A un passo

Pigato Punta Crena

Sa di Varigotti  e Varigotti sa di infanzia.

Baccalà fatto bene. Lo gusto coi suoi tempi, non con quelli della mia voracità.

Fuori vento freddo. Il mare è a un passo, ma non lo vedo.

Vicoli tanti da smarrirsi, sporchi e misteriosi.

Vento freddo.

Lo comprendo, perché sono a Genova a novembre.

Cammino piano per salite e per discese, il mio passo di pianura non capisce subito, ma poi si arrende.

Ci soni negozi ancora veri. Voglio dire, più veri che a Milano.

Il mare è a un passo, posso anche non vederlo.

Posso anche non vederlo sempre, voglio dire.

Mi basta sapere, che è a un passo da me.

Odissea

Sto nella vaghezza

Di cosa sono e di cosa voglio

In attesa di una nuova forma

La testa fra le mani

I libri da riordinare

La muffa sul muro

Il desiderio di ballare

Andare incontro a sconosciuti

Sentirmi respirare

Semplificare

Togliere senza perdere nulla

Accettare che ci siano ancora

Mille possibilità

Sentieri sconosciuti

Invocare l’aiuto

Delle divintà

Voglio le lacrime di Ulisse

E un posto a cui tornare

Forza senza sforzo

Potenza e non potere

Un’isola tutta mia su cui regnare.

Come è stato per te? (25 aprile blues)

Ho cercato il mio posto, ne ho trovati più d’uno.

Sono cresciuta e regalandomi fiori ho colorato la mia casa.

L’ho tenuta calda d’inverno e ho piantato ogni maggio il basilico per l’estate.

Il disordine dei bambini è diventato il disordine dei ragazzi. Meno bello.

Ho cantato e ballato per sentirmi viva.

Mi sono persa e ritrovata più e più volte, che banalità.

Sono sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi…

Mi sono stancata di tante cose tante volte, ma non erano mai le cose a stancarmi.

Ho imparato a truccarmi ogni mattina per darmi una spinta in più.

Ho cercato uno sguardo fra tanti ogni giorno, con poca convinzione.

Ho inventato tanti modi per stare al mondo e per sentirmi di questo mondo.

Risultati discutibili.

Non è stato brutto, non è stato bello. E’ stato quasi un blues.

Come è stato per te?

Aspettando 2025

Aspettando che sia festa per davvero e cioè per tutti

Aspettando che i botti tutti siano solo d’artificio

Aspettando un’era nuova e non solo un nuovo anno

Aspettando meraviglie e qualche dono inaspettato

Io onoro il mio tempo, il mio essere qui in questo momento e faccio festa fino in fondo.

Così celebro i miei anni, tutto ciò che è stato è stato, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

Con la mia povera immaginazione guardo oltre questo ponte, curiosando nuove forme, le sorprese sulla via, tutto ciò che non potrebbe e che poi invece sì.

In questo tempo scontornato e inconcludente, si gioca al gioco dei bilanci e dei rilanci, si conta chi è rimasto e chi se ne è andato e chi non ci chiamerà più per il buon anno.

In ogni fine c’è malinconia, c’è paura e c’è fiducia. In ogni fine c’è quel tremendo desiderio di andare avanti che diventa bello se si vive col cuore acceso e col “persistere nel non sapere qualcosa di importante”, come scrive la Szymborska.

Sono momenti difficili da gestire e difatti ognuno si arrangia come può: chi fa la lista dei buoni propositi, chi ringrazia l’anno passato, chi brucia vecchi oggetti per alleggerire il carico, chi si propizia il futuro con qualcosa di rosso, chi spara botti per esorcizzare la paura. Io semino parole e intenti e perciò vado di elenco.

Cinque cose per il duemilaventicinque:

  1. Mettere al bando il vittimismo, il rimpianto e ogni lamento
  2. Chiedere scusa alle mie scuse, ma portarle giù in cantina
  3. Curare meglio il parlare ed il silenzio affinché non siano vani
  4. Dire grazie grazie grazie grazie come mantra d’elezione
  5. Fare pace col piacere, con gli sbagli e i passi lenti.

L’ordine è puramente casuale, ma è solo il primo di una serie di elenchi molto più compromettenti che però, buon per voi, terrò per me. Buoni elenchi a tutti, buon anno nuovo, buoni nuovi inizi, evviva!

Un Gin Tonic al Buddha Bar

Se questa che sto vivendo fosse la mia ultima vita passata, cosa sarei adesso, nella vita nuova?

Guardandomi da qui, dalla vita passata, vedrei i frutti del mio quotidiano lavoro. L’introspezione e l’alchimia, lo yoga e il palo santo, la preghiera e la magia qualcosa di buono han pur portato. Mi vedo donna di saggezza, con l’anima gemella e il fiuto per gli affari, libera da doveri e da morali. Vedo una casa al mare e una in montagna, la voglia di viaggiare e poi libri, balli e canti.

Con momenti di estatica contemplazione dell’essere, mi vedo viver di musica e poesia e piaceri su piaceri. Forse sono mamma, ma in modo diverso, forse c’è un palco su cui stare. Forse sono io al cento per cento e non ho più paura di sbagliare. Mi vedo più “sti cazzi”, mi vedo anche giocare, magnetica, guerriera, spirituale.

Dal canto suo la me che sono adesso, nella vita nuova, guardando quella di prima, ne ha di sentimento e compassione. E con un piccolo sorriso incoraggia dal futuro la tapina come a dire che forse, anche un po’ prima, può lasciarsi alle spalle tutte le indolenti manfrine.

Se può esprimere tali giudizi è solo perché lo fa dall’alto della sua altezza, ma sa anche e soprattutto che la deve ringraziare, quella di prima, perché senza quel duro lavoro, più cattivo il karma suo sarebbe ora e addio saggezza e casa al mare e anche in montagna e compagnia cantante.

In fondo  però anche lei quella di adesso ha il suo bel da fare per via del fatto che vivere a  certi livelli poi a certi altri non puoi più tornare e qualche volta si vorrebbe riposare o almeno un pochino lamentare e trovare qualcuno da incolpare. E certi antichi e inutili pensieri retaggio del passato, van pensati così, senza punteggiatura e senza fiato.

Ma tant’è, a ogni vita la sua pena.

E allora dico a entrambe, io che le guardo dal mio punto di osservazione, fuori dal tempo e dallo spazio, lasciatemi un po’ in pace che a me e a tutta me stessa basta un Gin Tonic  al Buddha Bar per fare la sintesi perfetta della situazione, per essere dopo, durante e prima, per essere una, nessuna e centomila!

Non hai bisogno di andare da nessuna parte: se puoi essere gioioso, fluido, vivo, sensibile, orgasmico, proprio questa riva si trasforma immediatamente nell’altra, proprio questo mondo è il paradiso, proprio questo corpo è il Buddha. (Osho)

Fioriture e Sfioriture

Vivo un tempo di passaggio. Con lo sguardo malinconico ad una donna giovane e bella che non sapeva di esserlo. Con lo sguardo malinconico ai figli piccoli e alle cose belle fatte assieme. Dono delle lacrime per lasciare andare dagli occhi qualcosa che non c’è più. E poi sguardi di tenerezza infinita e provare a sentirmi come allora adesso, e proiettarmi nel futuro.  Come vivere sempre nel fiore degli anni, vivere in qualunque momento il fiore degli anni. Nello sfiorire apparente del corpo c’è il fiorire di un d’amore per se stessi che si fa più che mai necessario e un fiorire di gentilezza, anche.

Al netto dei rimpianti si può solo essere gentili con sé. O forse proprio grazie ad essi. Nel lasciare andare tutto quello che poteva essere e non è stato c’è il fiorire di una profondità nuova, un accorgersi sempre più del momento, di ciò che istante dopo istante si manifesta alla realtà, c’è il fiorire di un desiderio di spezzare la meccanicità dell’abitudine di sé con la ritualità e la sacralità stessa dell’istante. Togliersi dalla linearità del tempo per sperimentare una realtà aumentata di possibilità in ogni direzione. Non è neanche facile da spiegare questo equilibrio a cui tendere tra accettare e desiderare, tra centratura e apertura, tra profondità del sentire e superficialità dello sguardo. Forse è nel cammino spirituale che si trovano questi equilibri e anche le parole per descriverli.

Intanto lascio spazio ad intuizioni e sensazioni e mi permetto di entrare in tutti i mondi che desidero esplorare o creare. E la coscienza si amplia. Ogni volta che fermo una sensazione o una intuizione e la semino dentro di me rendo possibile, istante dopo istante, la creazione di un certa realtà. Il segreto, forse, è accorgersene, farne un atto consapevole, e nello stesso tempo non lasciare che la sensazione se ne vada. Interrogarla, farsi in interrogare, darle valore, scegliere se seguirla oppure no. E così, di passo in passo, partecipare alla co-creazione di sé e del mondo.

Tutto è sempre possibile. Nello sfiorire di qualcosa c’è la fioritura di qualcosa d’altro.

Donna, svegliati è primavera!

La primavera irrompe nella mia vita quando quasi non pensavo più che potesse accadere di nuovo. Quasi mi stavo rassegnando ad un quotidiano a corto di luce, scaldato artificialmente, abituata ad uscire di casa appesantita e a passo svelto per sentire meno freddo, con i collant 100 denari a prova di pelo.

Poi, ad un certo punto, mi accorgo che tutto è già cambiato, che improvvisamente si impongono colori, profumi e suoni che avevo dimenticato potessero esistere. Improvvisamente mi rendo conto che non posso più rimandare la dieta e con terrore guardo la parte dell’armadio dove riposano i vestini a fiori, le camicie sbracciate, le gonne corte. Cambiare emisfero rimane una possibilità per non andare incontro alla catastrofe, ma non è una scelta facile e comunque non è alla mia portata.

Mi guardo allo specchio e vedo i segni di un altro inverno passato, delle calorie mai smaltite, della sedentarietà. E vorrei avere la bacchetta magica per rimettere tutto a posto in fretta, senza soffrire o spendere fortune in cerette, massaggi drenanti, succhi di betulla e tisane al tarassaco. Certo, adesso pensare al mare fa meno nostalgia e più allegria, ma solo col caftano pure sotto l’ombrellone. Guardo il deserto dei tartari sul mio terrazzo, mentre tutto intorno è un dipinto di Monet, e in quell’istante realizzo che arriverà il giorno dello shopping compulsivo al vivaio dove acquisterò senza criterio, ma con entusiasmo, sementi già fuori tempo massimo e l’ennesimo paio di guanti da giardinaggio.

Eppure, nonostante l’ansia da prestazione, è così maledettamene difficile essere di cattivo umore in primavera. Se non altro perché ci sono cose che la nuova stagione fa uscire dallo sfondo delle mattine nebbiose e fa brillare ogni dove io posi lo sguardo.

E allora, per la serie “cose che avevo scordato e che la primavera ridesta in me”, ecco una cinquina di semplici verità, un elenco non esaustivo di ovvietà a cui mi fa bene pensare:

  • i drammi sono passeggeri, non vanno presi troppo sul serio, neanche la cellulite
  • la vita trova sempre un modo perché ha sempre un perché e quando la vita si allarga si cambia taglia e bon
  • innamorarsi entrerà di nuovo nel campo delle possibilità, magari stavolta anche in quello delle probabilità
  • sbocciare richiede tempo e pazienza e il sacrificio del seme, ma c’è sempre un vaso che aspetta
  • l’inverno non è mai l’ultima parola, perché l’ultima parola è….zuzzurullone!

Mi ri-sveglio, è primavera…

Scontentarsi

Scoperchiare il tetto placcato oro della torre immaginaria per vedere cosa arriva dal cielo

Scontornare le linee di un tracciato opaco e senza sorprese per un non so che di inaspettato

Sconfinare oltre il limite dell’essere civile e decente, cioè ricordarsi bambino

Scomporre le affermazioni in piccole domande e incedere incerti con i forse e i non so

Scompigliare le carte, gettarle all’aria e incedere inermi finché lo si può

Scovare dopo il vagare un nuovo allineamento possibile fra tanti, un mi piace più vero, una scelta di stile

Scorgere infine panorami nuovi da altre altezze per future nuove e sane scontentezze.

Servitori invisibili

Quando non sai più che pesci pigliare

E gira e rigira non hai un’idea da sfornare

Quando non hai neanche voglia di continuare

con lo sforzo a cercare

qualcosa che ti faccia migliorare

Quando gli espedienti che ti possono salvare

non sei più tu a doverli trovare

Quando sei stufa del solito reiterare

quelle cose che volevi superare

Quando ti accorgi che con respirare sei

all’ultima rima in -are che ti va di fare

Allora il tempo è quello giusto per la sospensione

di ogni giudizio, consiglio o prescrizione

è quello per fregartene della buona educazione

ed anche per dismettere sorrisi d’occasione

sperando in miracoli di fine stagione                            I

Il tempo è quello giusto per l’invocazione

per dare al Cielo ogni tua poca sopportazione

e per chiedere che senza esitazione

ci pensi lui alla migliore soluzione.

Passaggi di tempo

Il cane invecchia e si muove poco. Sta sveglio di notte tutto agitato e perso nelle sue paure. Sedativi e psicofarmaci, è il suo turno, povero vecchio Leon.             

Un’altra estate sta arrivando. Ho qualche chilo in più, ma molte meno ansie.

Guardo da punti di vista aerei le umane vicissitudini e poco mi scompongo. Un buon risultato, il tempo non è passato invano se è cresciuto lo spirito.

Ma certo, pensando al cane, mi viene da dire che c’è sempre meno tempo anche per me. Forse l’esperienza e l’intento sopperiscono alla mancanza. E l’eternità dell’esistenza si fa spazio tra la brevità della vita.

E meno male che ho ancora ampi margini di scoperta di ciò che mi piace. Così posso stare in movimento e praticare un sano auto erotismo. Approfondirmi, crescere ancora in tutte le dimensioni, lasciare andare quello che non serve più, accogliere quello che mi serve ora: voglio assomigliare sempre di più ad un grande, vecchio, autorevole e saggio albero e vivere tutte le stagioni con dignità.

L’anno della manifestazione si sta concludendo. La nuova sfida di settembre avrà il colore del grano maturo, l’intensità della realizzazione e la forma dello scettro del comando.

Non per niente si vive, ma per i tanti istanti “in cui scocca l’unica freccia che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle”.

Forza Leon, la facciamo ancora una corsa nei boschi?

– proposta musicale – Ivano Fossati – C’è Tempo https://youtu.be/e1xOUFi9VRo