Nomadland e Black Tea: il racconto di due visioni antropologiche.

Due mondi, due film, due visioni del futuro

Di solito non mi avventuro a scrivere articoli che richiedano un certo impegno intellettivo. Preferisco stare sull’immediatezza, sulla freschezza di quel sentire dentro o fuori l’attimo, quando la vita diventa un’oasi di parole, il significato di qualcosa che non voglio perdere.

Ma oggi esco dalla mia comfort zone anche se non dovete temere: vi risparmio pseudo-recensioni cinefile intellettualoidi. Per quelle, internet è pieno di contenuti ben fatti (e sapete trovarli).

Voglio solo condividere quello che mi ha lasciato la visione, a distanza ravvicinata, di due film molto diversi, che mi hanno aperto una finestra su due antropologie opposte, due orizzonti per il nostro cammino evolutivo: l’immagine di una fine e quella di un nuovo inizio.
La brutta notizia? Il centro del mondo non siamo più noi, quelli che ancora si fanno belli con l’idea di civiltà evoluta. Ma questo, se Dio vuole, è anche la bella notizia.

Nomadland è un film del 2020 diretto da Chloé Zhao con protagonista la splendida e bravissima Frances McDormand, adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Jessica Bruder e vincitore di svariati premi. Al di là della bellezza cinematografica, quello che mi ha colpito è il suo cuore narrativo: la fine della civiltà occidentale a egemonia yankee. Una società iper-individualistica dà come risultato necessario una solitudine esistenziale senza rimedio. Restano rovine: legami spezzati, deserti di strade, lavori alienanti e mal pagati, esistenze nomadi che fuggono dai lutti, dai fallimenti, dalla perdita del lavoro, dei diritti, della dignità.
Le strade di Nomadland non uniscono: dividono e ci conducono a morire soli.
È un mondo che lascia dietro sé tutto ciò che ci ha fatto male, senza però guarirlo.
C’è qualche tentativo di comunità, sì, ma sembra sempre un gesto troppo fragile, costruito sul baratto di oggetti di scarso valore e sul ricordo di chi non c’è più. Non ho trovato nulla di romantico o di vagamente attrattivo in questa idea di libertà e di viaggio, il mito della cultura americana non ispira più come un tempo. Il nocciolo di Nomadland è la rappresentazione di un mondo morente. Un uomo senza legami, passato o futuro, svuotato di desideri e progettualità.
Se questa è la nostra eredità occidentale, è tempo di guardare altrove.

Ed è lì che entra in scena Black Tea, film del 2024 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, in lingua originale francese e mandarino, per un’esperienza visiva e culturale autentica.
In Black Tea si apre la visione di una civiltà multicentrica e traboccante, come il tè offerto in mille varietà, anche se la pianta è una sola.
Qui i protagonisti, africani o cinesi che siano, sono indaffarati a loro modo a costruire ponti tra le persone, tra le culture, tra passato, presente e futuro. La famiglia è il luogo di origine da cui si parte per evolversi, ma a cui si ritorna per guarire, ed è anche l’orizzonte più vasto della grande famiglia umana.
Sanare le ferite, comprendere i dolori, trasformare i tradimenti sono azioni che producono effetti benefici che vanno ben oltre i singoli attori del dramma. Qui la risposta alle piccole o grandi tragedie individuali non è la fuga dalle persone o dalle situazioni che ci fanno stare male: Black Tea propone la via dell’incontro come risposta al trauma. E’ alchimia.
C’è una scena bellissima, in cui Aya — la protagonista — invita l’uomo che ama a riconciliarsi con il proprio passato, dandogli la possibilità di raccontare alla sua ex moglie la storia della figlia nata da un tradimento.
Il messaggio è semplice e rivoluzionario: mi libero con te, non contro di te.
Siamo parte di una rete, di un campo di infinite possibilità. E questo mondo multiculturale, spirituale, tecnologico e profondamente umano è già qui, pronto a essere abitato, se solo smettiamo di guardarlo con occhi pieni di pregiudizi coloniali.
Black Tea è una finestra su un futuro che è già iniziato, e che ci invita a esserci.

Insomma, se in Nomadland ho colto soprattutto tristezza e desolazione, in Black Tea ho colto la delicatezza, la bellezza, la possibilità e la necessità della comunione fra le anime. Con gli occhiali della vita, che non è mai miseria ma abbondanza, il mondo sembra essere ancora un bel posto da frequentare

E voi? Avete visto questi film?
Parliamone… magari davanti a una buona tazza di tè.


Come è stato per te? (25 aprile blues)

Ho cercato il mio posto, ne ho trovati più d’uno.

Sono cresciuta e regalandomi fiori ho colorato la mia casa.

L’ho tenuta calda d’inverno e ho piantato ogni maggio il basilico per l’estate.

Il disordine dei bambini è diventato il disordine dei ragazzi. Meno bello.

Ho cantato e ballato per sentirmi viva.

Mi sono persa e ritrovata più e più volte, che banalità.

Sono sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi appassita, poi sbocciata, poi…

Mi sono stancata di tante cose tante volte, ma non erano mai le cose a stancarmi.

Ho imparato a truccarmi ogni mattina per darmi una spinta in più.

Ho cercato uno sguardo fra tanti ogni giorno, con poca convinzione.

Ho inventato tanti modi per stare al mondo e per sentirmi di questo mondo.

Risultati discutibili.

Non è stato brutto, non è stato bello. E’ stato quasi un blues.

Come è stato per te?

La percezione dell’essere

Hai mai sentito di esistere? Ci sono istanti rari e assai preziosi, così brevi da essere molto vicini all’eternità, in cui percepisci in maniera profonda l’esistenza. Cioè, non il semplice fatto di sapere, con la testa, che sei vivo e che esistono (forse) delle cose fuori di te, ma la pura percezione di te e del tuo corpo che vibra e si muove dentro, la percezione delle tue cellule che respirano, del tuo sangue che scorre nelle vene, dello spazio che occupi, del tuo gravare sulla terra, della tua pelle sfiorata dall’aria.

A me è successo oggi, passeggiando con il mio cane, in un parchetto pubblico. Dato che non puoi stare in uno stato di grazia per più di qualche istante senza essere ricoverato in psichiatria, ho cercato di non dare troppo nell’occhio, perché il paese è piccolo e la gente mormora, 

Questi momenti, se li hai vissuti, passano veloci come un treno in corsa, e ti lasciano sulla banchina della stazione tutto spettinato, con le mani sopra le orecchie, con il cuore che batte per lo spavento. Perché spaventa un po’ sentirti vivo per davvero e non fare solo finta come nella drammatica commedia che reciti come tutti per stare al mondo. Sono momenti che hanno il potere di sospendere il tempo lineare, farlo precipitare in un buco nero e farti sentire la tua essenza di essere libero, senza inizio e senza fine. Sì, perché in quei momenti non hai una età, la vita che percepisci in te è sempre la stessa e non dipende da nulla al di fuori di te.

Capita, a volte, questa magia, quando te lo ricordi. Quando ti ricordi di guardarti come da sopra. Quando ti ricordi di mettere i tuoi pensieri dietro le quinte e di stare nell’adesso, quando ti ricordi di respirare, quando ti ricordi di rallentare, quando ti ricordi di agire in presenza di te, quando ti ricordi di usare i tuoi sensi come se fossi appena nato e tutto ti è sconosciuto, senza nome, senza storia, tutto è solo pura prima percezione. Cos’è quel tremore della tua pelle a contatto con l’aria fredda? E come si distende il tuo corpo al tepore del sole! E l’albero qui vicino come lo senti? Ora cercherai gli occhi di uno sconosciuto per vivere per un attimo in lui e lui in te. Quando si dice essere un tutt’uno con l’universo.

Forse questa esperienza è un dono, forse l’esito di un cammino, forse la ricompensa di uno sforzo consapevole, forse frutto di un allenamento alla gratitudine e al non dare niente per scontato. Ma se ti accade una volta, poi ne vuoi ancora e ne puoi ancora. Gioia e libertà sono ontologiche.

 

 

Radici, confini e nuove geografie.

Viaggiare è anche riaccendere i desideri di viaggio. Finché rimani a casa tua non puoi sapere cosa ti perdi. Magari sai benissimo di cosa ne hai fin troppo, ma è anche vero che è quasi sempre meglio di niente. E ad andare corri il rischio di accorgerti degli auto-inganni.

Ma a parte questo, se c’è una cosa che accende i desideri è la vista. E quando sei fuori dai tuoi confini abituali gli occhi sono molto attivi, lo sguardo cerca senza sosta di catturare più immagini possibili dell’ambiente circostante. Tutto si mostra come ad uno sguardo vergine, uno sguardo in cerca del nuovo e del bello e di una nuova idea del bello, che altri, in quel luogo particolare che non è il tuo, che non è quello a cui sei abituato, hanno saputo inventare.

E così ti rendi conto che il tuo mondo è solo un piccolo mondo, una piccolissima parte del tutto. E che la cultura si forma nel rispondere alle sfide che ti pone l’ambiente in cui vivi e che le risposte a sfide uguali possono essere anche molto diverse fra loro, perché l’uomo ha parecchia fantasia. E così puoi desiderare cose a cui non avevi ancora pensato mentre nuove geografie si manifestano davanti a te.

Se hai vere radici e ti senti in armonia con il tuo ambiente allora puoi apprezzare anche gli altri mondi, perché sai che lì ci saranno persone con diverse abitudini ma con un ugual sentire verso la propria terra. E potrai rispettarlo. E non avrai paura che qualcun altro possa invadere i tuoi confini e ti faccia perdere la tua identità. E sarai aperto all’incontro e allo scambio. Sbandierare radici come riempimento di un vuoto identitario porta spesso ad un senso di superiorità verso l’altro. Negare le proprie radici o banalizzarle porta spesso ad omologarsi nell’anonimato delle catene dei negozi ovunque uguali e senza anima.

E allora evviva i viaggi con gli occhi spalancati e il cuore disponibile ad accogliere la varietà della vita in tutte le sue espressioni e in tutte le sue motivazioni. Evviva i viaggi che ti fanno venire la voglia di andarci ancora, di tanto in tanto, lontano da casa. Per attivare nuove sinapsi e nuovi legami sentimentali, nuove domande e nuove versioni di te stesso che potresti meravigliarti di scoprire. E se ci pensi bene sarebbe bello andare incontro all’altro con la curiosità e l’entusiasmo del viaggio, alla scoperta della sua geografia, della sua storia, del suo sapore, del suo odore, dei suoi colori e dei suoi suoni. Non ti deve piacere necessariamente o totalmente, ma puoi apprezzarne le sue ragioni e le sue visioni.

E quindi un viaggio tira l’altro e a volte viaggi senza andare lontano perché vedi le cose con occhi nuovi e altre volte il viaggio è un desiderio che prende forma e che ti spinge al confine per vedere se c’è qualcosa di buono per te che si fa mentre diventi viaggiatore.

Buon viaggio.

Blog Spot

Evviva la promo!!!!

Per donne inquiete, per uomini coraggiosi… Per tutti noi esseri meravigliosi, unici e poderosi.

Dopo

Dopo tutti gli anni, le stagioni, i primi capelli bianchi

Dopo i traumi, le ferite, i passaggi, le trasformazioni

Dopo i tentativi, le crisi, i dubbi, i pantani, le difficoltà

Dopo la precarietà, la rabbia, le risate, le cose belle e le cose brutte

Dopo molte persone, i maestri, gli incontri, gli addii,

Dopo situazioni scomode, qualche entusiasmo, molte illusioni e molte disillusioni

Dopo aspettative, successi, insuccessi, conflitti

Dopo tutto

Si comincia a vivere

Nell’amore

Nella fiducia

Nel potere

Nella bellezza

Nella completezza

Nella gratitudine

Dando ordini agli dèi.

I segreti del Teatro

Sicura dei mio valore cammino con in capo una corona d’oro.

Cambia il portamento, sono già più alta, più dritta, più sinuosa.

La gente per la via è in subbuglio.

Chi cede il passo, chi guarda con ammirazione, chi con invidia, chi con domande che rimangono sulla punta della lingua.

Di certo, incontrare una regina non è roba da tutti i giorni e un po’ di agitazione è normale.

E io vorrei dire che, a ben guardare, sopra la mia testa non c’è niente di speciale.

E io vorrei dire che

basterebbe conoscere i segreti del teatro per smettere di vivere tentando

e incominciare a seguire invece

il copione immenso

della propria meravigliosa unicità.

Corpi Animati

Metti una musica che ti piace e balli con un altro e con un’altra e accadono cose inaspettate. E’ l’esperienza corporea del Tangoolistico. L’importanza del primo avvicinamento, del primo tocco, del primo abbraccio. Avvicinarti con rispetto e dolcezza all’altro. sentire fin dove può aprire e accogliere. Donare attenzione, trattare l’altro come nessuno lo tratta mai o lo tratta più. Evocare la nostalgia del primo accudimento e suscitare il desiderio di abbandono. Rivitalizzare il corpo prima di tutto attraverso i sensi, pelle a pelle, cuore a cuore, respiro a respiro. Scoprire il corpo che resiste al vibrare, al fremere, al bramare. Quante poche possibilità dai al piacere. Poi emozionarti, commuoverti, magari piangere perché scopri quanto ne hai bisogno, di sostare, quanto ti sforzi invece di tenere duro, di trattenere, di controllare, temendo forse di perderti e di non sopravvivere all’esperienza.

Metti una sera in compagnia di qualcuno che ti piace davvero, che ti fa sentire a casa. Che bisogno hai di stare in guardia? Che bisogno hai di tenere un certo atteggiamento? In fondo è semplice. Scoprirsi senza fretta, concedersi dolcemente, dare con generosità e ricevere con gioia. Nutrirsi del contatto. Sentire di stare bene, dimenticare la prestazione. Entrare in un ambiente sacro dove niente viene preteso. I corpi rattrappiti e rinchiusi negli ambiti della decenza, della distanza, della buona educazione e delle convenzioni socialmente accettate si fanno involucri infuocati e così tanto vivi che è meglio che non si mostrino al mondo per non turbarne la quiete. Solo dove c’è Eros però, la pornografia è altra cosa e infatti impera. Ma tu vuoi comunicare la tua verità, o almeno provarci.

Metti un mattino appena sveglio, sul tappetino bello dello Yoga. L’esperienza della sosta, della presenza, del rispetto di sé perché tu fai sempre e solo ciò che puoi, senza procurarti fastidio. L’esperienza della ricerca dell’equilibrio nel disequilibrio, del saper restare anche in una posizione scomoda. Fare tutto il possibile per raggiungere una figura e poi mollare tutto ciò che non serve allo scopo. Scoprire quante forme può assumere il tuo corpo, sentire le aperture, le torsioni, gli slanci, gli inchini. Sentire formicolii come riattivazione e scorrimento di energia, sentire che sei vivo perché respiri e il cuore ti batte nel petto. E senti che lavori anche a livello simbolico e spirituale e che stai dando cibo anche all’anima. E ringrazi tutte le tue cellule e la perfezione del momento.

Tutto ciò che concorre a partire dal corpo a rivitalizzarti e a ricordarti di esserci e di essere vibrazione pura dovrebbe essere ricercato e benvenuto. Ma non è così scontato perché il più delle volte non sai che fartene di tanta vitalità, una volta scoperta, ed è meglio che rimani mezzo depresso, un po’ sottotono e magari anche un po’ triste, che non sbagli mai. Con tutto quello che succede nel mondo, sia mai che ti prendano per matto ad esprimere un po’ di gioia a sproposito.

E se non hai mai iniziato, stai dove sei, perché se poi dovessi scoprire di poter essere diversamente vivo difficilmente potresti tornare indietro e stati di malessere da confort zone sarebbero frequenti e terribilmente disturbanti.

Corpi inanimati avvisati, mezzi salvati…

Anniversario su tela.

Il 25 aprile del 2018 inauguravo questo blog con il mio personale omaggio alla libertà, nel giorno solenne della Festa Nazionale della Liberazione. Oggi, quindi, tecnicamente, il blog compie quattro anni. Non so dire se la creatura è cresciuta, ci sono cose che mi piacciono molto ancora, altre un po’ meno. In alcuni scritti continuo a riconoscermi, in altri faccio più fatica. Però certo esprimono tutti un mia verità, un tentativo di raccontare la Vita attraverso il mio personale sguardo del momento in cui scrivo.

Scrivo per il piacere di farlo, e anche perché non posso farne a meno. Se poi qualcuno come davanti ad uno specchio ritrova qualcosa di sé in ciò che legge, beh, ne sono felice, anzi doppiamente felice perché oltre all’ego esulta anche il cuore che ha bisogno di un tu a cui aprirsi.

Perciò oggi, nell’augurare buon compleanno a questa avventura letteraria, ringrazio anche tutte le donne e tutti gli uomini che lungo la via hanno speso qualche minuto della loro preziosa attenzione a leggermi e talvolta anche a darmi un riscontro.

Non è scontato avere dei lettori. La cosa più preziosa è sapere che ad un livello sottile c’è uno scambio e che si creano delle connessioni fra pensieri, emozioni, sensazioni e vissuti diversi. Quindi grazie veramente, grazie di cuore ad ognuno. Grazie a WordPress e a Instagram e a Facebook che diffondono il verbo, grazie a questa tastiera che sto pigiando con le dita e che per magia compone parole su questo schermo bianco.

Bianco come il colore della tela della vita sulla quale ogni giorno lasciamo per lo più inconsapevolmente un segno, un colore, una forma, un’impronta o uno sfregio.

Le parole sono la mia impronta. Ogni tanto faccio un passo indietro e provo a guardare la tela tutta intera e so che è solo mia, che non ce n’è un’altra uguale e che così vale per tutti. Ed è anche per questo che ogni vita vale un racconto.

Quindi buon compleanno blog e in alto i calici per brindare a tutte le tele che vanno colorandosi, a chi rimane umano, ai cuori senza scudo, all’aria buona da respirare, ai sorrisi intimi fra sé e sé e a tutti noi che siamo liberi, a tutti noi che siamo belli.

Anzi, belli ciao.

D’un tratto, a Milano.

Dieci chilometri , quindicimila passi, oggi Milano è stata mia ed io sono stata sua. Ci siamo specchiate, annusate, corteggiate. Ognuna ha recitato la sua parte.

Il respiro dei palazzi, il dico e non dico dei portinai, la borghesa altezzosa al guinzaglio del cane. I cortili che non ti aspetti, gli angoli fioriti, i dettagli di lusso di un androne, la visione periferica delle cose che puoi permetterti mentre cammini. A volte guardi all’insù, persino.

E poi le vie del centro centro, quelle strette, eleganti, con le botteghe vere al posto delle catene e dei grandi marchi dei non luoghi tutti uguali. Persone laboriose, in movimento, in ritardo. Qualcuna visibilmente impegnata ad apparire, mentre quelle che contano davvero non appaiono mai.

Ed io mettevo un piede avanti all’altro con andatura da guerriera, a caccia di opportunità, decidendo di sorridere tra me e me. Finché, d’un tratto, sotto un sole di quasi primavera, ho sentito cos’è in pratica la resa attiva e perché lo yoga serve alla vita e perché serve l’arte e un tango e anche pregare. E mi sembrava di essere molto più ricca e di sapere solo io il segreto della vita e di trasmettere una luce, come fossi una regina.

L’eternità si vive nel presente, non è di là del tempo. La perfezione di un attimo esiste, è cosa esperienziale, è  gioia esistenziale. Ed è bello che accada così, che arrivi da altri mondi all’improvviso, a darti l’entusiasmo, magari proprio come oggi, nel cuore di Milano, in mezzo a tanti indaffarati e ombrosi sconosciuti.

E non so se qualcuno si è accorto, d’un tratto, di un’aliena per la via, in giro a lavorare, che camminava col sorriso.