Uscire dalle righe – la visione che guida e il coraggio di cambiarla

Questo articolo è un invito a un piccolo fare, con l’augurio di poter cominciare un nuovo viaggio verso la versione di noi stessi che più desideriamo.

Un viaggio ha bisogno di una mappa: un intento, una visione, un pro-getto lanciato verso il futuro.
Questa mappa, tutta interiore, è una guida che contiene parole e immagini per noi significative, e che ci ricordano dove vogliamo andare e come tenere diritta la barra del timone.

Ma una mappa ha anche dei confini. Io credo che i confini siano importanti, sebbene sia altrettanto importante concedersi la possibilità di sconfinare, senza per questo smarrirsi.
A volte lo sconfinamento porta a costruire una nuova mappa, perché quella che abbiamo non ci basta più. Siamo sempre più vasti delle nostre visioni: siamo un traboccare oltre, oltre che uno stare.

Nel bilancio di fine anno facciamo la contabilità dell’anima. Ci chiediamo cosa tenere di buono, cosa lasciare andare, cosa ci ha dato gioia e cosa no, cosa abbiamo realizzato e cosa è rimasto incompiuto.
Insomma, facciamo un po’ di ordine e diamo valore alla nostra storia: trasformiamo il bilancio in racconto. Perché siamo storie, siamo sviluppo, gomitoli che si dipanano, non semplici esseri puntiformi incatenati a un destino già scritto.

In questi giorni di grazia e di luce crescente, di spirito che si rinnova e si rinsalda, possiamo scegliere un momento per rivolgere lo sguardo dentro di noi, con l’intento di trovare l’oro nel piombo: trovare cioè il senso e il valore delle esperienze appena passate e scrivere un racconto che sia nostro e che ci piaccia.

E poi immaginare – con tutta la potenza di questo verbo – la nostra nuova vision board e dare un titolo all’anno che arriva.

Il mio titolo è: rallentare per gustare.
E uscire dalle righe, di tanto in tanto.

E il tuo?
Quali sono le parole che scegli per ispirarti?

A un passo

Pigato Punta Crena

Sa di Varigotti  e Varigotti sa di infanzia.

Baccalà fatto bene. Lo gusto coi suoi tempi, non con quelli della mia voracità.

Fuori vento freddo. Il mare è a un passo, ma non lo vedo.

Vicoli tanti da smarrirsi, sporchi e misteriosi.

Vento freddo.

Lo comprendo, perché sono a Genova a novembre.

Cammino piano per salite e per discese, il mio passo di pianura non capisce subito, ma poi si arrende.

Ci soni negozi ancora veri. Voglio dire, più veri che a Milano.

Il mare è a un passo, posso anche non vederlo.

Posso anche non vederlo sempre, voglio dire.

Mi basta sapere, che è a un passo da me.

La percezione dell’essere

Hai mai sentito di esistere? Ci sono istanti rari e assai preziosi, così brevi da essere molto vicini all’eternità, in cui percepisci in maniera profonda l’esistenza. Cioè, non il semplice fatto di sapere, con la testa, che sei vivo e che esistono (forse) delle cose fuori di te, ma la pura percezione di te e del tuo corpo che vibra e si muove dentro, la percezione delle tue cellule che respirano, del tuo sangue che scorre nelle vene, dello spazio che occupi, del tuo gravare sulla terra, della tua pelle sfiorata dall’aria.

A me è successo oggi, passeggiando con il mio cane, in un parchetto pubblico. Dato che non puoi stare in uno stato di grazia per più di qualche istante senza essere ricoverato in psichiatria, ho cercato di non dare troppo nell’occhio, perché il paese è piccolo e la gente mormora, 

Questi momenti, se li hai vissuti, passano veloci come un treno in corsa, e ti lasciano sulla banchina della stazione tutto spettinato, con le mani sopra le orecchie, con il cuore che batte per lo spavento. Perché spaventa un po’ sentirti vivo per davvero e non fare solo finta come nella drammatica commedia che reciti come tutti per stare al mondo. Sono momenti che hanno il potere di sospendere il tempo lineare, farlo precipitare in un buco nero e farti sentire la tua essenza di essere libero, senza inizio e senza fine. Sì, perché in quei momenti non hai una età, la vita che percepisci in te è sempre la stessa e non dipende da nulla al di fuori di te.

Capita, a volte, questa magia, quando te lo ricordi. Quando ti ricordi di guardarti come da sopra. Quando ti ricordi di mettere i tuoi pensieri dietro le quinte e di stare nell’adesso, quando ti ricordi di respirare, quando ti ricordi di rallentare, quando ti ricordi di agire in presenza di te, quando ti ricordi di usare i tuoi sensi come se fossi appena nato e tutto ti è sconosciuto, senza nome, senza storia, tutto è solo pura prima percezione. Cos’è quel tremore della tua pelle a contatto con l’aria fredda? E come si distende il tuo corpo al tepore del sole! E l’albero qui vicino come lo senti? Ora cercherai gli occhi di uno sconosciuto per vivere per un attimo in lui e lui in te. Quando si dice essere un tutt’uno con l’universo.

Forse questa esperienza è un dono, forse l’esito di un cammino, forse la ricompensa di uno sforzo consapevole, forse frutto di un allenamento alla gratitudine e al non dare niente per scontato. Ma se ti accade una volta, poi ne vuoi ancora e ne puoi ancora. Gioia e libertà sono ontologiche.

 

 

L’aria frizzante di Natale

Sarà che ho perso due chili e mi sento più leggera e forse ho anche spazio per accogliere qualcosa di nuovo, sarà che sono diventata più ricettiva e sensibile a forza di chiederlo, sarà che mi sento un po’ vecchia zia, complice l’età che avanza, ma quest’anno sento in modo particolare lo Spirito del Natale.

In realtà non mi pare di avere niente da dire di particolarmente urgente, interessante, intelligente o ironico. Mi sembra di essermi sintonizzata come al solito su ciò che mediamente ci si aspetta di fare e di dire in questo periodo dell’anno, con tutta la socialità a discapito della sacralità, con una sana propensione al consumismo più che all’ascetismo, eppure…

Eppure l’aria non è la stessa, l’energia è diversa, c’è qualcosa di frizzantino nell’etere e non è il freddo e neanche lo spumante. C’è, a tratti, mi pare, uno Spirito diverso, un sottofondo di gioia che vuole alzare il volume, un’idea di vita come festa che vuole uscire dallo sfondo e farsi protagonista.

Natale, con tutte le sue esternazioni di colori, luci, oggetti, è un periodo dispensatore di un’energia di amore che c’è indipendentemente dalla proprie credenze o convinzioni. E il fare doni è un atto di amore che porta gioia e apre il cuore, forse il vero dono è sempre la gioia. E la gioia è (dovrebbe essere) lo stato naturale dell’essere. Il Natale lo ricorda ogni anno, o almeno ci prova, e prova a scuotere con il suo eccesso di visibilità e di rumore tutti noi lì a fare quelli che van sempre di fretta, con la faccia seria e tirata. Che pesantezza!

Se rimango più sintonizzata sullo stress che questi giorni (che tutti i giorni) mi procurano, allora non riesco a sentire la magia delle delle cose belle, a celebrare la semplice e miracolosa sensazione dell’essere viva e a sentire il cuore che trabocca. Se invece solo provo a vedere tutto ciò che appare essere fuori di me come simbolico, come entità, allora sì che riesco a riconnettermi allo Spirito Natalizio e alla magia di quando ero bambina. Ma anche allo Spirito e alla magia di sempre e dell’istante. Si tratta di andare oltre la superficie, anzi  di accendere la superficie e infonderle un nuovo senso, un nuovo intento.

C’è un’idea di bene e di buono, di bello e di vero che si materializza nelle vetrine illuminate, nelle tavole imbandite, nei locali chiassosi di risate e di brindisi, nell’attesa dei bambini. L’entità del Natale, il suo Spirito… ma la sentite anche voi quest’aria frizzantina?

NPD- Non Performing Day

Se acquistare crediti deteriorati, Non Performing Loans o NPL, è un’operazione finanziaria molto a rischio e non adatta a tutti, ci vogliono coraggio e soldi da buttare, al contrario tutti potrebbero prenderselo ogni tanto un Non Performing Day, un giorno senza performance. Un giorno unfuckwithable o sticazzi se preferite i francesismi, istituito magari a cadenza fissa e solenne. Uno di quei giorni in cui essere assolutamente senza dovere essere qualcosa o qualcuno. Un giorno senza trucco, senza tacchi, senza zaino sulle spalle e borsetta a tracolla e passo svelto. Un giorno imperturbabile, financo senza parole, senza domande e senza risposte se sentiamo che così ci va. Un giorno in cui non comparire in nessun posto in particolare, in cui la nostra presenza è totalmente indifferente e anonima, anche solo per vedere l’effetto che fa.

Un Non Performing Day ogni tanto ci spetta di diritto e se non ce lo danno, prendiamocelo noi. Non è il semplice stare sul divano in pigiama a guardare una serie su Netflix, non è il lasciarsi andare all’abbruttimento. Niente di male, ogni tanto ci sta pure quello, ma di solito ci svuota di energia. No, l’NPD è molto più consapevole. Perché c’è l’intenzione di stare nell’esperienza dello stare senza fare per osservare ciò accade, ciò che si sente, che effetto fa vedersi un po’ scendere di livello, senza aspettative su di sé, sugli altri, sulla vita. E così magari ci si vede un po’ più per come si è, si fa amicizia con un altro sé, si ridimensiona tutto, testo e contesto, e magari emergono immagini fino ad allora impensate di nuovi inizi e nuove prospettive. Solo immagini leggere e un po’ sfuocate, perché in fondo è il nostro NPD e non possiamo pretendere di avere le idee chiare o di prendere decisioni. Lasciamo che ciò che affiori aleggi, rimanga nel vago, ci faccia sorridere dentro più che fuori. Rimaniamo piacevolmente indefiniti e inconsistenti, dimentichi del nostro lavoro, dei nostri ruoli, dei nostri gruppi di appartenenza e dei nostri io identitari. Ci sarà modo e tempo, domani, di riprendere tutto e meno male. E domani sapremo di avere uno spaziotempo NPD a nostra disposizione che potremo assaporare e attraversare, sopravvivendo all’esperienza.

Niente male se ci si ritrova, viceversa ci potremmo perdere un po’ troppo, in fondo un rischio c’è anche qui. Ma la performance ci sta se ci giochiamo, se sappiamo fare teatro, entrare e uscire dalle parti a al tempo giusto, stare on stage finché basta, poi togliersi gli abiti di scena senza nostalgia e fare spazio all’inazione e a qualche nostra fantasia. Liberi dalla performance, talvolta, accade di incontrare l’incomprensibile e di accettarlo così com’è. Non c’è niente, in fondo, di cui aver paura.

Finestre aperte

Al netto del mal tempo

nonostante il disincanto

seppur con qualche diffidenza

le finestre sono aperte.

Entran mosche e moscerini

puoi sbirciare anche i vicini

si confondono i confini

le finestre sono aperte.

Vedi il suono che fanno i fiori

odi il profumo dei colori

si confondono anche i sensi

le finestre sono aperte.

Con la voglia di far niente

di dir poco e anche di meno

tra visioni e sensazioni

le finestre sono aperte.

Mente cuore braccia gambe

bocca occhi naso orecchie

maggio giungo luglio agosto

le finestre sono aperte!

Pulizie d’autunno a Ognissanti

Click su off. Inazione. Sedimentazione. Macero.

Pausa alchemica.

Tutto discende verso il basso. Le profondità sprofondano sotto il peso della materia densa, sotto i liquami stagnanti. Le ceneri di ciò che andava bruciato ricoprono il campo. La terra accoglie e in silenzio, nell’ombra, lavora.

Il suono delle campane del giorno di festa, gli echi di guerre vicine/lontane, il sottofondo indefinito e impersonale del mondo mondano oggi posso metterli in pausa.

Come una chiocciola mi faccio su e mi raccolgo in un intimo sentire del niente. In qualche parte di me la fornace in silenzio, nell’ombra, lavora per la trasmutazione.

Accendo una candela per tutti i miei Avi affinché trovino la strada nell’oscurità per venire a riprendere ciò che mi lasciarono in buona fede.

Accendo una candela per vedere bene che non si portino via quei pezzi di eredità che con cura e una strizzatina d’occhio scelgo di tenere.

E così, anche a questo giro dell’anno, un po’ di pulizia si va facendo.

Lieve la terra

15 aprile, seduta sul marmo scaldato dal sole, i fiori appena posati. Vi guardo, vi onoro.

Onoro i miei avi. Lo sguardo fiero del falegname, l’austerità della massaia con troppi figli da far rigare, le mani grandi da contadina. Onoro le famiglia numerosa, i bagni nei catini con l’acqua scaldata sul fuoco, i cessi in cortile. Onoro le corti vocianti, lo sgranare dei piselli in cerchio di donne. Onoro i racconti di guerra, fatica e resistenza, delle domeniche di messa, delle feste di paese. Onoro il duro lavoro, la nobiltà del fare e del costruire e del lasciare qualcosa di più di quel che si aveva.

Onoro gli avi del mio paese che vedo tutt’intorno a me. I dolori, le gioie, i segni che hanno lasciato per le vie. Onoro i geni incompresi, i talenti rimasti nell’ombra, i sogni interrotti a metà, gli amori impossibili, i balli non ballati e le parole d’amore ancora lì sulla lingua. Onoro gli ultimi sospiri, le ultime domande, l’ultimo sguardo a un figlio.

La vita chiama più forte da qui, onorare la morte fa questo effetto.

Onoro mio padre morto giovane. Onoro mia madre morta bambina e nata oggi, 79 anni fa.

Tanti auguri Ros, lieve la terra che nutri.

, , , , , ,

Radici, confini e nuove geografie.

Viaggiare è anche riaccendere i desideri di viaggio. Finché rimani a casa tua non puoi sapere cosa ti perdi. Magari sai benissimo di cosa ne hai fin troppo, ma è anche vero che è quasi sempre meglio di niente. E ad andare corri il rischio di accorgerti degli auto-inganni.

Ma a parte questo, se c’è una cosa che accende i desideri è la vista. E quando sei fuori dai tuoi confini abituali gli occhi sono molto attivi, lo sguardo cerca senza sosta di catturare più immagini possibili dell’ambiente circostante. Tutto si mostra come ad uno sguardo vergine, uno sguardo in cerca del nuovo e del bello e di una nuova idea del bello, che altri, in quel luogo particolare che non è il tuo, che non è quello a cui sei abituato, hanno saputo inventare.

E così ti rendi conto che il tuo mondo è solo un piccolo mondo, una piccolissima parte del tutto. E che la cultura si forma nel rispondere alle sfide che ti pone l’ambiente in cui vivi e che le risposte a sfide uguali possono essere anche molto diverse fra loro, perché l’uomo ha parecchia fantasia. E così puoi desiderare cose a cui non avevi ancora pensato mentre nuove geografie si manifestano davanti a te.

Se hai vere radici e ti senti in armonia con il tuo ambiente allora puoi apprezzare anche gli altri mondi, perché sai che lì ci saranno persone con diverse abitudini ma con un ugual sentire verso la propria terra. E potrai rispettarlo. E non avrai paura che qualcun altro possa invadere i tuoi confini e ti faccia perdere la tua identità. E sarai aperto all’incontro e allo scambio. Sbandierare radici come riempimento di un vuoto identitario porta spesso ad un senso di superiorità verso l’altro. Negare le proprie radici o banalizzarle porta spesso ad omologarsi nell’anonimato delle catene dei negozi ovunque uguali e senza anima.

E allora evviva i viaggi con gli occhi spalancati e il cuore disponibile ad accogliere la varietà della vita in tutte le sue espressioni e in tutte le sue motivazioni. Evviva i viaggi che ti fanno venire la voglia di andarci ancora, di tanto in tanto, lontano da casa. Per attivare nuove sinapsi e nuovi legami sentimentali, nuove domande e nuove versioni di te stesso che potresti meravigliarti di scoprire. E se ci pensi bene sarebbe bello andare incontro all’altro con la curiosità e l’entusiasmo del viaggio, alla scoperta della sua geografia, della sua storia, del suo sapore, del suo odore, dei suoi colori e dei suoi suoni. Non ti deve piacere necessariamente o totalmente, ma puoi apprezzarne le sue ragioni e le sue visioni.

E quindi un viaggio tira l’altro e a volte viaggi senza andare lontano perché vedi le cose con occhi nuovi e altre volte il viaggio è un desiderio che prende forma e che ti spinge al confine per vedere se c’è qualcosa di buono per te che si fa mentre diventi viaggiatore.

Buon viaggio.

Per me per prima.

Sabato pomeriggio, interno luminoso, fuori sole e vento. Sento arrivare un lamento.

Ecco, nessuno mi consola, mi sento così sola, la mia vita è una sòla.

Allora, non senza una certa urgenza, mi do udienza e scopro di aver bisogno di clemenza, di un poco di sosta nella stanza, di tempo vuoto, senza arroganza.

Lascio le borse del super dentro lo sgabuzzino, lascio per la casa il solito casino, mi guardo bene pure dal fare yoga sul tappetino.

E presa la decisione, più nessuna confusione, inizio la ri-creazione.

Sprofondata sul divano, cerco qualcosa da cercare, ma invano, perché ho tutto a portata di mano.

Quel che mi serve in questo momento infatti è stare un poco col mio lamento e un poco col mio tormento e farne un buon sentimento.

Lasciare trapelare quanto basta lo sconforto per un giorno contorto, lasciare trapassare da dentro a fuori quel sentirsi sempre in fieri, lasciare tutti quei “non so” fiorire, senza arrossire.

Che a volte ci vuole avere orecchio, e anche parecchio, per mutare la stanchezza in una semplice carezza, la pigrizia in pura grazia, l’attesa in dolce resa.

E per soddisfare, per me per prima, il mio bisogno di rima.