima, in cui Aya — la protagonista — invita l’uomo che ama a riconciliarsi con il proprio passato, dandogli la possibilità di raccontare alla sua ex moglie la storia della figlia nata da un tradimento.
Il messaggio è semplice e rivoluzionario: mi libero con te, non contro di te.
Siamo parte di una rete, di un campo di infinite possibilità. E questo mondo multiculturale, spirituale, tecnologico e profondamente umano è già qui, pronto a essere abitato, se solo smettiamo di guardarlo con occhi pieni di pregiudizi coloniali.
Black Tea è una finestra su un futuro che è già iniziato, e che ci invita a esserci.

Insomma, se in Nomadland ho colto soprattutto tristezza e desolazione, in Black Tea ho colto la delicatezza, la bellezza, la possibilità e la necessità della comunione fra le anime. Con gli occhiali della vita, che non è mai miseria ma abbondanza, il mondo sembra essere ancora un bel posto da frequentare

E voi? Avete visto questi film?
Parliamone… magari davanti a una buona tazza di tè.


Il diritto alla nostalgia (e sogno ancora di case)

E sogno ancora di case.

Sabato mattina, il risveglio è lento e pigro. Dentro, la sensazione di un sogno. Provo a ricordarlo. Ci siamo io, alcuni miei vicini e uno strano condominio. Appartamenti che nascondono altri appartamenti, spazi comuni ricavati da taluni all’insaputa di talaltri. E sfocate immagini di cose che accadono.

Non è la prima volta. I sogni di case ritornano, mai uguali e in molteplici varianti architettoniche, ma non solo. Ci sono la casa rifugio e la casa confine, la casa desiderio e la casa prigione. Case accoglienti e altre no. Case inquietanti, vuote e silenziose e case festanti.

E come dopo ogni sogno di case, anche stamattina ho pensato a mio padre. Han preso forma i ricordi, il senso di mancanza, la nostalgia e quel battere i piedi di bambina arrabbiata che lo rivuole indietro, che non ne ha avuto abbastanza. Dopo ogni sogno di case torno bambina, quella bambina che lo seguiva nei cantieri, che osservava con occhi pieni di meraviglia la nostra casa prendere forma. La sua idea di casa, la conferma del suo valore di marito e di padre.

La casa, nel sogno, si rivela anche con tutto il suo valore simbolico. Fondamenta, mattoni, cemento, altezze, ampiezze, porte, finestre, scale e tutto ciò che può contenere come oggetti, persone, storie e vibrazioni per una miriade di significati e sensazioni, a ognuno le sue. La casa è molto di più di un luogo fisico: è radicamento, è protezione, è sicurezza. E’ abbraccio rassicurante, è spazio di riposo, senza pretese. E’ lo spazio in cui ci si prepara al fuori, alla conquista, alla prestazione del dover essere.

La casa è mio padre, la sua energia, la sua presenza sottile e sottesa ad ogni cosa, il suo essere lui in me. E’ questa energia ciò che sento e che cerco e che giorno dopo giorno sono “costretta” a ricrearmi da me.

Se sono stanca? Sì, a volte lo sono. Se resisto? Sì, certo, resisto. Se posso farcela? Sì, ce la metto tutta, faccio quel che posso. La mia parte adulta fa da padre alla mia parte bambina frignosetta e smarrita. Quasi sempre. Ma non dopo un sogno di case. Anche lei ha diritto alla nostalgia.

Aspettando 2025

Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti

Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio

Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno

Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato

Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.

Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.

In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.

In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.

Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.

Cinque cose per il duemilaventicinque:

  1. Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
  2. Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
  3. Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
  4. Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
  5. Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.

L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!

NPD- Non Performing Day

Se acquistare crediti deteriorati, Non Performing Loans o NPL, è un’operazione finanziaria molto a rischio e non adatta a tutti, ci vogliono coraggio e soldi da buttare, al contrario tutti potrebbero prenderselo ogni tanto un Non Performing Day, un giorno senza performance. Un giorno unfuckwithable o sticazzi se preferite i francesismi, istituito magari a cadenza fissa e solenne. Uno di quei giorni in cui essere assolutamente senza dovere essere qualcosa o qualcuno. Un giorno senza trucco, senza tacchi, senza zaino sulle spalle e borsetta a tracolla e passo svelto. Un giorno imperturbabile, financo senza parole, senza domande e senza risposte se sentiamo che così ci va. Un giorno in cui non comparire in nessun posto in particolare, in cui la nostra presenza è totalmente indifferente e anonima, anche solo per vedere l’effetto che fa.

Un Non Performing Day ogni tanto ci spetta di diritto e se non ce lo danno, prendiamocelo noi. Non è il semplice stare sul divano in pigiama a guardare una serie su Netflix, non è il lasciarsi andare all’abbruttimento. Niente di male, ogni tanto ci sta pure quello, ma di solito ci svuota di energia. No, l’NPD è molto più consapevole. Perché c’è l’intenzione di stare nell’esperienza dello stare senza fare per osservare ciò accade, ciò che si sente, che effetto fa vedersi un po’ scendere di livello, senza aspettative su di sé, sugli altri, sulla vita. E così magari ci si vede un po’ più per come si è, si fa amicizia con un altro sé, si ridimensiona tutto, testo e contesto, e magari emergono immagini fino ad allora impensate di nuovi inizi e nuove prospettive. Solo immagini leggere e un po’ sfuocate, perché in fondo è il nostro NPD e non possiamo pretendere di avere le idee chiare o di prendere decisioni. Lasciamo che ciò che affiori aleggi, rimanga nel vago, ci faccia sorridere dentro più che fuori. Rimaniamo piacevolmente indefiniti e inconsistenti, dimentichi del nostro lavoro, dei nostri ruoli, dei nostri gruppi di appartenenza e dei nostri io identitari. Ci sarà modo e tempo, domani, di riprendere tutto e meno male. E domani sapremo di avere uno spaziotempo NPD a nostra disposizione che potremo assaporare e attraversare, sopravvivendo all’esperienza.

Niente male se ci si ritrova, viceversa ci potremmo perdere un po’ troppo, in fondo un rischio c’è anche qui. Ma la performance ci sta se ci giochiamo, se sappiamo fare teatro, entrare e uscire dalle parti a al tempo giusto, stare on stage finché basta, poi togliersi gli abiti di scena senza nostalgia e fare spazio all’inazione e a qualche nostra fantasia. Liberi dalla performance, talvolta, accade di incontrare l’incomprensibile e di accettarlo così com’è. Non c’è niente, in fondo, di cui aver paura.