Fioriture e Sfioriture

Vivo un tempo di passaggio. Con lo sguardo malinconico ad una donna giovane e bella che non sapeva di esserlo. Con lo sguardo malinconico ai figli piccoli e alle cose belle fatte assieme. Dono delle lacrime per lasciare andare dagli occhi qualcosa che non c’è più. E poi sguardi di tenerezza infinita e provare a sentirmi come allora adesso, e proiettarmi nel futuro.  Come vivere sempre nel fiore degli anni, vivere in qualunque momento il fiore degli anni. Nello sfiorire apparente del corpo c’è il fiorire di un d’amore per se stessi che si fa più che mai necessario e un fiorire di gentilezza, anche.

Al netto dei rimpianti si può solo essere gentili con sé. O forse proprio grazie ad essi. Nel lasciare andare tutto quello che poteva essere e non è stato c’è il fiorire di una profondità nuova, un accorgersi sempre più del momento, di ciò che istante dopo istante si manifesta alla realtà, c’è il fiorire di un desiderio di spezzare la meccanicità dell’abitudine di sé con la ritualità e la sacralità stessa dell’istante. Togliersi dalla linearità del tempo per sperimentare una realtà aumentata di possibilità in ogni direzione. Non è neanche facile da spiegare questo equilibrio a cui tendere tra accettare e desiderare, tra centratura e apertura, tra profondità del sentire e superficialità dello sguardo. Forse è nel cammino spirituale che si trovano questi equilibri e anche le parole per descriverli.

Intanto lascio spazio ad intuizioni e sensazioni e mi permetto di entrare in tutti i mondi che desidero esplorare o creare. E la coscienza si amplia. Ogni volta che fermo una sensazione o una intuizione e la semino dentro di me rendo possibile, istante dopo istante, la creazione di un certa realtà. Il segreto, forse, è accorgersene, farne un atto consapevole, e nello stesso tempo non lasciare che la sensazione se ne vada. Interrogarla, farsi in interrogare, darle valore, scegliere se seguirla oppure no. E così, di passo in passo, partecipare alla co-creazione di sé e del mondo.

Tutto è sempre possibile. Nello sfiorire di qualcosa c’è la fioritura di qualcosa d’altro.

Donna, svegliati è primavera!

La primavera irrompe nella mia vita quando quasi non pensavo più che potesse accadere di nuovo. Quasi mi stavo rassegnando ad un quotidiano a corto di luce, scaldato artificialmente, abituata ad uscire di casa appesantita e a passo svelto per sentire meno freddo, con i collant 100 denari a prova di pelo.

Poi, ad un certo punto, mi accorgo che tutto è già cambiato, che improvvisamente si impongono colori, profumi e suoni che avevo dimenticato potessero esistere. Improvvisamente mi rendo conto che non posso più rimandare la dieta e con terrore guardo la parte dell’armadio dove riposano i vestini a fiori, le camicie sbracciate, le gonne corte. Cambiare emisfero rimane una possibilità per non andare incontro alla catastrofe, ma non è una scelta facile e comunque non è alla mia portata.

Mi guardo allo specchio e vedo i segni di un altro inverno passato, delle calorie mai smaltite, della sedentarietà. E vorrei avere la bacchetta magica per rimettere tutto a posto in fretta, senza soffrire o spendere fortune in cerette, massaggi drenanti, succhi di betulla e tisane al tarassaco. Certo, adesso pensare al mare fa meno nostalgia e più allegria, ma solo col caftano pure sotto l’ombrellone. Guardo il deserto dei tartari sul mio terrazzo, mentre tutto intorno è un dipinto di Monet, e in quell’istante realizzo che arriverà il giorno dello shopping compulsivo al vivaio dove acquisterò senza criterio, ma con entusiasmo, sementi già fuori tempo massimo e l’ennesimo paio di guanti da giardinaggio.

Eppure, nonostante l’ansia da prestazione, è così maledettamene difficile essere di cattivo umore in primavera. Se non altro perché ci sono cose che la nuova stagione fa uscire dallo sfondo delle mattine nebbiose e fa brillare ogni dove io posi lo sguardo.

E allora, per la serie “cose che avevo scordato e che la primavera ridesta in me”, ecco una cinquina di semplici verità, un elenco non esaustivo di ovvietà a cui mi fa bene pensare:

  • i drammi sono passeggeri, non vanno presi troppo sul serio, neanche la cellulite
  • la vita trova sempre un modo perché ha sempre un perché e quando la vita si allarga si cambia taglia e bon
  • innamorarsi entrerà di nuovo nel campo delle possibilità, magari stavolta anche in quello delle probabilità
  • sbocciare richiede tempo e pazienza e il sacrificio del seme, ma c’è sempre un vaso che aspetta
  • l’inverno non è mai l’ultima parola, perché l’ultima parola è….zuzzurullone!

Mi ri-sveglio, è primavera…

Tutto sa di libertà

La vita si accende, la vita si infiamma, l’estate ci attende.

Il nuovo tormentone lo sento cantare e a Mille lo voglio ballare. L’ombrellone in riva al mare è il mio, puoi scansare.

I colori sulla tavola all’aperto, il melone fresco, l’anguria dissetante, la bottiglia nel ghiaccio, il pesto con l’aglio…ci vuole un ventaglio!

L’ombra con la frescura degli alberi, le serate con gli amici a fare tardi, il chiacchiericcio, il cicaleggio, il pantalone sudaticcio.

Le belle ragazze coi vestitini fioriti, la pelle un poco abbronzata che tanto male non fa, il bordo piscina per chi sta in città.

Gli occhiali da sole, il cruscotto bollente, il casello alle spalle, si parte, si va.

E in men che non si dica, tutto sa di libertà.

Languire e Fiorire

Languishing la chiamano, sembra che sia l’emozione dominante dopo più di un anno di pandemia secondo quanto riportato da un articolo dello psicologo Adam Grant apparso recentemente sul NYT. Languire, essere senza gioia e senza scopo. Non hai disagi psichici ma non stai neanche bene, semplicemente sei off, non brilli, non prosperi.

Se questo sarà, il futuro non si prospetta granché. L’idea di essere circondata da persone spente che neanche sanno di esserlo e magari di esserci dentro io stessa a mia insaputa, mi inquieta.

Non che fosse così diffusa la capacità di brillare anche in tempi pre-pandemici, ma forse ci si dava scopi e motivazioni con più facilità e leggerezza, anche solo sognare sembrava un diritto garantito a tutti. E comunque si poteva, con un minimo di scaltrezza, individuare i depressi, i disperati, gli esauriti e decidere se averci a che fare o no.

Ma col languore è tutto più sfumato, sottile, opaco. Non stai bene e non stai male, non stai su di giri, ma neanche così tanto giù. Semplicemente stai e ti trascini nella vita senza entusiasmi, senza picchi, senza che momenti dionisiaci possano irrompere e aggiungere Vita alla vita e permettere di espandere il tuo essere o almeno di immaginare di poterlo fare.

Certo languire può anche essere una bella tentazione, una sorta di difesa anche comprensibile per attraversare questi tempi strani e complessi, incerti e insidiosi, forse anche pieni di spaventi.

Però voglio mettermi in guardia perché ancora ambisco a fare parte della schiera degli umani che aspirano alla gioia e non solo a non essere scontenti. Una nicchia, forse, ma da proteggere per il bene stesso del genere umano. Una nicchia portatrice dell’antidoto contro l’estinzione della nostra stessa specie, un’estinzione non tanto fisica quanto psicologica.

Perché la vita non è solo esistere, ma è anche e soprattutto fiorire. Essere floridi, evolvere e divenire incessantemente come gli alberi, dovrebbe essere il primo dovere di ogni donna e di ogni uomo. Chiedere come stai non ha più molto senso, le risposte sono quasi sempre molto superficiali e poco compromettenti. Bisognerebbe chiedere e chiederci continuamente: stai fiorendo?