Com’era il mondo prima di Noi?

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Citando Igor Sibaldi, dal suo “innamorarsi e fare innamorare tour”, per vedere il mondo in due occorre un piano ricco, il portafoglio pieno di idee. Occorre un programma. Ma quale sarebbe il mio? Si, se adesso fossi innamorata e ricambiata, se fossi in due, cosa farei guardare al mio innamorato? In quale mondo lo porterei? Lo porterei in territori mai attraversati o in luoghi già noti, semplicemente per vederli con un altro sguardo?

Che belle domande, mi permettono di volare con l’immaginazione che si sa, aiuta sempre.

Dove andare dunque insieme?

La prima meta del viaggio potrebbe essere  il mio giardino segreto, il mio mistero, il salto nel Blu dalla barriera corallina: è il mondo dei miei desideri che potrei svelare in una notte o, meglio, in un tempo più lungo, man mano che la fiducia si radica e che la complicità ci rende complici. Forse non tutti i desideri sono comunicabili, ne lascerei qualcuno in un angolo meno illuminato, ma altri e nuovi ne aggiungerei in virtù del fatto che uno più uno qui non fa due, ma qualcosa, forse molto, in più.

Poi ci sarebbe quell’agglomerato  di terra, cemento, ferro, vetro, sangue e respiro che chiamano città. Amo la città tanto quanto amo la natura. Se la natura è un balsamo, la città è un tonico. E mi ci vogliono entrambi. E allora, prima di ammirare un tramonto in due su un atollo, andrei a visitare le vecchie e stanche e frementi e giovani città europee. Le città sono la vita in tutte le sue sfumature, sono idee, pensieri, intenzioni, progetti realizzati e non, successi e insuccessi, ricchezza e povertà, dramma, tragedia, commedia e desideri di ogni tipo. Ed è questo che potrebbero raccontare gli uomini e le donne col passo veloce, lo sguardo sul cell, la bocca serrata e le spalle contratte che si incontrano nei fast food, nelle stazioni del metrò o  nelle strade sotto gli uffici. E sarebbe proprio una cosa bellissima vedere tutto ciò  con altri occhi,  gli occhi della realtà aumentata, forse drogata, e per questo inebriante, del noi.

Allora lo porterei, questo ipotetico lui,  per le  vie di Barcellona, di Lisbona, di Madrid, di Siviglia, di Parigi, di  Berlino, di Napoli, di  Milano, magari anche di Vienna o perché no di Dublino, Stoccolma, Marsiglia…. Per vedere, insieme, la vita scorrere tra la vita,  i sogni stratificati di architetti passati, presenti e futuri, un balcone, una pianta, un panettiere, un bar coi tavolini di fuori all’ora dell’aperitivo, la poesia di una banchina del porto, la varietà umana delle otto del mattino o delle tre di notte, scene di vita rubate da una finestra, colori non nostri, la luce de locale che suona jazz, il chiosco di fiori all’angolo della strada, il barcone sul fiume, i ragazzi che litigano in periferia, due che si baciano in un’altra lingua sotto il porticato quando tutti corrono al lavoro. Essere turisti in luoghi dove i turisti non vanno, anche se è banale, scoprire che troviamo la bellezza negli stessi posti e nelle stesse cose e la poesia in una persiana blu spalancata sul mare e il piacere in un bistrot nella strada dove ci siamo persi.

E infine scoprire che tutte le stanze di albergo sono uguali, che il bidet è una grande invenzione… se solo lo sapessero gli altri e che la miseria ha la stessa puzza ovunque mentre la ricchezza ha un profumo sempre diverso, uno per ogni nuovo desiderio, uno per ogni desiderio realizzato.

Mi piace. Io viaggio in due.