Aspettando 2025

Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti

Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio

Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno

Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato

Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.

Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.

In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.

In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.

Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.

Cinque cose per il duemilaventicinque:

  1. Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
  2. Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
  3. Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
  4. Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
  5. Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.

L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!

NPD- Non Performing Day

Se acquistare crediti deteriorati, Non Performing Loans o NPL, è un’operazione finanziaria molto a rischio e non adatta a tutti, ci vogliono coraggio e soldi da buttare, al contrario tutti potrebbero prenderselo ogni tanto un Non Performing Day, un giorno senza performance. Un giorno unfuckwithable o sticazzi se preferite i francesismi, istituito magari a cadenza fissa e solenne. Uno di quei giorni in cui essere assolutamente senza dovere essere qualcosa o qualcuno. Un giorno senza trucco, senza tacchi, senza zaino sulle spalle e borsetta a tracolla e passo svelto. Un giorno imperturbabile, financo senza parole, senza domande e senza risposte se sentiamo che così ci va. Un giorno in cui non comparire in nessun posto in particolare, in cui la nostra presenza è totalmente indifferente e anonima, anche solo per vedere l’effetto che fa.

Un Non Performing Day ogni tanto ci spetta di diritto e se non ce lo danno, prendiamocelo noi. Non è il semplice stare sul divano in pigiama a guardare una serie su Netflix, non è il lasciarsi andare all’abbruttimento. Niente di male, ogni tanto ci sta pure quello, ma di solito ci svuota di energia. No, l’NPD è molto più consapevole. Perché c’è l’intenzione di stare nell’esperienza dello stare senza fare per osservare ciò accade, ciò che si sente, che effetto fa vedersi un po’ scendere di livello, senza aspettative su di sé, sugli altri, sulla vita. E così magari ci si vede un po’ più per come si è, si fa amicizia con un altro sé, si ridimensiona tutto, testo e contesto, e magari emergono immagini fino ad allora impensate di nuovi inizi e nuove prospettive. Solo immagini leggere e un po’ sfuocate, perché in fondo è il nostro NPD e non possiamo pretendere di avere le idee chiare o di prendere decisioni. Lasciamo che ciò che affiori aleggi, rimanga nel vago, ci faccia sorridere dentro più che fuori. Rimaniamo piacevolmente indefiniti e inconsistenti, dimentichi del nostro lavoro, dei nostri ruoli, dei nostri gruppi di appartenenza e dei nostri io identitari. Ci sarà modo e tempo, domani, di riprendere tutto e meno male. E domani sapremo di avere uno spaziotempo NPD a nostra disposizione che potremo assaporare e attraversare, sopravvivendo all’esperienza.

Niente male se ci si ritrova, viceversa ci potremmo perdere un po’ troppo, in fondo un rischio c’è anche qui. Ma la performance ci sta se ci giochiamo, se sappiamo fare teatro, entrare e uscire dalle parti a al tempo giusto, stare on stage finché basta, poi togliersi gli abiti di scena senza nostalgia e fare spazio all’inazione e a qualche nostra fantasia. Liberi dalla performance, talvolta, accade di incontrare l’incomprensibile e di accettarlo così com’è. Non c’è niente, in fondo, di cui aver paura.

Tracce di viaggio.

Il vento a Gerakas e i tartarughini in cerca del mare. Ce l’avranno poi fatta?
La bruschetta con le alici di Porto Mela a Dafni. Che Dio benedica la cuoca!
Dafni beach col mare piatto.

La vista col fiato sospeso sui faraglioni di Keri.
Qualche paura superata.
La salita dalla spiaggia di Xiagi e l’angelo della strada, (sì, di motori gli uomini ancora se ne intendono di più).

Paolo’s Corner, la taverna.
La super luna dalla casa di Lata.

Le capriole con Monica nel mare di Alykes.
L’acqua che tonifica.

Le strade in mezzo agli ulivi, la terra rossa.

Il monaco ortodosso del monastero di Agios Georgios, così bello!

La serata del pane e spritz, le risate per poco, i pensieri leggeri e profondi.

E poi quello che non ti aspetti, come la pioggia in barca, i parcheggi gratuiti e i croissant che san di burro.

Infine, quell’impressione di me lasciata a Zante, l’impronta dei miei piedi nudi e la scia dei miei sensi accesi, miracolo di questo Mediterraneo che in ogni dove sembra custodire qualcosa di me che ancora non so.

Finestre aperte

Al netto del mal tempo

nonostante il disincanto

seppur con qualche diffidenza

le finestre sono aperte.

Entran mosche e moscerini

puoi sbirciare anche i vicini

si confondono i confini

le finestre sono aperte.

Vedi il suono che fanno i fiori

odi il profumo dei colori

si confondono anche i sensi

le finestre sono aperte.

Con la voglia di far niente

di dir poco e anche di meno

tra visioni e sensazioni

le finestre sono aperte.

Mente cuore braccia gambe

bocca occhi naso orecchie

maggio giungo luglio agosto

le finestre sono aperte!

Donna, svegliati è primavera!

La primavera irrompe nella mia vita quando quasi non pensavo più che potesse accadere di nuovo. Quasi mi stavo rassegnando ad un quotidiano a corto di luce, scaldato artificialmente, abituata ad uscire di casa appesantita e a passo svelto per sentire meno freddo, con i collant 100 denari a prova di pelo.

Poi, ad un certo punto, mi accorgo che tutto è già cambiato, che improvvisamente si impongono colori, profumi e suoni che avevo dimenticato potessero esistere. Improvvisamente mi rendo conto che non posso più rimandare la dieta e con terrore guardo la parte dell’armadio dove riposano i vestini a fiori, le camicie sbracciate, le gonne corte. Cambiare emisfero rimane una possibilità per non andare incontro alla catastrofe, ma non è una scelta facile e comunque non è alla mia portata.

Mi guardo allo specchio e vedo i segni di un altro inverno passato, delle calorie mai smaltite, della sedentarietà. E vorrei avere la bacchetta magica per rimettere tutto a posto in fretta, senza soffrire o spendere fortune in cerette, massaggi drenanti, succhi di betulla e tisane al tarassaco. Certo, adesso pensare al mare fa meno nostalgia e più allegria, ma solo col caftano pure sotto l’ombrellone. Guardo il deserto dei tartari sul mio terrazzo, mentre tutto intorno è un dipinto di Monet, e in quell’istante realizzo che arriverà il giorno dello shopping compulsivo al vivaio dove acquisterò senza criterio, ma con entusiasmo, sementi già fuori tempo massimo e l’ennesimo paio di guanti da giardinaggio.

Eppure, nonostante l’ansia da prestazione, è così maledettamene difficile essere di cattivo umore in primavera. Se non altro perché ci sono cose che la nuova stagione fa uscire dallo sfondo delle mattine nebbiose e fa brillare ogni dove io posi lo sguardo.

E allora, per la serie “cose che avevo scordato e che la primavera ridesta in me”, ecco una cinquina di semplici verità, un elenco non esaustivo di ovvietà a cui mi fa bene pensare:

  • i drammi sono passeggeri, non vanno presi troppo sul serio, neanche la cellulite
  • la vita trova sempre un modo perché ha sempre un perché e quando la vita si allarga si cambia taglia e bon
  • innamorarsi entrerà di nuovo nel campo delle possibilità, magari stavolta anche in quello delle probabilità
  • sbocciare richiede tempo e pazienza e il sacrificio del seme, ma c’è sempre un vaso che aspetta
  • l’inverno non è mai l’ultima parola, perché l’ultima parola è….zuzzurullone!

Mi ri-sveglio, è primavera…

Capodanno – acrostico

Come di consueto

Attendendo giri di valzer

Preparo la prima tavola dell’anno:

Ordini e divieti sono banditi

Doveri e fatiche lasciati al passato

Anche le promesse non sono più nel menù.

Niente che non mi piaccia per davvero

Nessuno che mi tiri per la giacchetta

Ora solo dieta sana… e stretta!

Nota: Un acrostico è un componimento poetico o un’altra espressione linguistica in cui le lettere o le sillabe o le parole iniziali di ciascun verso formano un nome o una frase.

Come a New York

Col giusto ritmo, con i tempi dilatati del week end, si macinano i chilometri: in auto, nel traffico più intenso, a piedi, nel centro della città apparecchiata per la festa. I miei sensi sono rapiti soprattutto dalle luci e dai colori degli addobbi e dalle vetrine scintillanti. È tutto un luccichio, uno sfavillare di oro e di argento, un richiamo all’abbondanza di doni e di cose buone per il palato.

Se un tempo tutto ciò poteva suscitare in me un certo fastidio al grido di viva la spiritualità e abbasso il consumismo, o del più modesto motto basta il pensiero, adesso posso cogliere sfumature nuove. Sarà che invecchiando in genere si è meno ribelli e più benestanti, sta di fatto che mi sembra tutto così gioioso e leggero in giro, tutto così bello, anche la gente che affolla le vie e rallenta il mio passo nel freddo dicembrino.

E nell’incedere lento il pensiero si fa più intimo e così ho tempo di assaporare tutte le bizzarre idee che mi passano per la testa.

Per esempio, vorrei tuffarmi nella vetrina del gioielliere e sentire il tintinnio di collane, braccialetti e pietre preziose. Vorrei poi salire sulla giostrina dei cavallini e incontrare gli occhi di un bimbo incantato. Vorrei bere anche oggi con gli amici, tra le risate sciocche, quella meravigliosa cioccolata di Asperti. Vorrei entrare in ogni boutique e provare cappellini con la mia amica Monica e abiti da sera per una notte di S. Silvestro di classe. Vorrei persino l’auto che mi aspetta con tanto di chauffeur per aiutarmi a caricare i pacchi come fossi sulla Quinta Strada in un film natalizio a caso. Vorrei infine incontrare gli occhi di un uomo che ancora abbia voglia di credere nella magia, anche se sono solo a Legnano e non a New York in un film natalizio a caso.

Natale alla fine è tante cose: una festa spirituale, una festa religiosa, la favola di una famiglia disfunzionale con strani amici, una festa orami solo consumistica per un assurdo ripetitivo rituale privo di senso… vale tutto.

Ma quello che cambia prospettiva alla fine è solo lo sguardo che decidiamo di avere sulle cose e il racconto che ne facciamo. Quest’anno il mio sguardo è quello dell’abbondanza. E in questa abbondanza mi muovo grata nel mondo perché essa è la legge per chi sa vedere con occhi nuovi la vita.

Mi auguro e auguro a tutti di sintonizzarsi sulle più alte frequenze per i giorni a venire e di fare un check ogni tanto per vedere come va l’allineamento. Perché Natale poi passa e le luci si spengono e ricordarsi ogni giorno di essere immersi nella bellezza e nella ricchezza diventa un atto di volontà, coraggioso e in controtendenza.

(Il mondo è bello, siamo noi ad essere ciechi -S. Brizzi)

La chiave.

Quante estati buone ancora da vivere?
Quante estati di tuffi, di balli e di vino bianco guardando un tramonto? Quanti estati di mare e di isole? E di viaggi a passo svelto? Quante estati ancora con gli amici di sempre? Estati dalle risa facili, dal fiato abbastanza per la salita, dalle gambe ancora forti per la discesa. Quanto sudore resta da sentire sulle labbra, sulla pelle?

Bella e facile la vita sensuale, d’estate!
Facile uscire dal tempo lineare e banale.
Così, dallo spazio vuoto e senza confini, nuove possibilità e nuovi desideri diventano semi da fare crescere dentro.
È nei luoghi più nascosti e antichi che custodisci l’oro e l’argento.

Solo tu possiedi la chiave…

(Malta, ancora estate, 6-9 ottobre 2023, con le cinquantenni del ’73)

Passaggi di tempo

Il cane invecchia e si muove poco. Sta sveglio di notte tutto agitato e perso nelle sue paure. Sedativi e psicofarmaci, è il suo turno, povero vecchio Leon.             

Un’altra estate sta arrivando. Ho qualche chilo in più, ma molte meno ansie.

Guardo da punti di vista aerei le umane vicissitudini e poco mi scompongo. Un buon risultato, il tempo non è passato invano se è cresciuto lo spirito.

Ma certo, pensando al cane, mi viene da dire che c’è sempre meno tempo anche per me. Forse l’esperienza e l’intento sopperiscono alla mancanza. E l’eternità dell’esistenza si fa spazio tra la brevità della vita.

E meno male che ho ancora ampi margini di scoperta di ciò che mi piace. Così posso stare in movimento e praticare un sano auto erotismo. Approfondirmi, crescere ancora in tutte le dimensioni, lasciare andare quello che non serve più, accogliere quello che mi serve ora: voglio assomigliare sempre di più ad un grande, vecchio, autorevole e saggio albero e vivere tutte le stagioni con dignità.

L’anno della manifestazione si sta concludendo. La nuova sfida di settembre avrà il colore del grano maturo, l’intensità della realizzazione e la forma dello scettro del comando.

Non per niente si vive, ma per i tanti istanti “in cui scocca l’unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle”.

Forza Leon, la facciamo ancora una corsa nei boschi?

– proposta musicale – Ivano Fossati – C’è Tempo https://youtu.be/e1xOUFi9VRo

Decalogo di maggio

1- Fare di finta di niente non si può: è maggio, la rabbia diventa demodé e non si intona con i colori della stagione, meglio puntare sull’armocromia di cui si parla tanto ultimamente e indossare emozioni più gioviali.

2- Alzare di tanto in tanto lo sguardo dal cellulare e ammirare il rosso dei papaveri che spezza il verde intenso dei prati. Se si vive in città cercare immagini su google.

3- Camminare dalla parte della strada battuta dal sole finché si può e cominciare a produrre vitamina D, magari poi il PIL ringrazia.

4- Alleggerire i cibi e i pensieri, soprattutto se si pensa spesso al cibo, così da togliersi di dosso un po’ di zavorre. Se le zavorre sono di altra natura occorre sapere che maggio è propizio non solo per il cambio armadio.

5- Regalare sorrisi a qualche sconosciuto che si incontra lungo la via. E’ maggio per tutti, ma in tanti non lo sanno.

6- Passeggiare o pedalare immersi nella natura almeno una volta a settimana, possibilmente in silenzio, e accorgersi che non è il mondo ad essere malato, ma che siamo noi a non stare tanto bene.

7- Cominciare a fare respirare i piedi che tanto hanno sofferto costretti in calze e scarpe per mesi, ma per ora solo dentro casa, sandali e infradito per la strada sono concessi solo agli stranieri.

8- Stimarsi per aver superato indenni anche quest’anno il cambio di stagione assaporando l’energia vitale ritrovata, anche se nella maggior parte dei casi non si sapeva di averla persa e soprattutto adesso che la si è ritrovata non si sa che farsene. Della serie: era meglio quando si stava peggio.

9- Iscriversi in palestra è sempre una buona idea, soprattutto adesso che ci si sente più energici. Però se si salta il punto 4 si alleggerisce solo il portafogli e va a finire che poi ci si sente in colpa, ci si arrabbia e tutta la fatica fatta per armocromizzarsi va a quel paese e si deve ricominciare tutto dal punto 1.

10- Un’idea migliore per impiegare l’energia vitale ritrovata, in qualche caso anche a costo zero, è fare più sesso. Questo vale per chi può, ovviamente. Per tutti gli altri ritornare al punto 5. A forza di regalare sorrisi qualcosa succede.